movimenti per la mente in movimento

La vita di un bambino oggi è spesso un continuo muoversi tra spazi chiusi e organizzati da adulti: casa, scuola, palestra e anche i tragitti si fanno in macchina. E’ invece importante tornare a vivere gli spazi all’aria aperta, sia per la loro salute sia per la loro crescita.

Il nostro stile di vita, soprattutto per chi vive nelle grandi città, penalizza le uscite al parco, i genitori non hanno spesso tempo, e le scuole preferiscono fanno trascorrere l’intervallo in classe, Niente di più sbagliato!

Purtroppo il   gioco, come approccio ludico- didattico di gruppo e come mezzo per  fare esperienze concrete,  sta scomparendo dalla vita dei bambini, lasciando il posto ai mezzi tecnologici bidimensionali che limitano notevolmente lo sviluppo sensoriale e motorio.

Il gioco è una dimensione  naturale nel l bambino. Nel gioco tridimensionale in un ambiente naturale il bambino può sviluppare i suoi sensi, affinando e creando così una base solida per l’apprendimento scolastico. Maria Montessori ha già constatato, negli anni trenta,   che possiamo trasferire su carta solo ciò che abbiamo sperimentato con il corpo nel mondo tridimensionale. I mezzi tecnologici non sono in grado di fornire le informazioni necessarie ai 5 sensi. Considerando che la  vista per esempio è costituita al 90% da informazioni provenienti da altri sensi e solo al 10 % dalle informazioni provenienti dalla meccanica degli occhi, allora possiamo affermare l’importanza delle esperienze  concrete nel mondo tridimensionale per poter crearci una base solida funzionale per l’ apprendimento scolastico.

Giocare nella natura  scoprendo sensazioni tattili, suoni, odori e gusti, imparando a distinguere le mille sfumature di colori che la natura ci offre, favorisce una buona integrazione dei sensi.

Le uscite all’aria aperta non sono un semplice sfogo o un momento di gioco sostituibile con attività al chiuso, ma un vero e proprio momento di formazione: amplifica i sensi(soprattutto nei primi anni di vita, il bambino ha bisogno di passare più tempo possibile all’aperto per sviluppare i muscolare oculari e il senso della vista)  e la capacità di osservazione, è fonte di esperienze impossibili in casa o in aula, stimola la curiosità.

Ci sono differenze importanti tra i bambini dell’attuale generazione e quelle precedenti, in modo particolare quelle tra gli anni ’50-’70, in cui i bambini avevano possibilità di giocare all’aperto in modo completamente autogestito, al di fuori del controllo genitoriale.

Le nostre case, ormai, sono sempre meno a misura di bambino, gli spazi sono spesso inadatti, troppo piccoli perché i bambini possano usarli per sperimentare le loro abilità motorie.

Scoprire il mondo esterno significa camminare, saltare, arrampicarsi e fare tutta una serie di movimenti che negli spazi chiusi sono preclusi, ma che sono fondamentali per conoscersi e acquisire sicurezza.

Correre qualche rischio è propedeutico, da un lato perché aiuta a gestirsi in maniera autonoma e dall’altro perché insegna a valutare le diverse situazioni, per il bambino è fondamentale poter cadere e scoprire la sua capacità di orientarsi nello spazio, fidandosi di se stesso e della sua capacità di rialzarsi. 

Recentemente nascono esperienze lodevoli, come le scuole d’ infanzia nel bosco per esempio. Queste  iniziative,  piuttosto rare, indicano una svolta  di tendenza,  un segnale di una nuova consapevolezza e soprattutto la  necessità di recuperare anche a livello educativo una dimensione più  naturale nella prima infanzia.

Uno studio recente di un gruppo di ricercatori canadesi ha rilevato il cambiamento generazionale rispetto al gioco all’ area aperta. Sono stati messi a confronto 3 generazioni e le loro abitudini di giocare.

I nonni (oggi tra i 60 e i 80 anni) consideravano tutte le attività all’ area aperta come gioco,  anche piantare   le fragole o raccogliere le patate era piuttosto vissuto come gioco anziché lavoro. La curiosità e il senso di esplorazione erano il motore principale per appropriarsi delle funzioni del mondo esterno.

I genitori (fra i trentacinque e cinquanta anni) vivevano il gioco  già più come passatempo,  vivevano meno in contesti rurali e il gioco era più considerato uno sfogo o la possibilità di stare con i compagni in contesti semi urbanizzati. I figli di questi genitori (tra gli 8 e i 12 anni) passavano la maggior parte del loro tempo davanti a tv, pc o smartphone a giocare ai videogiochi.  Il gioco di gruppo era ridotto a poche ore settimanali di sport organizzati.

È notevole come le abitudini di gioco siano cambiati nel arco di 60 anni.

Perciò è così importante mantenere viva  la voglia di scoprire e giocare nella natura, ricollegandosi a quelle esperienze  naturali necessarie ad una educazione globale.

Per saperne di più ti consiglio il seguente libro:

Sigrid Loos e Laura Dell’Aquila
Giochiamo? Naturalmente!
Giochi ed attività alla scoperta dell’ambiente attraverso i 5 sensi
Notes Edizioni, Torino 2017

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