movimenti per la mente in movimento

L’IMPORTANZA DELLA PERCEZIONE SENSORIALE PER LO SVILUPPO PSICOFISICO

La nostra memoria assorbe attraverso l’udito il 20 % , attraverso la vista il 50%, attraverso la comunicazione verbale il 70% e attraverso il fare il 90% delle informazioni. Attraverso il fare abbiamo la più alta possibilità di memorizzare ciò che apprendiamo. Nel giocare, nel

partecipare e nel mostrare memorizziamo l’esperienza e l’appreso. Quando lo svolgimento di un azione è immagazzinata nella nostra memoria possiamo giocare più disinvolti senza dover pensare al prossimo passo da fare. Perciò i giochi e lo svolgimento di essi divertono di più quando l’azione è conosciuto e chiaro per tutti.

Quando tutti i sensi sono ben coordinati e unificati in un gioco d’insiemi, l’uomo è ricettivo e pronto ad imparare. Le conseguenze di una percezione disturbata possono essere un comportamento disadattato, di irrequietezza, uno sviluppo del linguaggio ritardato o mal sviluppato e disturbi di concentrazione.

Persone con disturbi percettivi possono essere appariscenti con un atteggiamento impertinente, senza distacco ed aggressivo.

I sentimenti non vengono espressi o vengono espressi male. Ciò dipende da una mancanza di stimoli sensoriali e di conseguenza i sentimenti mal interpretati trovano sfogo in aggressioni, paure e insicurezza. Persone con disturbi percettivi possono accettare male il contatto fisico. Hanno paura del contatto, per esempio provano disgusto o si rifiutano di toccare le cose umide o scivolose. La percezione delle persone con handicap psicofisico è spesso mal sviluppato o addirittura disturbato. La causa può essere una mancanza di ossigeno durante la nascita o una relazione disturbata tra madre e figlio già nella fase prenatale (per es.: la madre rifiuta il bambino nel grembo), oppure una trascuratezza dei sensi. La percezione è strettamente collegata con la memoria che favorisce la capacità di apprendimento.

IL TATTO

Attraverso la percezione corporea si sviluppano altri funzioni come la comunicazione, la motricità fi ne, la coordinazione occhio-mano. Attraverso il contatto fisico si stabilisce l’equilibrio psichico e si trasmette sicurezza. Toccare e tastare sviluppa la sensibilità soprattutto nella bocca, nelle mani, dita e pelle. Il semplice tocco aumenta la produzione di un determinato ormone nel cervello – il fattore della crescita dei nervi – che attiva il sistema nervoso e in particolare lo sviluppo delle reti neurali. La mancanza di contatto diminuisce le reazioni mentali e motori. La pelle è un sistema di allarme per il corpo. La pelle protegge il corpo da calore, freddo dolore ecc.

Nella nostra società il toccare è anche tabù. Si raccomanda già ai bambini piccoli: “non toccare!” Tuttavia se vediamo un pulcino e ci immaginiamo che è morbido e caldo, voliamo toccarlo. Non possiamo vedere se una cosa è calda o soffi ce. Toccare è molto importante per la vista. Vediamo quindi con le mani. Le mani e la bocca hanno più recettori che le altri parti del corpo. Ogni volta quando il tocco viene combinato con gli altri sensi, una parte più ampia del cervello viene attivata e si creano più reti neurali. In questo modo si libera una parte maggiore del potenziale di apprendimento. L’apprendimento viene stimolato attraverso il tocco. Quando vogliamo ancorare nuovi processi di apprendimento è bene farlo con un leggero tocco sulla spalle o il braccio della persona in apprendimento.

LA VISTA

Come già detto tutti i sensi devono collaborare per garantire una percezione globale. Nonostante ciò la vista viene considerata come senso più importante della percezione. Solo 10 % del vedere però avviene attraverso l’occhio. Gli altri 90% avvengono nel cervello in associazione con il tatto e i recettori muscolari. Quando il neonato tocca tutto intorno a sé, impara tutto sulle strutture le forme e i colori. Mette le cose in bocca per “sentirle”. Un immagine visuale completa si crea solo all’età di 8 mesi. Molte persone “normali” hanno disturbi di percezione visiva. Guardano in modo distratto o non osservano bene. Per una persona con handicap psicofisico è ancora più difficile vedere bene, perché percepisce il suo ambiente in modo meno differenziato a causa dei disturbi cerebrali.

Persone con difetti visivi e handicap psicofisico hanno difficoltà ad orientarsi nello spazio e di conseguenza si verifica un insicurezza nel camminare. Queste persone tendono nelle attività ludiche comuni a disturbare o a isolarsi.

L’UDITO

La nostra società considera l’udito il canale di percezione al secondo posto dopo la vista. L’udito si sviluppa nella 12. settimana nel grembo materno. Dal 5. mese il feto reagisce già ai suoni esterni. L’ascolto è preliminare per il parlare. Perché bambini con disturbi uditivi possono aver grande difficoltà nell’imparare a parlare e a livello scolastico anche con la lettura e la scrittura.

Siamo in continuazione esposti ai rumori perché non possiamo “chiudere” le orecchie come possiamo fare con gli occhi. Assorbiamo tutto senza filtro. Troppi rumori causano disturbi di concentrazione. In grandi spazi chiusi e mal sonorizzati come per esempio nelle aule scolastiche, sale mense e saloni di case di riposo, ci innervosiamo più facilmente quando il livello di rumore è troppo confusionale. Questo fenomeno è ancora più accentuato per le persone con disturbi uditivi degenerativi. Un continuo rumore nella frequenza delle tonalità alte (discoteche) disturba le membrane fini all’interno dell’orecchio. Ciò porta ad un abbassamento dell’udito, che può creare disturbi di equilibrio e un isolamento dell’individuo dal suo ambiente circostante. Quando si rimprovera una persona anziana o con handicap psicofisico e con problemi di udito “cosa ti ho detto, non ascolti mai?” o frasi simili che mirano alla capacità di ascolto si possono creare dei malintesi. Questa persona non si sente capita e accettata e può reagire in modo aggressiva o chiudersi in sé stessa.

L’OLFATTO E IL GUSTO

L’olfatto e il gusto vengono considerati comunemente i canali sensoriali minori. A livello cerebrale sono strettamente collegati con le reazioni istintive. Fin dalla nascita l’olfatto è sviluppato molto bene, un neonato di 6 settimane riconosce il seno di sua madre al l’olfatto. L’olfatto e il gusto sono strettamente collegati. Con il palato possiamo solo distinguere 3 gusti: acido, salato e dolce. Tutte le altre differenziazioni del gusto dipendono dall’olfatto. Quando mangiamo non ci saziamo solo ma il gusto e l’odore ci stimolano e ci procurano un piacere del cibo. L’olfatto da una parte ci trasmette piacere (fiori, profumo, frutta), dall’altra parte ci crea repulsione (rifiuti, gas di scarico, gli escrementi). L’olfatto e il gusto sono anche un sistema di allarme per il nostro corpo. L’incendio i sente attraverso l’odore e innesca così il sistema di allarme. Gli animali sentono il pericolo attraverso gli ormoni della paura – i feromoni – . Anche l’uomo ha questa capacità solo che è più sepolta a causa del sovraccarico di stimoli olfattivi di cui siamo invasi quotidianamente. L’amaro di un cibo fa innescare il sistema di allarme perché potrebbe essere velenoso. Molte piante velenose nella natura hanno un gusto amaro. Ugualmente ci segnala un cibo acido che il frutto non potrebbe essere maturo. Quando questi due sensi sono disturbati o danneggiati l’individuo comincia dare meno importanza alla qualità e consistenza del cibo fi no alla totale negligenza. Questo fatto comporta il rischio che il corpo non riceve più il nutrimento necessario per mantenere un equilibrio psicofisico e ciò può provocare disturbi di percezione e di apprendimento.

Il bambino piccolo e’ un esploratore innato, che usa tutti i suoi sensi per appropriarsi del mondo. Il tatto, l’olfatto e il gusto, sono strumenti essenziali nel suo processo conoscitivo, e tali sensi “corporei” non diminuirebbero di fatto la loro funzionalità se non fossero “uniformizzati” durante la crescita. Per l’adulto invece l’olfatto e il gusto non sono valorizzati come l’udito e la vista, e vengono usati solo inconsciamente per una prima valutazione delle cose.

PERCHÉ USARE I GIOCHI NELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE?

Secondo noi educazione ambientale significa prima di tutto e prima di ogni apprendimento nozionistico, rieducare all’uso dei 5 sensi, verso una percezione piu’ ampia e profonda. Se vogliamo cambiare qualcosa nel nostro rapporto con l’ambiente – urbano e naturale – dobbiamo cambiare prima noi stessi, e aprirci ad accogliere soprattutto gli aspetti positivi: la forza delicata di un fiore spuntato tra il cemento, la melodia del canto di un merlo in mezzo al traffico assordante, o meglio ancora il ritmo delle onde del mare, i mille suoni nascosti della foresta.

Percepire la natura significa immedesimarsi con essa, senza accorgersi del passare del tempo, raccolti in noi stessi ma completamente aperti ad ogni sua manifestazione. Abituati come siamo ad urlare ed usare i

gomiti per raggiungere i primi posti, in quest’ambito invece ritorniamo umili ed impariamo a concentrarci nel silenzio.

Giocando si impara, si esperimentano le proprie capacità e limiti, si simula la realtà e di conseguenza si riesce a valutare meglio le diverse situazioni della vita. Il gioco rende autonomi e richiede sempre decisioni autonome. Attraverso il gioco si costituisce la propria individualità e fiducia in se stessi, e si diventa più critici.

Il gioco deve essere liberato dall’aspetto produttivo. La competitività del tipo “vince chi” non ha spazio in un discorso di educazione ambientale che focalizza la sensibilizzazione e mira al cambiamento di atteggiamenti.

La competizione difficilmente può aiutare a risvegliare ed affinare i sensi: quando siamo presi dal dover vincere non possiamo concentrarci sulla percezione dei sensi; dalla sconfitta deriva un senso di frustrazione ed esclusione e, con l’accumulo di sconfitte, perdiamo anche la voglia di continuare a giocare”.

Il nostro intento è di liberare il gioco dalla nicchia ristretta dei bambini. Siamo convinte, dopo le esperienze di tanti stages con adulti, che, un apprendimento profondo mirato al cambiamento, passa innanzitutto attraverso canali emotivi e percettivi oltre che cognitivi. Forse l’adulto, ancor piu’ del bambino, ha bisogno di prendere consapevolezza dell’ambiente circostante, dimenticando la razionalità e lasciando spazio ai sensi. Si tratta di un apprendimento integrale, che mira al coinvolgimento dell’intera persona e che non si limita al semplice

messaggio trasmesso dalle parole.

L’APPRENDIMENTO COME STIMOLO

L’educazione dovrebbe orientarsi non soltanto ai valori puramente intellettuali. La chance di un cambiamento sta nel liberare il gioco dai suoi valori disprezzati nel passato, e riconoscere la loro utilità nell’apprendimento integrale. Attualmente nell’apprendimento esiste una scissione tra cultura intellettuale e cultura emotiva. Tutto ciò che è emotivo come la gioia, la rabbia, la noia e il piacere, viene lasciato fuori dalla porta scolastica e formativa. L’apprendimento e’ “un saper fare” ma non arriva poi a “un saper essere”, cosa che significherebbe l’integrazione di tutti i lati della persona, e quindi dei suoi fattori emotivi, legati a quelli sensoriali.

Le più recenti ricerche in merito hanno dimostrato che la cultura emotiva e’ determinante perché e’ la molla che fa’ scattare il meccanismo per l’apprendimento di qualsiasi cosa. Una cosa studiata con passione ed interesse rimane impressa per tutta la vita, mentre quello che viene imparato a memoria sparisce nel nulla dopo poco tempo.

Spesso nei nostri corsi di formazione con insegnanti ci sentiamo dire che manca il tempo e non c’è

abbastanza spazio nella programmazione per far giocare i ragazzi o per inserire esperienze diverse. Questo vale specialmente per la Scuola Media e le Superiori.

In questo caso l’errore di fondo sta’ nel pensare che una persona possa imparare ed abbia il cervello libero in qualsiasi momento, e che sia sempre interamente disponibile ad assorbire informazioni cognitive, indipendentemente dal suo stato emotivo. Sappiamo invece, ad esempio, di quanto sia difficile, anche solo leggere il giornale, se la nostra mente e’ occupata da preoccupazioni. Quella che viene normalmente considerato una distrazione irrilevante, e a cui si passa sopra come se non esistesse, viene individuata, ad un attento esame, come il maggior impedimento nel processo di apprendimento nozionistico.

E allora come uscire da questa trappola che non ci fa considerare i fattori emotivi, che comunque ostacolano l’apprendimento?

Il primo rimedio potrebbe essere di lasciar spazio alla fuoriuscita e alla verbalizzazione dei fattori emotivi, cosa che, anche se può sembrare rubare tempo al programma, alla fine invece costituisce un risparmio di tempo e, specialmente, di energia. Il secondo rimedio e’ invece, secondo noi, creare una programmazione che, fin dall’inizio tenga conto della cultura emotiva degli allievi (bambini e adulti).

Anche materie apparentemente cosi noiose come matematica o scienze, possono essere esposte in maniera da catturare l’attenzione di tutti. La visualizzazione, anche quella corporea, può essere un valido aiuto. Il significato di catena alimentare puo’ essere fatto studiare ai ragazzi leggendo il libro di scienze da pag. …. a pag. – e il contenuto sara’ probabilmente dimenticato dopo l’interrogazione – oppure può essere espresso e sperimentato attraverso la drammatizzazione. In questo caso i ragazzi che l’avranno vissuto con divertimento

e piacere non si scorderanno più dei concetti acquisiti.

Il punto di partenza di questo percorso di apprendimento integrale e’ lo stimolo dell’entusiasmo, creando un clima di gruppo che permetta tranquillamente di esprimersi e familiarizzare con gli altri e l’ambiente circostante.

Si passa poi ad una seconda fase, di concentrazione, di raccoglimento e di calma, che permette di entrare in contatto con le proprie emozioni.

A questo segue la fase dell’esperienza diretta e dell’esplorazione, in cui ognuno, con attenta curiosità, indaga l’ambiente circostante. Soltanto dopo questi passaggi e’ possibile arrivare a far partecipare anche gli altri alle proprie esperienze, attraverso un momento più razionale, che permetta anche conclusioni successive alle osservazioni effettuate e lo sviluppo delle strategie possibili per un cambiamento positivo.

Tutto questo presuppone un atteggiamento di equivalenza da parte dell’animatore nei confronti dei

partecipanti: non si tratta di uguaglianza, perché il vissuto di ciascuno e’ differente, e non per questo migliore o peggiore, ma piuttosto e’ equivalente.

Ruolo dell’animatore e’ quindi quello di facilitare, agevolando l’attuazione delle esperienze e delle attività proposte, a cui lui stesso partecipa attivamente, divenendo così parte integrale del gruppo.

Ne risulta un mutuo apprendimento, da parte di tutti i partecipanti alle attività, animatore compreso.

Fonti: Sigrid Loos Laura dell’Aquila: Naturalmente giocando, EGA, Torino 1993

Sigrid Loos, Ute Hoinkis: Handicap? Anche noi giochiamo, EGA, Torino 2001
(i libri fuori catalogo possono essere acquistati direttamente dal sito www.sigridloos.com)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: