movimenti per la mente in movimento

Il  piaLa giostracere  di  giocare è forse l’elemento  più  importante  che distingue  i  giochi cooperativi dai giochi competitivi  e  dalle gare.

Infatti può accadere,  quando si gioca per vincere,  che la sfida contro  gli altri e la competizione,  per raggiungere l’obiettivo di essere giudicato migliore degli altri,  prevalgano sul gioco e sul  divertimento  che solitamente lo  accompagna.  Così  avviene spesso  nei  giochi  sportivi o nei giochi  televisivi,  dove  il premio  o  la  medaglia  diventano il  fine  principale  di  ogni giocatore,  a  scapito  del processo e dello  svolgimento  di  un gioco,  che  in  sè,  senza vincita,  non ha interesse e a  volte neanche divertimento

Nei giochi cooperativi tutti si possono divertire e tutti possono partecipare,  non  per una gentile concessione dell’animatore  o del gruppo,  ma perché in questo modo, cioè in uno stile di gioco basato  sull’accettazione e non sull’esclusione e  il  giudizio, ciascuno  può  trovare un migliore equilibrio con il gruppo  e  il gruppo può trovare sempre nuovi obiettivi comuni da raggiungere.

Ed  è lo stile del gioco ciò che determina la differenza  tra giochi  cooperativi  e  non.  Infatti  un  gruppo  abituato  alla competizione  potrà riuscire a giocare in modo competitivo  anche quando  le  regole non prevedono né vincitori né  esclusi.  E  un gruppo  abituato  alla cooperazione potrà giocare a calcio  dando più  importanza alla cooperazione interna a ogni squadra  che  al risultato finale in termini di gol.

E infatti,  se ci pensiamo un momento, non è stato così semplice né  “spontaneo” trasformare il gioco del calcio,  che in sé e per sé  sarebbe  un gioco piacevole e innocente,  in  un  insieme  di eventi e di fenomeni di importanza nazionale, in cui si disputano gare  eccezionali in stadi presidiati dalla polizia, dove l’aggressività e la violenza sono frequentissimi  (fino oltre ai limiti della criminalità)  e  sono considerati  più comprensibili e “spontanei” delle risate gioiose che   si accompagnerebbero invece a un “gioco”.  Il fatto  è  che tutta l’attenzione del pubblico, dei giocatori e degli affaristi, inclusi gli scommettitori,  coinvolti nelle partite di calcio, si concentra sul risultato della competizione,  e considera il gioco semplicemente come un mezzo per arrivare al risultato[1].

CENNI STORICI

 I giochi cooperativi in qualche modo, sono vecchi come il mondo. In tutte le culture del nostro pianeta si trovano giochi che si basano piuttosto su un principio di cooperazione che di competizione. Anche molti dei nostri giochi tradizionali in Europa avevano un carattere cooperativo, soprattutto quelli giocati dalle bambine. I girotondi e molti giochi di gruppo “al femminile” sono cooperativi. La competizione è subentrata prevalentemente nei giochi maschili per preparare i ragazzini ad un atteggiamento attacco/difesa necessaria per una cultura militarista (Ruth Dirx: Das Buch vom Spiel, Burckhardthaus Verlag, Gelnhausen 1981).Partendo dal presupposto che il gioco in generale è specchio della cultura e prepara il bambino alle competenze ed abilità richieste nella vita sociale, si può affermare che le società basate sull’individualismo del singolo, la competizione e la militarizzazione come conseguente difesa di questi valori, favoriscono un tipo di giochi competitivi/agonistici. Mentre le società che si basano su un modello di mutuo sostegno e di condivisione dei beni prodotti dalla comunità, preferiscono giochi di carattere cooperativo.

Il gioco in genere è sempre lo specchio della società: Se i nostri giochi sono prevalentemente competitivi, significa che in essa prevale il concetto della competizione e dell’agonismo. Ci sono tuttavia civiltà su questo globo, spesso da noi presuntuosamente chiamate “primitive”, che non conoscono di fatto la competizione nel gioco (4). Gli Inuit dell’Alaska, o i popoli delle Isole dell’Oceano Pacifico (i Papua della Nuova Guinea ad es.) considerano la competizione una cosa immorale e non degna dell’uomo. I loro  giochi sono nettamente cooperativi e la loro struttura sociale si basa sulla condivisione di tutti i beni  prodotti della società. Quando i primi missionari introdussero i giochi competitivi come il calcio, i    bambini di queste società non riuscirono a capire perché doveva vincere l’altra squadra. Lo scopo ideale per loro  era pareggiare in un gioco di squadra, il che richiede spesso una grande abilità e sintonia con l’altra squadra. Concetti che ci sembrano difficile da concepire, noi che siamo talmente condizionati a vincere l’altro.

Terry Orlick (The cooperative sports and games book, Pantheon Books, USA 1978) noto ricercatore canadese e professore di educazione fisica all’Università di Ottawa, ha rilevato nei suoi libri proprio questo fatto.

I giochi cooperativi, che oggi troviamo in Europa, sono in gran parte giochi tradizionali rielaborati, trasformati o re-inventati. Negli anni sessanta, nel fermento della cultura alternativa californiana e nell’ambito dei gruppi spirati alla Nonviolenza, un gruppo di animatori ha cominciato a promuovere un tipo di giochi che chiamavano “New games” – giochi nuovi – intesi come un nuovo modo di giocare. Non è un caso che proprio nel paese più competitivo del nostro pianeta nasce un movimento che si dedica interamente alla promozione e allo sviluppo di giochi di cooperazione con l’obiettivo di coinvolgere soprattutto quelle persone che sono più facilmente escluse dalle gare sportive. Inizialmente i giochi cooperativi avevano un forte carattere sportivo. Il movimento era l’elemento importante. Come tali hanno conquistato anche il mondo dello sport di massa nei paesi anglosassoni in Europa. Oggi si trova una vastissima gamma di giochi non-competitivi che variano da attività da svolgere in spazi molto ristretti con poche persone, favorendo piuttosto l’attenzione reciproca l’empatia la percezione sensoriale, a giochi molto attivi da giocare in spazi ampi con tante persone.

DEFINIZIONE

 Ci  sono alcuni semplici aspetti delle regole del gioco  e  dello stile  del  giocare  di un gruppo che permettono  di  distinguere chiaramente quali giochi sono cooperativi e quali non lo sono.

Nei  giochi cooperativi nessuno vince,  nessuno perde  e  nessuno viene  escluso.  I  partecipanti del gruppo,  insieme o divisi  a coppie,  squadre o piccoli gruppi, non giocano uno contro l’altro ma sfidano se stessi,  i limiti della loro creatività e fantasia, per raggiungere un obiettivo comune.  Ad esempio il gruppo  gioca insieme  per  aguzzare  i sui sensi,  per costruire  un  prodotto collettivo,  come  un’immagine o una storia o una  scenetta,  per rincorrersi, per trovare un tesoro, ma soprattutto per divertirsi e  stare bene insieme,  visto che in questo contesto la cosa  più importante  diventa  il processo del giocare e non  il  risultato finale della partita,  che è quasi solo un pretesto per stare insieme piacevolmente con sempre nuovi obiettivi comuni.

OBIETTIVI GENERALI

 Gli  obiettivi  che in generale un gruppo  riesce  a  raggiungere velocemente  grazie  allo  strumento del gioco  cooperativo  sono soprattutto: creare un senso comunitario nel gruppo, basato sull’ accettazione  di ognuno,  favorire la conoscenza reciproca  e  l’ affiatamento, creare un clima di fiducia e rispetto reciproco nel quale può crescere l’autostima di ognuno.

Un  altro  obiettivo che in generale viene raggiunto è quello  di divertirsi  con poco o nessun materiale  o  “giocattolo”.  Questo risultato può essere visto semplicemente come una osservazione di fatto:  nei  giochi  cooperativi che conosciamo e che  proponiamo usiamo  solamente  qualche  foglio  di  carta,  matite  colorate, palloncini  e  palle gonfiabili,  mollette  da  bucato,  foulard, barattoli di fagioli secchi e poche altre cose di questo  genere. Ma  in  effetti il riuscire a divertirsi e a stare insieme  senza consumare cose è un obiettivo che ha un significato che va  molto al  di là del vantaggio di poter comunque giocare,  senza  essere limitati  dal fatto di avere a disposizione materiali speciali  o giocattoli.

Noi pensiamo che ci sia una relazione diretta tra il livello di cooperazione in un gruppo e il suo livello di consumo e spreco di materiali, cioè che se c’è maggiore cooperazione in un gruppo c’è anche maggiore probabilità di  trovare  un  uso  efficiente  delle  risorse[2].  Ciò  significa  che imparare a cooperare può essere l’inizio di un processo che porti a  imparare a usare le risorse naturali in modo  efficiente,  non esagerato  e  quindi  con più probabilità di  essere  sostenibile anche da un punto di vista ecologico[3].

OBIETTIVI SPECIFICI

 Oltre  agli  obiettivi  generali che il  gruppo  può  raggiungere giocando,  possiamo  individuare una serie di obiettivi specifici che  ci permettono anche di classificare i giochi  cooperativi  e quindi   di   utilizzarli  all’interno  di   percorsi educativi particolari.  Ne indichiamo  di  seguito  alcuni fra  i  più  comuni.  Resta chiaro che,  avendo definito il gioco cooperativo  come  un  processo  ludico nel quale  il  gruppo  si prefigge  un  obiettivo  comune,  è possibile che  un  gruppo  giochi a  inventarsi il suo gioco per il suo scopo.

  • Sfogo, scaricare o ricaricare l’energia.
  • Migliorare la coordinazione corporea.
  • Migliorare la comunicazione verbale e non verbale.
  • Sviluppare la percezione sensoriale.
  • Aumentare la consapevolezza dell’ambiente in cui viviamo.
  • Sviluppare la fantasia e la creatività.
  • Sviluppare la teatralità.

 

PERCHÉ GIOCARE IN MODO COOPERATIVO?

 ” I giochi competitivi sono divertenti solo per i vincitori, i giochi cooperativi sono divertenti per tutti “. Questa considerazione fatta da un bambino di 8 anni che ha partecipato ad uno dei miei laboratori sui giochi cooperativi dovrebbe far riflettere tutti quelli che sono ancora convinti che l’agonismo sia un sano e necessario principio di educazione.. Se è vero che il gioco prepara il bambino alla vita da adulto in un determinato contesto sociale e culturale, dovremmo interrogarci innanzitutto sul tipo di gioco che  offriamo ai nostri bambini.

George Leonhard (The ultimate Athlete) scrittore e uno dei principali ideatori dei giochi cooperativi (chiamati anche “New Games  = giochi nuovi) “riscoperti” dal movimento della cultura alternativa californiana negli anni ’60, considera il modo in  cui  si gioca  più  importante del risultato perché esso sarebbe una espressione dell’atteggiamento verso la vita in generale.

Il gioco cooperativo nel suo scopo di raggiungere una meta comune, mettendo insieme tutte le capacità creative e fisiche dei partecipanti, mi ha affascinato da quando ho letto per la prima volta la descrizione di questi giochi (FLuegelmann:The Newgames book 1+2, Headlands Press, Usa 1976).

Venendo da una esperienza piuttosto negativa rispetto al gioco (fin da piccola mi sono sempre sentita ‘imbranata’ ed incapace e di conseguenza,  esclusa dal gioco sportivo o di socializzazione)  che mi ha fatto passare la voglia di giocare, ho riscoperto da adulta la bellezza e il divertimento del giocare  insieme, in modo cooperativo. E questa esperienza mi ha spinto a divulgare questo tipo di giochi.

Un detto ricorrente nell’ambito educativo è che i bambini devono imparare a perdere, perciò bisogna abituarli attraverso il gioco competitivo. Mi sto chiedendo però: chi insegna a questi bambini ad essere sufficientemente forti per essere in grado di subire la frustrazione che comporta la sconfitta soprattutto quando si tratta di tutta una serie di sconfitte?

Il gioco competitivo purtroppo non permette a tutti di essere vincitori; anzi, chi è più forte o più furbo, diventa il primo, e spesso si crea un atteggiamento di prepotenza e disprezzo verso i perdenti. C’è un altro fattore psicologico che purtroppo viene troppo poco considerato: i “gloriosi” vincitori, per mantenere la propria autonomia, che si basa appunto sulla vittoria, alla fine non si mettono più in gioco laddove temono di non essere all’altezza della situazione, cioè il risultato della vittoria non è garantita. Così si possono facilmente verificare atteggiamenti di rifiuto verso il gioco sia da parte dei vincitori che dalla parte dei perdenti troppo frustrati, paradossalmente per lo stesso motivo: l’autostima minacciata.

“Se non c’è la sfida, non c’è rendimento” è un altra opinione comune che si può facilmente smontare. Perché bisogna sfidare un’altra persona e sopraffarla per vincerla anche se si tratta solo di un gioco?

Il misurarsi ad ogni costo con gli altri (che spesso è un misurarsi contro) permette solo al più forte di godersi la soddisfazione. I perdenti perdono alla fine anche la voglia di accettare questa sfida che per loro significa solo sconfitta.

Sarebbe più sano per lo sviluppo personale del bambino come suggerisce  Jim Deacove(Cooperative Games for indoor and out, Family Pastimes, Canada 1974) –  insegnante e ricercatore canadese nel campo della cooperazione,  di paragonare i risultati personali con quelli del giorno o della settimana precedente invece che con quelli degli altri compagni.

Questo sistema darebbe anche al più debole lo stimolo di verificare il proprio miglioramento, senza sottoporlo all’ansia di non essere all’altezza della situazione!

Ciò non significa che d’ora in poi non possiamo più accettare la competizione o la sfida. Anzi, ambedue sono importanti ingredienti per rendere l’attività stimolante, come il sale nella minestra: quando ce n’è troppo, è disgustoso, quando manca, la minestra è insipida. Si tratta piuttosto di verificare che valore  diamo a questi ingredienti e in che misura li usiamo. La sfida con me stessa, con le mie capacità, in vista di un miglioramento, è giustificabile. Quindi potremo intendere la competizione come sfida. La competizione intesa come sopraffazione dell’altro trova difficilmente una giustificazione in un contesto di educazione alla pace e alla nonviolenza.


QUANDO USARE I GIOCHI COOPERATIVI:

 In fondo non c’è limite all’utilizzo di questi giochi. Possono essere proposte come momento di ricreazione come possono essere parte integrale di un lavoro per rendere certi meccanismi di comunicazione ed interazione più comprensibili ad un livello di immagine corporea. Credo che non esistono limiti di utilizzo purché l’animatore fa una scelta adatta alle competenze del suo gruppo. Proporre giochi che richiedono una grande destrezza fisica ad un gruppo di handicappati o di anziani potrebbe rivelarsi fallimentare come potrebbe essere un gioco che richiede molto contatto fisico per un gruppo di adolescenti in piena fase di rifiuto dell’altro sesso.

All’inizio di un lavoro con un gruppo che si è appena costituito può essere utile di proporre una serie di giochi di conoscenza per favorire la comunicazione tra persone estranee. Finire una sessione con un gioco che coinvolge tutto il gruppo in modo circolare può dare un senso di conclusione al gruppo. Durante il lavoro il gioco può costituire un momento di stacco e di ricarica delle “batterie esauste”. E certamente si può far diventare il gioco uno strumento di comunicazione ed interazione e parte integrale della programmazione, utiilizzandolo proprio come momento didattico. Lavorando con i bambini a scuola o in ambienti extra-scolastici questo è senz’altro la strategia migliore. I bambini oggi sono circondati quasi unicamente dai modelli competitivi. Di conseguenza occorre una programmazione nell’educazione alla pace che include il gioco cooperativo come momento educativo, per far capire ai bambini che esistono anche altri modi di comportamento. Per avviare un cambiamento nell’interazione in un gruppo occorre un utilizzo continuativo di questo tipo di giochi.

In effetti uno dei commenti più comuni di persone che giocano per la prima volta ai giochi cooperativi è: “non credevo che fosse così facile di divertirsi con niente”. La maggior parte dei giochi non richiedono materiale oppure materiale facilmente reperibile.

QUALI COMPETENZE SONO RICHIESTE A CHI LÌ USA:

 Uno dei ingredienti più importanti nell’animazione dei giochi in generale è quello della voglia di giocare e di mettersi in gioco. L’animatore che si “butta” nel gioco, è propositivo, dimostra in prima il funzionamento anziché rimanendo fuori dando solo gli ordini al gruppo che gioca, riesce coinvolgere anche chi di solito ha più resistenze verso il gioco per motivi personali. Purtroppo spesso nell’animazione dei bambini si osservano atteggiamenti molto distaccati da parte di chi proporre il gioco. Questo atteggiamento comunica indirettamente a chi ha difficoltà di farsi coinvolgere: “tanto non importa. Inoltre l’animatore dovrebbe essere il buon esempio che con il suo linguaggio corporeo rende la spiegazione più facile. Chiarezza e semplicità nella spiegazione dei giochi è un altro elemento importante. Se ci dilunghiamo in mezzi romanzi i partecipanti perdono il filo e poi anche la voglia. La dimostrazione dell’azione da svolgere sottolinea in modo efficace la spiegazione e toglie l’ansia del “tanto non ho capito niente”. L’animatore dovrebbe anche sviluppare una certa sensibilità per l’umore, le tensione e l’accettazione del gruppo. Quando le energie sono esauste non è sempre opportuno di proporre un’attività molto fisica. Ma può anche essere vero il contrario. Inoltre dovrebbe saper gestirsi i conflitti che possono emergere in modo da coinvolgere il gruppo nella ricerca della soluzione. Deve essere flessibile rispetto l’andamento del gruppo e rispetto gli spazi fisici. E si intende da sé che un animatore con uno spirito molto competitivo farà fatica a far capire un concetto di cooperazione nei giochi. Perché il gioco cooperativo diventa tale nel momento  in cui il gruppo dimostra un atteggiamento cooperativo.

CONDIZIONI D’UTILIZZO

 Si intende da sé che per giocare in modo cooperativo ci vuole almeno due persone. La maggior parte dei giochi sono concepiti per un numero tra i 10 e 20 però possono essere facilmente adattati a gruppi più numerosi. I giochi a coppie in fondo non hanno limite di partecipanti basta che sia un numero pari. Secondo il numero dei partecipanti e il tipo di giochi che voglio proporre occorre lo spazio che può variare dall’ascensore (perché no?) al campo sportivo. Non esiste un gioco non adatto per uno spazio. Esiste piuttosto l’inflessibilità dell’animatore. Ogni gioco può essere adattato alle esigenze dello spazio e del numero dei partecipanti almeno in quanto si tratta di giochi corporei.

RISCHI NELL’UTILIZZO

Uno dei più grandi rischi forse sta nell’atteggiamento dell’animatore che crede di aver trovato una tecnica del tipo bacheca magica. Basta proporre ogni tanto un gioco cooperativo e il mio gruppo diventa cooperativo. Come tutti gli strumenti “antidoti” contro determinati atteggiamenti ben radicati ci vuole una continuità di proposte per raggiungere un cambiamento. Ragazzi che sono abituati di comporsi in modo conflittuale, aggressivo e competitivo, non cambieranno il loro atteggiamento dopo aver giocato ad un gioco cooperativo anzi, molto probabilmente lo rifiuteranno all’inizio. Quindi occorre una programmazione continuativa che include anche la riflessione insieme con i ragazzi su ciò che i giuochi provocano nel gruppo o nel singolo.

PERCHÉ UTILIZZARLÌ  NELL’ANIMAZIONE?

 Un atteggiamento nonviolento e costruttivo nella gestione dei rapporti presuppone innanzitutto un rispetto reciproco e la disponibilità di cooperare con l’altro anziché combatterlo. In tal senso il gioco cooperativo può essere uno strumento valido e stimolante per favorire lo sviluppo di tali atteggiamenti. Nel gioco possiamo sperimentarci, cercare nuove soluzioni, provare nuovi atteggiamenti esprimerci a livello corporeo il ché favorisce una modifica di vecchi valori ed atteggiamenti. Il gioco può favorire inoltre l’apprendimento socio-affettivo nel gruppo rendere l’individuo più flessibile e anche più sereno nei rapporti con gli altri. Quando manca lo stress del doversi misurare, combattere e sottoporsi ai giudizi degli altri siamo più rilassati e riusciamo anche affrontare situazioni di conflittualità con più serenità.

VANTAGGI DELLA COOPERAZIONE E VANTAGGI DELLA COMPETIZIONE

 Può  essere di un certo  interesse mettere a confronto i vantaggi della cooperazione, sintetizzando ciò che abbiamo illustrato, con i vantaggi che riconosciamo alla competizione.  Ciò potrà  essere utile  a  chi  voglia alternare consapevolmente diversi  tipi  di gioco.

 La  cooperazione favorisce che il gruppo sviluppi al  massimo  le sue  potenzialità grazie al contributo di ciascuno.  Ciò è dovuto al  fatto che non viene perduto il contributo “più  piccolo” dei “perdenti”  (che  spesso sono sempre gli stessi,  finché  perdono anche  la voglia di partecipare al

gioco).  Ma soprattutto ciò  è dovuto  a una migliore e maggiore comunicazione fra i membri  del gruppo[4].

D’altro canto la competizione può favorire che l’individuo cerchi di dare il massimo e si sforzi di più per essere premiato con  la vittoria  sugli altri.  Ciò è probabile soprattutto per  coloro che  ritengono  di  avere  buone possibilità di  vincere  già  in partenza. Chi parte svantaggiato facilmente lascerà la gara prima della sconfitta.

La  cooperazione favorisce la crescita dell’autostima grazie all’accettazione del gruppo. Questo aspetto è di estrema importanza e spiega  anche  come mai capita frequentemente di  vedere  persone particolarmente  timide e in difficoltà nelle relazioni  con  gli altri,  specie  se non li conoscono,  che nel  gioco  cooperativo iniziano  a superare e dimenticare,  almeno nel momento  “magico” del coinvolgimento nel gioco, la loro timidezza.

D’altro  canto la competizione può essere utile per mettere  alla prova   l’   autostima   già  sviluppata  di   un   individuo   e materializzata,  ad  esempio,  in  un prodotto  “protoartistico”, grazie  al  giudizio critico e  autocritico.  Più  esattamente  è proprio il giudizio critico e non la competizione che  mette alla prova  i risultati del proprio operato,  una volta che questi  siano stati prodotti,  e non siano invece stati resi impossibili da un difetto  di autostima, tipico di chi è abituato a perdere.

La  cooperazione favorisce la creatività del gruppo   soprattutto grazie  al clima di accettazione che permette appunto lo sviluppo dell’autostima.  Spesso  infatti la creatività viene  uccisa  sul nascere dalla paura del giudizio degli altri o dalla abitudine al giudizio  su  di sè.  Quante sono le persone che hanno smesso  di disegnare   appena  raggiunta  l’età  della  ragione  perché   si rendevano

conto di non essere Leonardo e da lì deducevano “ma  io non   so   disegnare!”?  La  creatività  viene   favorita   dalla cooperazione  anche  perché permette l’incontro casuale  di  idee diverse[5].

D’altro  canto  la competizione può favorire l’originalità  dell’ individuo  proprio  grazie  al  maggiore  isolamento  delle  idee individuali,  che quindi possono svilupparsi in modo più autonomo e  diverso dagli altri.  Il rischio connesso alla cooperazione  è infatti proprio l’appiattimento:  tutti possono copiarsi tra loro per pigrizia.

Il rischio connesso invece alla competizione è molto ben noto: l’ aggressività distruttiva di chi non vince mai può rivolgersi  sia contro il gruppo che contro l’individuo stesso. E anche chi vince “sempre” non può illudersi di poter raccogliere sempre e soltanto i  vantaggi della competizione.  Ogni cosa,  infatti,  inclusa la vittoria,  ha degli svantaggi,  come dimostrano le biografie  dei campioni sportivi.

COME  INTRODURRE  ELEMENTI DI COOPERAZIONE IN UN GRUPPO  ABITUATO ALLA COMPETIZIONE?

 E” questa  la  domanda classica dei partecipanti ai seminari  sui giochi di cooperazione.  “Sì,  d’accordo, qui abbiamo vissuto un’ esperienza  positiva  e  diversa dal solito,  ma  come  fare  per portare  nel  lavoro a scuola,  nell’animazione  extrascolastica, nella  vita sociale quanto abbiamo sperimentato qui “in  laboratorio”?”

E’ vero, è difficile. Chiedere a un gruppo che ha conosciuto solo la competizione di fare esperienze di tipo cooperativo equivale a chiedere  loro di fare gli extraterrestri,  di comportarsi in  un modo  che  sicuramente non conoscono e probabilmente  non  esiste neanche.

Allora  la  prima cosa da fare è tenere fermo che  l’inclinazione per la competizione non è affatto “naturale”, ma è il prodotto di un processo educativo,  più o meno consapevole,  esattamente come l’inclinazione alla cooperazione.  La seconda è chiedersi qual  è precisamente “la cosa” che piace nella competizione.

Se  questa fosse il premio,  può essere utile iniziare  riducendo drasticamente il valore del premio e soprattutto la differenza di valore tra il primo premio e quello di consolazione.

Se questa fosse il piacere dello sfogo e del movimento o contatto fisico presente in alcuni giochi competitivi, può essere efficace proporre giochi molto movimentati senza perdenti.

Se   questa  fosse  l’attaccamento alla  propria  squadra,  forse questo esprime piuttosto un bisogno di accettazione in un  gruppo che un bisogno di competizione.  Allora può essere utile proporre giochi cooperativi, o quasi, che prevedono l’esistenza di squadre ma nello   stesso   tempo  di  regole  che   prescrivono   frequenti cambiamenti  di squadra o di ruolo nel gioco.  In questo modo  la vittoria  di  una parte perde senso perché i  suoi  componenti cambiano spesso per cui “i nostri” e “i nemici” sono più ruoli di fantasia  che non persone individuabili.

Se questa fosse un bisogno di sfida e di sfidare i propri limiti, è  possibile  proporre giochi molto difficili nei quali la  sfida non e contro gli altri,  e quindi confusa con la competizione, ma è pura sfida per raggiungere un obiettivo difficile.

L’abilità   fondamentale  richiesta  all’animatore  che   intende introdurre  elementi di cooperazione per migliorare il clima  del suo gruppo è quella di capire esattamente dove il gruppo si trova e di partire da lì.

Ciò implica anche un dialogo con il gruppo,  che può dire in modo estremamente concreto che cosa gli piace e perché.  Se c’è questa comunicazione   forse  il  gruppo  riuscirà  a  trovare  il   suo equilibrio  per raggiungere i suoi obiettivi comuni,  sempre  che non si tratti di un gruppo di tifosi ultrà che non desidera altro che  l’eliminazione  fisica  di  tutti  i  tifosi  della  squadra avversaria.   Ma  questo è un desiderio paradossale che  non  può essere detto in uno stato di sobrietà neanche da un ultrà,  visto che,  se  ciò magicamente si realizzasse e tutti i tifosi fossero “nostri”, trionferebbe solo la noia.


[1]  Per una accurata riflessione sulle implicazioni del gioco del calcio cfr. Daniele  Novara,  “Prefazione” a Sigrid Loos,  Novantanove giochi cooperativi, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1989.

[2]  Vedi   anche Psicologia  “Competere  o  collaborare?”…

[3]  Non è un caso infatti  che storicamente  i  giochi  cooperativi si  trovino  più  facilmente presso  popoli  e culture in grado di abitare e di sostenersi  in ambienti estremamente ostili,  come l’estremo nord degli Inuit  o le  zone semidesertiche degli aborigeni australiani o degli  Hopi del New Mexico.  Nella nostra epoca e nel futuro, che vedrà 7-8 e più   miliardi   di   abitanti  umani  abitare   questo   pianeta sostenendosi su risorse limitate e in diminuzione, evidentemente è  importante  avviare  processi  educativi  che  facilitano   l’ invenzione di stili di vita più efficienti.

[4] è questo l’aspetto dimostrato dalla ricerca riportata  su Psicologia  oggi,  riguardo ad esempio alla maggiore efficacia di un ufficio postale più cooperativo

[5]  Sulla connessione creatività-casualità vedi il famoso e facile lavoro di Edward De Bono Il pensiero laterale.

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Commenti su: "I GIOCHI DI COOPERAZIONE" (1)

  1. […] Links per l’approfondimento – Sito: http://www.sigridloos.com – Blog: articolo sui giochi di cooperazione. […]

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