movimenti per la mente in movimento

Un tentativo di definizione imperfetta

Rivolgendoci ad animatori, educatori ed insegnanti ci interessa far vedere la non banalità del gioco e la ricchezza dell’esperienza ludica, per i bambini e per gli adulti.

Numerosi studiosi hanno incontrato sulla loro strada di ricerca il gioco. Abbiamo una collezione di diverse definizioni di “gioco” provenienti dagli ambienti della psicologia, della psicoanalisi, della ricerca storica, degli studi naturalistici, della sociologia ecc.

Possiamo trovare molti punti in comune e parole chiave ricorrenti ma anche molte differenze e punti di vista non conciliabili. Probabilmente, se approfondissimo le ragioni di ogni autore, scopriremo che molte differenze derivano dalle motivazioni che li hanno spinti  a occuparsi dei giochi, dai diversi tipi di gioco e modi di giocare che ognuno di loro ha considerato, dal contesto teorico e pratico in cui si sono mossi.

Ciò che ci interessa soprattutto notare è un fatto estremamente semplice di cui gli animatori devono tenere conto, cioè il fatto che l’esperienza ludica di un gruppo ha un significato più vasto di quello che una persona sola, incluso l’animatore, ne pensa o dice. Potranno esserci degli aspetti e dei significati in più o diversi da quelli previsti o visti da uno, ma validi  e importanti per altri membri del gruppo che gioca, indipendentemente dal fatto che questi vengano o meno esplicitati.

Tra le molte definizioni, accenniamo ad alcune. Si tenga conto che generalmente il gioco viene associato all’infanzia e opposto al lavoro in quanto “non serio”.

Freud definisce il gioco come mezzo per l’elaborazione del lutto  (o della separazione dalla madre). Il contrario del gioco per Freud non è il “serio” ma il “reale”.

Melanie Klein, psicoanalista dell’infanzia, dice che attraverso il gioco il bambino esprime i suoi fantasmi, i suoi desideri, le sue angosce.

Donald Winnicott considera l’aggressività come motore dell’attività esplorativa, “crescere significa prendere il posto dei genitori… nel fantasma inconscio che sottostà al gioco, crescere è per natura un atto di affermazione di sé.“[1]

Piaget definisce che ogni tipo di gioco appartiene solo a quel determinato momento dell’evoluzione del bambino che lo porta a sostenersi. Così i giochi di imitazione necessitano dell’attività funzionale, dell’assimilazione, del piacere normale del successo, della relazione con gli altri.

Un altro pedagogista, Pier Parlebas [2]definisce il gioco come iniziazione alle regole e fattore sociale, che lascia al giocatore la possibilità di esprimere la propria personalità. Acquisizione delle regole e sviluppo dell’autonomia sono due ingredienti essenziali nell’educazione.

Il pedagogista tedesco H. Scheuerl[3] considera il gioco come:

  • momento di libertà
  • momento di infinità interiore che tende a prolungarsi nel tempo e non è finito come il dovere,
  • momento della finzione (irreale) in cui l’individuo esce dalla realtà per crearsi il suo mondo (il gioco diventa realtà) l’individuo è presente adesso (nel gioco) non ieri né domani, ha un tempo suo in questo spazio che non corrisponde al tempo reale
  • momento dell’ambivalenza: il gioco ha sempre più di un senso. Spesso è simbolico fra piacere reale, ridere, paura.
  • un gioco si svolge all’interno di uno spazio suo (regole del gioco, spazio fisico del gioco)

Secondo J.Huitzinga[4] il grande filosofo storico olandese, quest’attività:

  • è una funzione che contiene senso,
  • è un intermezzo della vita quotidiana, è accompagnamento, complemento e parte della vita in  generale,
  • è indispensabile all’individuo in quanto funzione biologica e indispensabile alla comunità in quanto funzione culturale,
  • ha un svolgimento proprio e un senso in sé, comincia, ed a un certo momento è finito. Può essere ripetuto,
  • l’arena, il tavolino da gioco, il cerchio magico, il tempio, tutti sono per forma e funzione dei luoghi di gioco, cioè spazio delimitato, luoghi segregati, cintati,
  • realizza nel mondo imperfetto e nella vita confusa una perfezione temporanea limitata,
  • mette alla prova la forza del giocatore, il suo vigore fisico, la sua perseveranza la sua  ingegnosità,
  • il suo coraggio, la sua resistenza e la sua forza morale.

Roger Callois dà 6 definizioni di gioco:

  • un’attività libera alla quale il giocatore non può essere costretto senza
  • che il gioco perda il suo divertimento e la sua attrazione.
  • un’attività separata che si svolge all’interno di limiti precisi e prestabiliti di spazio e tempo.
  • un’ attività incerta il cui svolgimento e risultato non è determinabile dall’inizio, perché nonostante ci sia la costrizione di arrivare a un risultato, bisogna necessariamente lasciare una certa  autonomia al giocatore.
  • un’attività improduttiva che non crea né ricchezza né prodotti né altri
  • elementi nuovi e che, a parte uno spostamento della proprietà
  • all’interno della cerchia dei giocatori, finisce in una situazione identica
  • a quella dell’inizio del gioco.
  • un’attività regolata, sottomessa a convenzioni che annullano le leggi
  • vigenti per un momento e introducono una nuova legislazione
  • generale.
  • un’attività fittizia che viene accompagnata da una specifica coscienza
  • di una seconda realtà o una non-realtà libera in relazione alla vita
  • quotidiana.

La sociologa tedesca Elke CALLIES[5]definisce il gioco invece come:

  • un atteggiamento interiore, spontaneo e  fine a se stesso,
  • è libero; la decisione se piace o no spetta unicamente all’individuo.
  • confronto con l’ambiente: è un atteggiamento attivo, espressivo e concreto
  • esperienza concreta che parte dalla progettazione per arrivare alla realizzazione
  • atmosfera rilassata in cui tensione e rilassamento si alternano per creare (se equilibrati) uno stato di felicità.
  • momento di espressione delle proprie emozioni e sensazioni.

L’approccio biologista è sviluppato da etologi che definiscono il gioco come preparazione alla vita da adulto. La nozione del gioco ricopre diverse realtà: il gioco è un segno e un mezzo di sviluppo del bambino e luogo dell’espressione dell’inconscio, mezzo di apprendimento e fonte di piacere. Il gioco può essere spontaneo o fatto di regole, utilizza “gli oggetti per giocare” cioè i giocattoli ma anche i corpi, lo spazio e la natura.


[1]D.W.Winnicott, Gioco e realtà, Roma, Armando 1974.

[2]PARLEBAS P., Les jeux du patrimoine, Ed. EPS 1989, “il gioco interviene spesso come una ritualizzazione della violenza. Le situazioni ludiche fanno passare a turno dall’aggressore all’aggredito. Questo rovesciamento dei ruoli, che appartiene alla grammatica del gioco è molto interessante dal punto di vista pedagogico.” (ns.trad.)

[3] SCHEUERL H., Das Spiel, Berlin 1968.

[4]CECCHINI A., Ancora homo ludens in: AAVV: Giochi di simulazione, Ed Zanichelli, Milano 1987.

[5]CALLIES E.,  Spielen, ein didaktisches Instrument für soziales Lernen in der Schule? 1976.

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Commenti su: "Che cos’è il gioco?" (1)

  1. L’ha ribloggato su Linguaculture.

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