movimenti per la mente in movimento

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L’arte del Disegno a Specchio porta armonia emozionale in pazienti affetti da ictus

La stanza degli ospiti
Liisa Korhonen, Helsinki, Finlandia, Insegnante di Brain Gym® 

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Nel 2014 ho  partecipato ad un corso a Helsinki sul disegnare a due mani chiamato Double Doodle Play, una finestra per la visione integrata¹, gestita da Glenys Leadbeater della Nuova Zelanda. Durante il corso Glenys, ci raccontò che, come infermiera, usava spesso il Disegno a Specchio come strumento riabilitativo. Così, seguendo il suo esempio, ho cominciato a disegnare a due mani con mia sorella più giovane. Ritva ha 68 anni e dopo un ictus, nel 2010, le è stata diagnosticata l’emiplegia, l’afasia, l’epilessia e quant’altro. Dato che ha perso la sua lingua madre, il finlandese, parla ora in “emozionalese”.

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Ho scelto per il nostro lavoro dei fogli robusti del formato 56 x 65 cm. Mentre Ritva usa la matita o il pennello nella mano sinistra, io guido la sua mano destra per specchiare ciò che lei disegna. Ora potevo comprendere meglio l’importanza del tracciare segni di cui Gail Dennison parla nel manuale del corso del Disegno a Specchio. In questo caso direi che l’attività più costruttiva stava nella nostra pianificazione ed esecuzione del movimento. Questa prima immagine è stata realizzata nel 2014 e da allora abbiamo continuato a disegnare a specchio.

Il nostro passo successivo era il gioco dei nove punti (entrambe le immagini sono state disegnate nel  febbraio 2015). Per iniziare:

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distribuisco nove punti in modo simmetrico sul foglio. In seguito cominciamo a “negoziare” le direzioni. Proseguiamo in questo modo su metà del foglio, poi giro il foglio per alleviare la tensione del braccio destro di Ritva e continuiamo sull’altra metà del foglio. Nei prodotti finali si possono vedere i contributi di Ritva in diagonale.

Per un certo tempo, l’aspetto emozionale del tracciare segni divenne dominante. Ritva è diventata autocritica e, dal momento che lei voleva evitare degli stati d’animo negativi, la sua volontà di disegnare a specchio si placava.

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“Perché il cambiamento delle lettere provoca così tanto sentimento?” ha chiesto un giornalista quando la televisione finlandese ha mostrato l’ultima modifica di tipo di caratteri per le scuole. Il progettista dei caratteri si riferiva all’esperienza personale che dura tutta la vita nell’usare i caratteri nella scrittura a mano.

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Scrivere crea una relazione intima con segni e lettere e di conseguenza con tutta l’umanità, dice Gail Dennison nel manuale. Dopo la mia esperienza con Ritva vedrei anche lo sviluppo emozionale come aspetto indipendente in questo processo del Disegno a Specchio.

In maggio l’uso di grandi pennelli e delle tempere ha apportato un cambiamento positivo ai lavori del Disegno a Specchio di Ritva. Come potete constatare, i disegno sono diventati più armonici.

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Questa armonia dei nove punti è stata accompagnata da un atteggiamento generale più positivo. Se Ritva si sentiva sola e mi chiamava per lamentarsi, accettava  sempre la mia risposta, lei era l’unica persona che poteva controllare le sue emozioni. Secondo i suoi amici il suo “emoziona lese” è diventato più sfumato.

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In luglio abbiamo fatto il nostro primo ritratto di un viso molto espressivo. E’ stato il mio compleanno ,tutti e due eravamo di buon umore, ciò si riflette nel volto che abbiamo disegnato.

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I nove punti di luglio mostrano anche dei cambiamenti consistenti. Sono contenta di poter dire che l’effetto equilibrante del Double Doodle Play continua ad aver un impatto positivo sull’umore di Ritva anche se non abbiamo molto tempo di disegnare a due mani.

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Credo che il piacere di guardare degli oggetti belli, infatti tutti gli oggetti, continua a crescere per lei e per me.

Grazie di cuore Gail e Glenys!

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Liisa Korhonen ha 76 anni ed è un insegnante di Brain Gym e una psicologa a Helsinki, Finlandia. Liisa dice: “Brain Gym è stato la mia passione fin dal 1990 e il corso del Double Doodle Play è la mia ultima. Mi piace particolarmente perché ci dà la possibilità di praticare uno stato libero dallo stress.”

Il Disegno a Specchio fa parte delle 26 attività descritte del libro Brain Gym Impara a muoverti, muoviti per imparare di Paul e Gail Dennison, edito da Tigulliana Edizioni, 2014

© 2015 Liisa Korhonen, tutti i diritti sono riservati.

¹questo corso è stato sviluppato da Gail Dennison e fa parte del percorso di formazione della Kinesiologia educativa (Edu-K)

Questo articolo è stato pubblicato in inglese su Hearts at Play. Ringrazio l’autrice e Gail Dennison per il  permesso di tradurlo e pubblicarlo sul mio blog.

L’OTTO DELL’INFINITO, PIÙ DI UN SEMPLICE ESERCIZIO DI BRAIN GYM®

di Christian Dillinger, International Faculty Austria
Presentazione del suo intervento durante la Conferenza internazionale di Kinesiologia a Banff, Canada, Settembre 2015
traduzione: Sigrid Loos

Cristian Dillinger ha studiato scienze dello sport e del movimento all’Università di Graz, Austria. E’ istruttore di Touch for Health, docente di Hyperton X e membro della Facoltà internazionale della Educational Kinesiology Foundation per l’Austria. Nel suo studio pratica la terapia cranio-sacrale secondo Upledger, la manipolazione viscerale secondo Barral e la fisioterapia educativa (Immaginazione affettiva guidata). E’ il Presidente dell’Associazione di Kinesiologia professionale dell’Austria (OBK) e il direttore dell’Istituto Moving a Graz

L’otto dell’infinito è più di un semplice esercizio di Brain Gym

  • Il simbolo dell’infinito è un simbolo matematico
  • La lettera X si è trasformata in un nodo
  • Il punto d’incrocio di due archi
  • Una simmetrica pista di corsa giocattolo che cambia direzione facendo un’inversione verso sinistra, attraversando la propria strada per fare un inversione verso destra.
  • L’attraversamento della linea mediana visiva
  • Due anelli nuziali connessi simboleggianti il legame matrimoniale
  • Gli otto tibetani stimolano il flusso libero dell’energia
  • I lacci delle scarpe simboleggiano il sostegno nel movimento
  • Un papillon dello smoking per il ballo dell’opera
  • Un simbolo per la connessione e la collaborazione tra i due emisferi del cervello
  • Un simbolo per la connessione e la collaborazione tra i lati destro e sinistro del corpo
  • indirizza tutte le aree del cervello coinvolgendo il campo visivo completo

Molte immagini ci accompagnano (a volte in modo simbolico) quando disegniamo un otto dell’infinito. Possiamo incontrare questa forma in vari contesti, in particolare quando è implicata una connessione di due parti con l’attraversamento della linea mediana uditiva, cinestesica e visiva. Un riequilibrio kinesiologico mira alla collaborazione tra i due emisferi e i due lati del corpo; nello stesso tempo si focalizza sull’integrazione fisica dell’obiettivo, che viene rinforzato dall’otto dell’infinito. Sei paia di muscoli, dietro al bulbo oculare, dirigono lo sguardo degli occhi in diverse direzioni, e fanno si che gli occhi focalizzino, in modo sincronizzato, un obiettivo comune. Le attività che precedono un riequilibrio kinesiologico possono evidenziare quando gli occhi non sono sincronizzati. Mentre un occhio focalizza l’obiettivo, l’altro non collabora. In situazioni di stress, sembra che solo un occhio possa gestire la situazione elaborando le informazioni visive legate allo stress, mentre l’altro occhio non partecipa.

L’otto dell’infinito allena perfettamente la coordinazione dei due occhi

L’otto dell’infinito mette in contatto e collega due sistemi; non ha né inizio né fine, perciò rinforza un continuo flusso di movimento. La figura a otto sostiene l’integrazione delle lettere nel flusso della parola, migliorando la cooperazione di entrambi gli occhi, delle braccia e delle mani, e rende possibile la riflessione sulle parole, tra l’emisfero sinistro e l’emisfero destro.

Un fenomeno: uno sguardo sull’organizzazione interiore di una persona

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Fenomeno: il ragazzo guarda l’immagine solo con’l’occhio destro. La ‘presa forzata’ è segno di una compensazione monolaterale.

Osservare un fenomeno manifestarsi è una vera rivelazione. Quando vediamo  un bambino disegnare un otto dell’infinito, possiamo osservare diverse caratteristiche legate alla coordinazione del movimento.

Entriamo nel cuore di diversi stadi dello sviluppo evolutivo. Un bambino che è stato certificato maturo per la scuola, ha veramente raggiunto le competenze cognitive che gli permettono di interpretare le parole in modo soddisfacente per poter svolgere i compiti richiesti? Le competenze della motricità fine del bambino, sono sviluppate al punto di permettergli l’apprendimento della scrittura? E tanto da permettergli di svolgere il compito dello scrivere? E’ in possesso di una percezione sufficiente perché possa elaborare i numeri?

Guardando un bambino disegnare il simbolo dell’infinito,  possiamo perfettamente osservare il suo stato di coordinazione, così come il suo stato di sviluppo della memoria esplicita (dichiarativa) e implicita (procedurale). La nostra esperienza kinesiologica, ci insegna che possiamo sostenere questo sviluppo applicando gli esercizi dell’otto dell’infinito.

Le competenze scolastiche: leggere, scrivere e contare possono essere rinforzati dall’otto dell’infinito

Coordinazione del movimento: come organizziamo i nostri movimenti e le nostre azioni?

L'esercizio consiste nel disegnare un otto dell'infinito senza fermarsi. L'alunno gira il foglio nella direzione sbagliata e in questo modo diventa impossibile di disegnare l'otto dell'infinito su tutto il foglio. Possiamo presumere che ci sia un problema nel attraversare la linea mediana visiva.. Il pollice è molto rigido che indica che lo studente usa la mano "sbagliata" per scrivere. Non c'è flusso nel movimento.

L’esercizio consiste nel disegnare un otto dell’infinito senza fermarsi. L’alunno gira il foglio nella direzione sbagliata e in questo modo diventa impossibile di disegnare l’otto dell’infinito su tutto il foglio. Possiamo presumere che ci sia un problema nel attraversare la linea mediana visiva.. Il pollice è molto rigido che indica che lo studente usa la mano “sbagliata” per scrivere. Non c’è flusso nel movimento.

La coordinazione del movimento e l’ordine e l’organizzazione delle azioni motorie orientate verso un obiettivo o uno scopo specifico. (Mainel 1977)

L’ordine significa, in questo contesto, la congruenza di tutti i parametri motori nella rispettiva situazione.

Nel caso della lettura, della scrittura e dell’aritmetica, ciò corrisponde alla capacità di comprensione, di espressione, senso dello spazio e capacità di astrazione dei numeri  Esaminiamo il concetto della coordinazione motoria in relazione alle competenze scolastiche sopra elencate tenendo conto dello stato di sviluppo in base all’età.

La coordinazione motoria adeguata all’età, viene definita come collaborazione armoniosa ed altamente efficiente dei muscoli, dei nervi e dei sensi, che si traduce in azioni motorie equilibrate, così come nelle reazioni rapide, in risposta a situazioni specifiche (riflessi motori) – Kiphart 1982.

Considerando i compiti sopraindicati, uno studente deve aver avviluppato certe capacità per poter eseguire le competenze scolastiche.

Il termine “caratteristiche coordinative” è stato coniato per rendere più comprensibili tratti specifici all’interno della molteplicità dei diversi aspetti motori.

Quali di queste caratteristiche sono importanti affinché una persona possa con facilità leggere, scrivere e fare calcoli? Esistono altre caratteristiche oltre a queste cinque elencate.

Ritmo del movimento: per poter attribuire un significato alle parole scritte, lette e pronunciate, è necessario possedere un determinato ritmo individuale, come ad esempio l’intonazione nel parlare.

Flusso del movimento: necessità di connettere/formare sillabe e parole per comprendere ciò che si sta leggendo, scrivendo o recitando.

Velocità del movimento: aumentare gradualmente la velocità per arrivare ad una lettura fluida, ad una scrittura scorrevole e ad un’adeguata velocità nell’eseguire i calcoli.

Precisione del movimento: ogni singola parola, all’interno di una frase, è propriamente allineata ed è leggibile, sia per chi scrive sia per chi legge. Le regole di ordine ed orientamento sono riconoscibili.

Consistenza del movimento: la grandezza e l’ampiezza delle lettere diventano più costanti con l’età e la maturità. Questo è di aiuto ad un modello organizzativo; le forme costanti possono essere create e rappresentate. Le correzioni, inizialmente esagerate, risultanti in una calligrafia irregolare, diventano meno evidenti; il movimento diventa più armonioso ed uniforme.

Le competenze della motricità fine si sviluppano prima nelle femmine. I maschi hanno la tendenza ad acquisire le competenze della scrittura implicando i muscoli delle spalle e del braccio, anziché usare i movimenti delle dita e del polso. Questo sembra essere un modo più difficile per acquisire le competenze della scrittura, perché i movimenti che partono dalle grandi articolazioni delle parti superiori del corpo, non possono essere coordinate così precisamente come quelli che partono dalle dita e dal polso.

Lo sviluppo delle competenze della letto-scrittura

“Transfer negativo” nel cambiare le direzioni delle curve. La curva destra viene anticipata e “disturba”, perciò non è possibile disegnare prima una curva verso sinistra.

“Transfer negativo” nel cambiare le direzioni delle curve. La curva destra viene anticipata e “disturba”, perciò non è possibile disegnare prima una curva verso sinistra.

Nella fase iniziale della lettura, l’indice del bambino scivola sulla linea e guida gli occhi nel passaggio da lettera a lettera. Nella seconda fase, gli occhi tracciano la linea senza l’aiuto del dito. Il bambino impara gradualmente a comprendere le parole intere. Per fare ciò, il bambino deve aver sviluppato la capacità di creare un’immagine mentale delle sillabe o delle parole intere; inoltre, deve possedere una percezione spaziale per poter comprendere i numeri e le proporzioni.

Gli otto dell’infinito, disegnati dagli alunni nei progetti da me guidati a scuola, evidenziano che quei bambini, dichiarati pronti per la scolarizzazione, non erano capaci di disegnare un otto dell’infinito correttamente neanche dopo sei mesi di scuola. Ciò indica che questo tipo di movimento non è ancora fissato e immagazzinato nell’area della memoria motoria del cervello.

Talvolta  si può osservare come il movimento dell’otto dell’infinito può essere completato con successo per varie volte di seguito, ma non con la stessa consistenza e qualità: questo significa che è necessaria una pratica continua.

Stili e canali di apprendimento: visivo/uditivo/cinestesico

L’otto dell’infinito disegnato con la mano sbagliata e ad occhi chiusi evidenzia lo stato evolutivo, la rappresentazione interiore del movimento nella memoria infantile.

L’otto dell’infinito disegnato con la mano sbagliata e ad occhi chiusi evidenzia lo stato evolutivo, la rappresentazione interiore del movimento nella memoria infantile.

Gli otto dell’infinito possono assumere diverse forme: alcuni sono più voluminosi, altri sono magri, altri ancora asimmetrici. Dal modo in cui viene disegnato un otto dell’infinito, si può concludere quale senso venga maggiormente implicato.

Secondo la Programmazione Neurolinguistica, guardare in alto significa che il canale visivo è stato attivato; guardando invece da sinistra a destra e viceversa, viene attivato il canale uditivo; infine, guardando sotto la linea mediana orizzontale si stimola il canale cinestesico.

Se il punto d’incrocio dell’otto dell’infinito si trova sotto la linea mediana, lo studente ha utilizzato il canale visivo. Un otto simmetrico e armonioso indica l’uso del canale uditivo, mentre dei grandi cerchi al di sotto della linea mediana suggeriscono l’attivazione del canale cinestesico.

Considerando tutto questo, si potrebbe concludere che l’otto dell’infinito rivela il canale percettivo preferito del momento e potrebbe indicare in generale lo stile di apprendimento della persona.

“Rompere il cervello”

Preferenza cinestesica

Preferenza cinestesica

In uno dei miei progetti scolastici, gli allievi devono ripetere su un foglio di carta il movimento continuamente in un flusso infinito, come su una pista delle macchinine. Dalla posizione della mano e delle dita che tengono la matita, posso dedurre se scrivono con la mano dominante. L’emisfero espressivo, che fondamentalmente è responsabile per la scrittura e l’espressione, si trova sul lato opposto della testa rispetto alla mano scrivente. Possiamo comunque trovare una posizione compensatoria della mano, che appare normalmente nelle persone mancine quando scrivono con la destra: in questo caso, il cervello espressivo si trova dallo stesso lato della mano che scrive, e la mano appare come un gancio (il polso e invertito), oppure il pollice è particolarmente esteso alla sua base.

In passato, i mancini erano spesso costretti ad usare la mano destra: questa costrizione, nei Paesi anglosassoni, veniva chiamata “rompere il cervello”.

Preferenza visiva II primo otto dell'infinito è stato disegnato ad occhi aperti implicando il canale visivo; i successivi sono stati tracciati ad occhi chiusi. II sistema percettivo visivo non è capace di mantenere il controllo. Non c'è sufficiente rappresentazione mentale nella memoria, specialmente per quanto riguarda la memoria spaziale, per attraversare la linea mediana. Lavorando con entrambi i lati del cervello e del corpo si è in grado di creare un'immagine interiore del movimento.

Preferenza visiva
II primo otto dell’infinito è stato disegnato ad occhi aperti implicando il canale visivo; i successivi sono stati tracciati ad occhi chiusi. II sistema percettivo visivo non è capace di mantenere il controllo. Non c’è sufficiente
rappresentazione mentale nella memoria, specialmente per quanto riguarda la memoria spaziale, per attraversare la linea mediana. Lavorando con entrambi i lati del cervello e del corpo si è in grado di creare un’immagine interiore del movimento.

Si può facilmente immaginare come sia difficile mantenere la connessione tra l’emisfero sinistro e l’emisfero destro essendo sottoposti ad un simile stress.

Più lo studente viene coinvolto in questa costrizione, più diventa difficile per lui far emergere il suo pieno potenziale per quanto riguarda le proprie competenze scolastiche.

L’otto dell’infinito e uno strumento meraviglioso nella storia umana per il miglioramento delle prestazioni: uno strumento che da’ accesso al flusso della vita. Sicuramente non è un puro caso che sia stato adottato dalla Kinesiologia come strumento forte per far emergere il potenziale.

 

Bibliografia

Bandler R.: Neue Wege in die Kurzzeittherapie, Jungefernmann 2007
Birkenbiehl V: Jungen und Maedchen, wie sie lernen, Knauer 2005
Buchner C.: Brain Gym und Co, kinderleicht and Kind gebracht, VAK  1997
Dennison P. Switching on, Edu-Kinesthetics. Inc 1984
Dennison P. Brain Gym Teachers Edition, Edu Kinesthetics Inc, 2010
Ed. italiana: Brain Gym impara a muoverti, muoviti per imparare, La Tigulliana, 2014
Dennison P. Organizzazione cerebrale ottimale, Manuale del corso
Dillinger Ch: Gehirn-Koerper Spiele, unveroeffentlichtes Manual zum Schulprojekt “Lernen mit Aha Effekt”
Dornes M. Die fruehe Kindheit, Entwicklungspsychologie der ersten Lebensjahre, Fischer, 2009
Hannaford C: The Dominance Factor, how knowing your dominant eye, ear, brain, hand and foot can improve your learning,  Great Ocean Publishers, 1997
Kiphard E. J.: Bewegungs- und Koordinationsschwaechen im Grundschulalter, Hofmann 1982
Idem: Motopaedagogik Band 1, Verlag modernes Lernen, 1979
idem: Mototherapie 1 und 2, Verlag Modernes Lernen 1983
Leuner H: Lehrbuch Katathym imaginative Psychotherapie, Huber 2012
Meinel K.: Bewegungslehre, Volk und Wissen 1977
Thie J.F. Thie M.: Touch for Health, the complete edition, 2005
Wilson F.R.: The Hand, how its use shapes the brain, language and Human culture, Vintage Books, 1999

 

 

 

L’apprendimento ha bisogno di competenze fisiche: il ruolo dell’insegnamento basato sul movimento

di Paul Dennison  Moving to Learn, The Physical Skills of Learning pubblicato a Novembre 2013 su Hearts at Play 

traduzione Sigrid Loos

dreamstime_m_15847073L’apprendimento viene definito come l’acquisizione di conoscenze o competenze mediante l’esperienza, la pratica o lo studio. L’apprendimento dipende non solo dalla capacità di immagazzinare nuove informazioni, ma anche dal poterle trasferire efficacemente da un’ area tematica (come lo spelling) a un’altra (come la lettura) e addirittura verso un’area completamente nuova (per esempio quella della scrittura creativa), capacità, questa, che dipende dalle competenze motorie. Solo recentemente però gli insegnanti stanno riconoscendo il movimento come mezzo di apprendimento efficace. I programmi scolastici hanno dato troppa importanza alla conoscenza nozionistica, che si focalizza principalmente sull’assunzione di informazioni come apprendimento in sé. Senza una conoscenza procedurale – l’apprendimento basato sul movimento – gli studenti sono incapaci di applicare le loro conoscenze a situazioni nuove.

Spesso  I programmi scolastici sono stati e continuano ad essere separati dall’educazione fisica. Un compito fondamentale  dell’insegnamento competente è far comunicare  e creare armonia tra la mente e il corpo – tra le nozioni e la conoscenza procedurale. Gli studenti accedono alle nozioni attraverso le parole…  leggendo, pensando e conversando.  Tuttavia è la conoscenza procedurale che ci dà le mappe fisiche per praticare, sperimentare e portare il nuovo apprendimento nei nostri muscoli e nei nostri schemi motori.

Nell’Edu-K , poniamo l’accento sull’ apprendimento procedurale e iniziamo dal fisico. Usiamo attività fisiche semplici come contesto primario per l’acquisizione delle nuove esperienze, così come mezzo per trasferire il nuovo apprendimento. Si tratta di movimenti intenzionali, da fare per circa 30 secondi, e non solo di semplici esercizi o movimenti casuali. La maggior parte di queste attività si possono eseguire  a sedere o in piedi accanto al banco. Quando i bambini hanno imparato i movimenti possono usarli da soli quando ne sentono il bisogno. Per esempio possiamo fare il Cappello pensatore (una delle attività di Brain Gym® ) srotolando le orecchie dall’alto verso il basso per tre volte per sviluppare la competenza uditiva legata alla capacità di distinguere le singole lettere (lo spelling). Quando entrambe le orecchie sono aperte la differenza fra il suono della parola penna e quello della parola pinna  sarà più evidente. Possiamo poi usare di nuovo il Cappello pensatore per aiutare gli studenti a utilizzare questa competenza di discriminazione uditiva per meglio apprezzare I suoni della loro lingua quando leggono. Avere entrambe le orecchie aperte permette di avere un maggior senso del flusso poetico delle parole insieme al loro significato. E ancora, questo tipo di apprendimento può espandersi ulteriormente permettendo agli studenti di ascoltare i loro pensieri quando scrivono in modo creativo. In altre parole, l’apprendimento basato sul movimento usa le funzioni fisiche come via per attrarre l’attenzione degli studenti sui loro sensi e su come questi agiscono nel processo di apprendimento.

Il pedagogista Jean Piaget ha descritto la struttura cognitiva dell’allievo come un processo che inizia con operazioni concrete, per poi procedere alla creazione di immagini e concludersi con le astrazioni. Nell’Edu-K, abbiamo visto che lo sviluppo da parte dello studente di una mappatura interiore del corpo, fornisce l’esperienza concreta fondamentale per un accesso agevole alle proprie funzioni. Questa mappa interiore comprende il feedback dai propriocettori -le “cellule cerebrali” presenti nei muscoli-, una consapevolezza della relazione tra le articolazioni e le ossa, una consapevolezza interiore dell’equilibrio e della direzionalità e una capacità di osservare dall’esterno queste funzioni. Lo studente si chiede in un modo precognitivo: “ Dove mi trovo nello spazio? Dove si trova un oggetto in relazione all’altro?” La risposta a queste domande arriva solo attraverso il movimento. Le risposte spianano la strada all’esplorazione del “Che cosa sono questi divertsi elementi del mondo intorno a me?” E chi sono io nel mondo?”

John Ratey, professore clinico di psichiatria alla Harward Medical School, nel suo libro  A User’s Guide to the Brain ci dice che  “. .la funzione motoria del cervello ha molto più effetto che il solo movimento fisico. E’ essenziale per tutte le altre funzioni del cervello  – percezione,  attenzione, emozione – e così influenza anche i processi cognitivi superiori di memoria, pensiero e apprendimento.”

Attraverso il movimento lo studente scopre come osservare, coltivare e apprezzare i suoi schemi senso-motori anziché ignorarli, astraendo il suo apprendimento esperienziale in immagini e parole. Lo studente comincia ad avviare e a integrare il suo apprendimento auto-diretto, sviluppando competenze di feedback, previsione e auto-controllo. L’integrazione delle nozioni con la conoscenza procedurale porta a sapere come imparare.

**Ratey, John J. A User’s Guide to the Brain: Perception, Attention, and the Four Theaters of the Brain. New York: Vintage 2002, p.175.

***Per ulterior informazioni sul Cappello pensatore e le altre attività di Brain Gym vedi, la versione italaina di Brain Gym®: impara a muoverti muoviti per imparare di  Paul and Gail Dennison, edito da Edizioni Tigulliana, Santa Margherita Ligure 2014.

Questo approccio all’apprendimento basato sul movimento cosi come le 26 attività di Brain Gym® vengono insegnati nel corso Brain Gym® 101:Riequilibrio nella vita quotidiana e in altri corsi del programma della Kinesiologia educativa (Edu-K).

La foto è di © Goldenkb | Dreamstime.com, in concessione a Paul Dennison.

© 2013 di Paul Dennison. Tutti i Diritti sono riservati. Traduzione italiana: Sigrid Loos per gentile concessione dell’autore.

Brain Gym® è un marchio registrato della Educational Kinesiology Foundation/Brain Gym International. Per trovare un istruttore nella vostra zona di residenza clicca qui.

LA LETTURA E’ UN MIRACOLO di Paul Dennison

questo articolo, tradotto da Cinzia Campana, Consulente Edu-K, fu pubblicato nel blog http://heartsatplay.com/blog/blog-home/ di Paul e Gail Dennison. Ringrazio l’autore per il gentile permesso della traduzione e ripubblicazione

Paul-outdoors-head-280x300Nei miei 45 anni come insegnante di lettura  non mi sono mai  seduto accanto a un bambino e l’ho ascoltato decodificare i simboli o sondare parole. E questo perché, secondo me, ciò renderebbe  il codice più importante della  lingua che esso rappresenta.

Nei  miei centri di apprendimento i bambini erano sempre occupati a fare libri, raccontando storie che io annotavo per loro e per le quali  poi disegnavano immagini. A volte volevano ascoltare la lettura di questi libri, o di altri testi descrittivi e poetici, che io leggevo loro ad alta voce. Oppure potevano imparare a scrivere in corsivo, mentre annotavano  le proprie storie di vita per sè stessi. Questi bambini esercitavano attivamente le loro abilità visive, uditive, motorie e tattili e creavano vie per integrarle nel  proprio funzionamento.

Una grande parte di ciò che ci rende umani è il nostro desiderio di raccontare storie e comunque di esprimere noi stessi. Il linguaggio non  è un qualcosa da smontare, ma  serve per mettere insieme, è qualcosa con cui creiamo collegamenti con il nostro mondo. Attraverso la lunga storia del nostro pianeta ,i nostri antenati disegnarono  immagini che in seguito divennero  un alfabeto , al fine di registrare, ricordare e comunicare le loro esperienze. La lettura è il miracolo che deriva  da questi segni e simboli. I codici  sono stati creati e concordati per poter in seguito essere decodificati da altri, con lo scopo di tramandare la cultura di generazione in  generazione. Ogni bambino che impara a leggere e a scrivere ricrea questo miracolo.

Eppure l’umanità presume  da tempo  che la capacità di lettura sia intrinseca a tutti i bambini. Ci dimentichiamo che la lettura non è una funzione naturale con cui siamo nati, ma che deve essere appresa. Un bambino identificato come dislessico, cioè con una difficoltà percepita nell’imparare a leggere, non ha un problema medico, semplicemente non ha ancora sperimentato la relazione che ha il linguaggio con i propri disegni o segni sulla carta. Non ha ancora scoperto come inventare la sua personale  lettura e creare così il suo personale miracolo.

La lettura, la decodifica e la codifica neurale di simboli alfabetici scritti per il loro significato, è una invenzione umana che riflette come il cervello si riorganizza al fine di elaborare la parola scritta. “Gli esseri umani non sono mai nati per leggere “, scrive Maryanne Wolf, una neuroscienziata cognitiva della Tufts University ed esperta dello sviluppo del bambino, nel suo straordinario libro  “Proust e il Calamaro: la storia e la scienza  del cervello che legge “, che va a spiegare come si sia evoluta la lettura nel corso dei millenni, dalla decodifica dei  disegni rupestri, ai simboli che divennero un codice alfabetico, alle forme complesse delle frasi che leggiamo oggi.
La Wolf  comprende la lettura  come  facciamo noi in  Edu –K, come la creazione e la padronanza di un codice simbolico lessicale che rappresenta l’esperienza per il successivo ricordo o re- immaginazione. La lettura, un’abilità totalmente creata dall’uomo che ha contribuito a creare il cervello umano di oggi, comporta molto più che concentrarsi su un input  lineare, una parola o un fonema alla volta. La Wolf  suggerisce che “l’evoluzione della scrittura e lo sviluppo del cervello che legge ci danno una lente  notevole su noi stessi come specie, come  creatori di molte culture linguistiche orali e scritte e come singoli studenti con diverse e crescenti forme di intelligenza.”
Il cervello non ha né un centro né un’area  deputata alla funzione della lettura come invece ha  per  le funzioni di vedere, ascoltare, muovere e toccare. Il miracolo della lettura richiede l’interconnessione di molte aree neurali separate e specifiche. Attraverso un’esplorazione attenta dei simboli, ogni bambino  insegna a sé stesso come il suo cervello crea  automaticamente  queste connessioni.
Non tutti i bambini imparano nello stesso modo ed imparare a leggere sembra più facile per alcuni che per altri, proprio come i metodi per insegnare la lettura lavorano meglio con alcuni studenti  piuttosto che con  altri.



?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Xavier, 8 anni e in terza elementare, appariva brillante e curioso,
ma non
stava al passo con i suoi compagni di classe a scuola. Quando i suoi genitori lo portarono per farlo valutare privatamente, come livello in lettura, scrittura e ortografia sembrava essere più di un anno indietro. Dietro suggerimento hanno portato Xavier da me. Leggendo per me nel mio studio, dal suo libro scolastico di lettura, indicava una parola alla volta e la sondava, scandendo ogni sillaba attentamente come il suo insegnante gli aveva ordinato di fare. Quando gli è stato chiesto di ricordare e di raccontare ciò che aveva letto, era in grado di rammentare solo una o due parole isolate.

Durante la sua sessione Xavier ha scelto da un poster a parete le attività di Brain Gym® che voleva fare. Insieme abbiamo fatto il Cross Crawl, l’otto dell’infinito, la pompa del polpaccio, la flessione del piede,  l’attivazione del braccio  e l’aquila. Nel corso del processo, io ed i suoi genitori lo abbiamo visto passare da una postura passiva ad un modo più attivo di sostenere il suo corpo  e di parlare.
Per aiutarlo a  rendere la lettura più espressiva, ho invitato Xavier a fare amicizia con 15 delle sue parole preferite. Io ed i suoi genitori abbiamo condiviso la sua eccitazione mentre pensava le parole ed io le scrivevo per lui su delle schede: elefante, popcorn, aereo, zebra, e così via. Xavier ha accettato di tracciare ogni giorno le lettere di ciascuna parola con le dita, mentre avrebbe detto la parola ad alta voce e pensato al suo significato. Quel giorno, quando ci siamo salutati,  già riconosceva  le parole elefante e zebra a colpo d’occhio.

Dopo due settimane che tracciava le sue parole e faceva le attività di  Brain Gym® con i suoi genitori, Xavier è tornato nel mio studio pronto a leggere nuovamente per me . Ho potuto vedere, dal modo in cui si era seduto e teneva il suo libro, che ora stava sperimentando un miglior senso dell’equilibrio. Adesso era in grado di muovere gli occhi per seguire orizzontalmente attraverso il suo  campo visivo mediano, senza  un eccessivo movimento della testa. Stava leggendo in modo fluido, nello stesso modo in cui parlava, piuttosto che concentrarsi sui fonemi separati, senza sforzo e con entusiasmo e piena comprensione: questa è la mia definizione di comprensione della lettura. Abbiamo festeggiato un miracolo, mentre Xavier era ora in grado di riferire quello che aveva  letto con le sue parole. In che modo, i suoi genitori si chiedevano,  pochi semplici movimenti ed attività hanno potuto aiutare Xavier a  leggere in modo molto più efficace? Poiché apprendimento significa aggiungere il nuovo al vecchio, il flusso naturale dell’ imparare a leggere inizia con il riconoscimento di ciò che già sappiamo. Richiede  contemporaneamente il possesso ciò che è già familiare/appreso (memorizzato come un codice verbale)  ed il mettere in relazione la nuova informazione, in entrata, con quell’esperienza cui essa è associata.   La lettura è prima di tutto un flusso di linguaggio comunicativo. Le abilità visive, come puntare gli occhi su ogni parola, sono, anche se importanti, secondarie rispetto al processo mentale della lettura e devono essere  automatiche e senza stress, cosicchè i processi uditivo- linguistici  possano procedere senza inibizione. Il discorso espressivo deve sempre guidare,non seguire,  l’analisi visiva del codice.

La lettura efficace del codice come significato  richiede, proprio come è avvenuto per i nostri antenati, l’integrazione delle aree del cervello per l’abilità uditiva (dirlo), visiva (vederlo), cinestesica (scriverlo) e tattile (sentirlo), così come la capacità di interpretare le informazioni ricevute come significative mettendo in relazione la nuova esperienza con esperienze precedenti.
Quando gli studenti come Xavier sembrano dislessici,in quanto analizzano una progressione lineare  di    suoni sconnessi  di una parola o di una sillaba alla volta, e non sono ancora in grado di riconoscere immediatamente quei simboli all’interno di un contesto linguistico espressivo,essi sono persi  nei dettagli del decifrare il codice e non stanno nemmeno ad ascoltare il contenuto. Nel mio lavoro con i bambini diagnosticati come dislessici sottolineo che la lettura (e, di fatto, tutte le abilità nelle arti linguistiche, tra cui  scrittura e ortografia) viene sperimentata nel campo visivo mediano , dove è possibile accedere contemporaneamente  agli emisferi cerebrali destro e sinistro, sia per l’immediato riconoscimento del nuovo  che per la successiva, quasi simultanea, rottura neurale del codice per renderlo in un  linguaggio familiare.

Il miracolo della lettura richiede un riconoscimento immediato della  nuova informazione in un contesto significativo, seguito da una conferma dei simboli o del codice, non il contrario come di solito viene  insegnato. Così il flusso naturale dell’ apprendimento richiede una percezione nuova all’interno del contesto di  un’esperienza  precedente. Impariamo i simboli così bene che quasi mai li notiamo.
Come affermato dallo psichiatra e scrittore Iain McGilchrist nel suo libro The Master and His Emissary: The Divided Brain and the Making of the Western World la prima percezione  di qualsiasi cosa avviene attraverso l’emisfero destro finché essa rimane nuova . . . presto viene presa in carico dall’emisfero sinistro dove essa diventa familiare. La conoscenza del tutto è . . . seguita dalla conoscenza delle parti “.

I Already Know How to Read: A Child’s View of LiteracyPrisca Martens, 1996, Heinemann. Questo piccolo prezioso libro offre spunti della  Martens, come professoressa di educazione linguistica ,circa i suoi  tre anni di osservazione sull’esplorazione autodidatta di sua figlia Sarah della  lettura e della scrittura, nel periodo dai due ai cinque anni. Questo punto di vista può aiutarci a riconoscere i modi in cui i bambini (nel nostro mondo moderno, circondato da mezzi di comunicazione scritta) sono naturalmente alfabetizzati  e come essi  “inventerebbero” la scrittura e la lettura da soli, se gliene venisse  data l’opportunità. Campioni informativi di lettura e scrittura  presentano Sarah come una ricercatrice naturale che costruisce attivamente simboli.
Proust e il Calamaro: La storia e la scienza del cervello che legge, Maryanne Wolfe, © 2012 , Edizioni Vita e Pensiero.
The Master and His Emissary: The Divided Brain and the Making of the Western World,
© Iain McGilchrist, 2012, Yale University Press.
Crediti fotografici : ID 16450697 e 17770996 © Yuri Arcurs | Dreamstime.co
© 2013 by Paul E. Dennison . Tutti i diritti riservati

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Brain Gym ® è un marchio registrato di Brain Gym® International / Educational Kinesiology Foundation .

L’APPRENDIMENTO IN MOVIMENTO

L’apprendimento è un processo che dura tutta la vita.  Situazioni di apprendimento si trovano in tante occasioni della vita quotidiana, non solo a scuola. Ognuno di noi sviluppa fin dalla nascita il suo  stile di apprendimento individuale ed unico. Una educazione olistica non può fare a meno di esplorare e capire  questa diversità degli stili di apprendimento per aiutare maglio gli altri a crescere.

Il movimento è un presupposto essenziale per l’apprendimento. Il feto sperimenta già nel grembo della madre le leggi della gravità. Basandosi su questa esperienza esso  sviluppa l’udito e la vista.

Ogni movimento è un processo senso-motorio che è legato alla nostra conoscenza esatta del mondo fisico su cui si basa tutto l’apprendimento nuovo. Fin dalla nascita siamo spinti all’apprendimento  infatti il neonato impara a camminare passando dalla posizione sdraiata a quella seduta , al gattonare fino a stare in piedi.

L’apparato vestibolare responsabile del mantenimento dell’equilibrio, è collegato  con i muscoli principali della schiena e dell’addome. Il loro primo lavoro consiste nell’alzare la testa. Questo permette al neonato di udire e vedere meglio. Nella posizione eretta o sdraiata sulla pancia il bambino rinforza attivamente i suoi muscoli della nuca. Il neonato esplora mani e piedi con la bocca e fa “giocare” i muscoli dei suoi arti. La libertà di movimento è molto importante per lui. Se il bambino salta la fase del gattonare  si possono manifestare più tardi delle difficoltà di apprendimento per esempio nella lettura. Il gattonare come movimento incrociato stimola lo sviluppo del corpo calloso quindi dei neuroni tra  i due emisferi. In questo modo collaborano i due lati del corpo incluso le braccia, le gambe, le orecchie e gli occhi.

Gli organi sensoriali (occhi, orecchie, naso e lingua)si orientano secondo l’input dato dall’ambiente con ogni movimento della testa. I piccoli movimenti degli occhi permettono la vista tridimensionale e a lunga distanza, la percezione periferica e la focalizzazione su piccole lettere. Il movimento prepara anche alla percezione uditiva ed olfattiva.

La memoria muscolare del corpo è impregnata della conoscenza dei processi di movimento (sedere, camminare, correre e la consapevolezza spaziale).

Attraverso il movimento esprimiamo sul nostro viso emozioni come  gioia, tristezza, rabbia, e così entriamo in interazione con gli altri.

Recenti ricerche hanno rilevato che due settori nel cervello, il ganglio basilare e il cervelletto, ai quali venivano attribuiti solo il commando del movimento dei muscoli, sono importanti anche per la coordinazione dei pensieri. Questi settori sono collegati con i lobi frontali, dove viene pianificato il comportamento futuro nel suo processo logico e temporale.

Dietro ogni lettera e ogni cifra scritta c’è un movimento. Lettere e cifre vengono percepite ed ancorate nella muscolatura e trovano espressione nel movimento della scrittura.

Ogni talvolta che facciamo dei movimenti mirati il cervello viene attivato e gli emisferi si integrano. Così si apre da sé la strada per l’apprendimento.

L’apprendimento implica la costruzione delle abilità. Ogni tipo di abilità si sviluppa attraverso il movimento dei muscoli. La scrittura si manifesta attraverso il movimento della mano e contemporaneamente si innesca un processo di pensieri.

Le parole pronunciate, causate da numerosi muscoli facciali della lingua e delle corde vocali, ci permettono di mettere ordine e sviluppare i nostri pensieri.

Tante persone possono pensare meglio quando fanno un’attività fisica come nuotare o camminare. Altri invece devono masticare qualcosa come una penna, una carota o una gomma per pensare meglio. Quindi il movimento aiuta  a sviluppare i pensieri e di conseguenza l’apprendimento.

E per finire: lo sapevate che solo gli organismi che si muovono da un posto all’altro, hanno un cervello? L’ascidia, una piccola creatura marina, ha un cervello e una corda nervosa per controllare i movimenti. In fatti nella prima parte della sua vita sguazza nel mare e quando è maturo  si attacca permanentemente ad una roccia e comincia letteralmente “mangiarsi” il cervello e la corda nervosa, perché non servono più.

EDUCARE ALL’AMBIENTE ATTRAVERSO LA PERCEZIONE SENSORIALE

L’IMPORTANZA DELLA PERCEZIONE SENSORIALE PER LO SVILUPPO PSICOFISICO

La nostra memoria assorbe attraverso l’udito il 20 % , attraverso la vista il 50%, attraverso la comunicazione verbale il 70% e attraverso il fare il 90% delle informazioni. Attraverso il fare abbiamo la più alta possibilità di memorizzare ciò che apprendiamo. Nel giocare, nel

partecipare e nel mostrare memorizziamo l’esperienza e l’appreso. Quando lo svolgimento di un azione è immagazzinata nella nostra memoria possiamo giocare più disinvolti senza dover pensare al prossimo passo da fare. Perciò i giochi e lo svolgimento di essi divertono di più quando l’azione è conosciuto e chiaro per tutti.

Quando tutti i sensi sono ben coordinati e unificati in un gioco d’insiemi, l’uomo è ricettivo e pronto ad imparare. Le conseguenze di una percezione disturbata possono essere un comportamento disadattato, di irrequietezza, uno sviluppo del linguaggio ritardato o mal sviluppato e disturbi di concentrazione.

Persone con disturbi percettivi possono essere appariscenti con un atteggiamento impertinente, senza distacco ed aggressivo.

I sentimenti non vengono espressi o vengono espressi male. Ciò dipende da una mancanza di stimoli sensoriali e di conseguenza i sentimenti mal interpretati trovano sfogo in aggressioni, paure e insicurezza. Persone con disturbi percettivi possono accettare male il contatto fisico. Hanno paura del contatto, per esempio provano disgusto o si rifiutano di toccare le cose umide o scivolose. La percezione delle persone con handicap psicofisico è spesso mal sviluppato o addirittura disturbato. La causa può essere una mancanza di ossigeno durante la nascita o una relazione disturbata tra madre e figlio già nella fase prenatale (per es.: la madre rifiuta il bambino nel grembo), oppure una trascuratezza dei sensi. La percezione è strettamente collegata con la memoria che favorisce la capacità di apprendimento.

IL TATTO

Attraverso la percezione corporea si sviluppano altri funzioni come la comunicazione, la motricità fi ne, la coordinazione occhio-mano. Attraverso il contatto fisico si stabilisce l’equilibrio psichico e si trasmette sicurezza. Toccare e tastare sviluppa la sensibilità soprattutto nella bocca, nelle mani, dita e pelle. Il semplice tocco aumenta la produzione di un determinato ormone nel cervello – il fattore della crescita dei nervi – che attiva il sistema nervoso e in particolare lo sviluppo delle reti neurali. La mancanza di contatto diminuisce le reazioni mentali e motori. La pelle è un sistema di allarme per il corpo. La pelle protegge il corpo da calore, freddo dolore ecc.

Nella nostra società il toccare è anche tabù. Si raccomanda già ai bambini piccoli: “non toccare!” Tuttavia se vediamo un pulcino e ci immaginiamo che è morbido e caldo, voliamo toccarlo. Non possiamo vedere se una cosa è calda o soffi ce. Toccare è molto importante per la vista. Vediamo quindi con le mani. Le mani e la bocca hanno più recettori che le altri parti del corpo. Ogni volta quando il tocco viene combinato con gli altri sensi, una parte più ampia del cervello viene attivata e si creano più reti neurali. In questo modo si libera una parte maggiore del potenziale di apprendimento. L’apprendimento viene stimolato attraverso il tocco. Quando vogliamo ancorare nuovi processi di apprendimento è bene farlo con un leggero tocco sulla spalle o il braccio della persona in apprendimento.

LA VISTA

Come già detto tutti i sensi devono collaborare per garantire una percezione globale. Nonostante ciò la vista viene considerata come senso più importante della percezione. Solo 10 % del vedere però avviene attraverso l’occhio. Gli altri 90% avvengono nel cervello in associazione con il tatto e i recettori muscolari. Quando il neonato tocca tutto intorno a sé, impara tutto sulle strutture le forme e i colori. Mette le cose in bocca per “sentirle”. Un immagine visuale completa si crea solo all’età di 8 mesi. Molte persone “normali” hanno disturbi di percezione visiva. Guardano in modo distratto o non osservano bene. Per una persona con handicap psicofisico è ancora più difficile vedere bene, perché percepisce il suo ambiente in modo meno differenziato a causa dei disturbi cerebrali.

Persone con difetti visivi e handicap psicofisico hanno difficoltà ad orientarsi nello spazio e di conseguenza si verifica un insicurezza nel camminare. Queste persone tendono nelle attività ludiche comuni a disturbare o a isolarsi.

L’UDITO

La nostra società considera l’udito il canale di percezione al secondo posto dopo la vista. L’udito si sviluppa nella 12. settimana nel grembo materno. Dal 5. mese il feto reagisce già ai suoni esterni. L’ascolto è preliminare per il parlare. Perché bambini con disturbi uditivi possono aver grande difficoltà nell’imparare a parlare e a livello scolastico anche con la lettura e la scrittura.

Siamo in continuazione esposti ai rumori perché non possiamo “chiudere” le orecchie come possiamo fare con gli occhi. Assorbiamo tutto senza filtro. Troppi rumori causano disturbi di concentrazione. In grandi spazi chiusi e mal sonorizzati come per esempio nelle aule scolastiche, sale mense e saloni di case di riposo, ci innervosiamo più facilmente quando il livello di rumore è troppo confusionale. Questo fenomeno è ancora più accentuato per le persone con disturbi uditivi degenerativi. Un continuo rumore nella frequenza delle tonalità alte (discoteche) disturba le membrane fini all’interno dell’orecchio. Ciò porta ad un abbassamento dell’udito, che può creare disturbi di equilibrio e un isolamento dell’individuo dal suo ambiente circostante. Quando si rimprovera una persona anziana o con handicap psicofisico e con problemi di udito “cosa ti ho detto, non ascolti mai?” o frasi simili che mirano alla capacità di ascolto si possono creare dei malintesi. Questa persona non si sente capita e accettata e può reagire in modo aggressiva o chiudersi in sé stessa.

L’OLFATTO E IL GUSTO

L’olfatto e il gusto vengono considerati comunemente i canali sensoriali minori. A livello cerebrale sono strettamente collegati con le reazioni istintive. Fin dalla nascita l’olfatto è sviluppato molto bene, un neonato di 6 settimane riconosce il seno di sua madre al l’olfatto. L’olfatto e il gusto sono strettamente collegati. Con il palato possiamo solo distinguere 3 gusti: acido, salato e dolce. Tutte le altre differenziazioni del gusto dipendono dall’olfatto. Quando mangiamo non ci saziamo solo ma il gusto e l’odore ci stimolano e ci procurano un piacere del cibo. L’olfatto da una parte ci trasmette piacere (fiori, profumo, frutta), dall’altra parte ci crea repulsione (rifiuti, gas di scarico, gli escrementi). L’olfatto e il gusto sono anche un sistema di allarme per il nostro corpo. L’incendio i sente attraverso l’odore e innesca così il sistema di allarme. Gli animali sentono il pericolo attraverso gli ormoni della paura – i feromoni – . Anche l’uomo ha questa capacità solo che è più sepolta a causa del sovraccarico di stimoli olfattivi di cui siamo invasi quotidianamente. L’amaro di un cibo fa innescare il sistema di allarme perché potrebbe essere velenoso. Molte piante velenose nella natura hanno un gusto amaro. Ugualmente ci segnala un cibo acido che il frutto non potrebbe essere maturo. Quando questi due sensi sono disturbati o danneggiati l’individuo comincia dare meno importanza alla qualità e consistenza del cibo fi no alla totale negligenza. Questo fatto comporta il rischio che il corpo non riceve più il nutrimento necessario per mantenere un equilibrio psicofisico e ciò può provocare disturbi di percezione e di apprendimento.

Il bambino piccolo e’ un esploratore innato, che usa tutti i suoi sensi per appropriarsi del mondo. Il tatto, l’olfatto e il gusto, sono strumenti essenziali nel suo processo conoscitivo, e tali sensi “corporei” non diminuirebbero di fatto la loro funzionalità se non fossero “uniformizzati” durante la crescita. Per l’adulto invece l’olfatto e il gusto non sono valorizzati come l’udito e la vista, e vengono usati solo inconsciamente per una prima valutazione delle cose.

PERCHÉ USARE I GIOCHI NELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE?

Secondo noi educazione ambientale significa prima di tutto e prima di ogni apprendimento nozionistico, rieducare all’uso dei 5 sensi, verso una percezione piu’ ampia e profonda. Se vogliamo cambiare qualcosa nel nostro rapporto con l’ambiente – urbano e naturale – dobbiamo cambiare prima noi stessi, e aprirci ad accogliere soprattutto gli aspetti positivi: la forza delicata di un fiore spuntato tra il cemento, la melodia del canto di un merlo in mezzo al traffico assordante, o meglio ancora il ritmo delle onde del mare, i mille suoni nascosti della foresta.

Percepire la natura significa immedesimarsi con essa, senza accorgersi del passare del tempo, raccolti in noi stessi ma completamente aperti ad ogni sua manifestazione. Abituati come siamo ad urlare ed usare i

gomiti per raggiungere i primi posti, in quest’ambito invece ritorniamo umili ed impariamo a concentrarci nel silenzio.

Giocando si impara, si esperimentano le proprie capacità e limiti, si simula la realtà e di conseguenza si riesce a valutare meglio le diverse situazioni della vita. Il gioco rende autonomi e richiede sempre decisioni autonome. Attraverso il gioco si costituisce la propria individualità e fiducia in se stessi, e si diventa più critici.

Il gioco deve essere liberato dall’aspetto produttivo. La competitività del tipo “vince chi” non ha spazio in un discorso di educazione ambientale che focalizza la sensibilizzazione e mira al cambiamento di atteggiamenti.

La competizione difficilmente può aiutare a risvegliare ed affinare i sensi: quando siamo presi dal dover vincere non possiamo concentrarci sulla percezione dei sensi; dalla sconfitta deriva un senso di frustrazione ed esclusione e, con l’accumulo di sconfitte, perdiamo anche la voglia di continuare a giocare”.

Il nostro intento è di liberare il gioco dalla nicchia ristretta dei bambini. Siamo convinte, dopo le esperienze di tanti stages con adulti, che, un apprendimento profondo mirato al cambiamento, passa innanzitutto attraverso canali emotivi e percettivi oltre che cognitivi. Forse l’adulto, ancor piu’ del bambino, ha bisogno di prendere consapevolezza dell’ambiente circostante, dimenticando la razionalità e lasciando spazio ai sensi. Si tratta di un apprendimento integrale, che mira al coinvolgimento dell’intera persona e che non si limita al semplice

messaggio trasmesso dalle parole.

L’APPRENDIMENTO COME STIMOLO

L’educazione dovrebbe orientarsi non soltanto ai valori puramente intellettuali. La chance di un cambiamento sta nel liberare il gioco dai suoi valori disprezzati nel passato, e riconoscere la loro utilità nell’apprendimento integrale. Attualmente nell’apprendimento esiste una scissione tra cultura intellettuale e cultura emotiva. Tutto ciò che è emotivo come la gioia, la rabbia, la noia e il piacere, viene lasciato fuori dalla porta scolastica e formativa. L’apprendimento e’ “un saper fare” ma non arriva poi a “un saper essere”, cosa che significherebbe l’integrazione di tutti i lati della persona, e quindi dei suoi fattori emotivi, legati a quelli sensoriali.

Le più recenti ricerche in merito hanno dimostrato che la cultura emotiva e’ determinante perché e’ la molla che fa’ scattare il meccanismo per l’apprendimento di qualsiasi cosa. Una cosa studiata con passione ed interesse rimane impressa per tutta la vita, mentre quello che viene imparato a memoria sparisce nel nulla dopo poco tempo.

Spesso nei nostri corsi di formazione con insegnanti ci sentiamo dire che manca il tempo e non c’è

abbastanza spazio nella programmazione per far giocare i ragazzi o per inserire esperienze diverse. Questo vale specialmente per la Scuola Media e le Superiori.

In questo caso l’errore di fondo sta’ nel pensare che una persona possa imparare ed abbia il cervello libero in qualsiasi momento, e che sia sempre interamente disponibile ad assorbire informazioni cognitive, indipendentemente dal suo stato emotivo. Sappiamo invece, ad esempio, di quanto sia difficile, anche solo leggere il giornale, se la nostra mente e’ occupata da preoccupazioni. Quella che viene normalmente considerato una distrazione irrilevante, e a cui si passa sopra come se non esistesse, viene individuata, ad un attento esame, come il maggior impedimento nel processo di apprendimento nozionistico.

E allora come uscire da questa trappola che non ci fa considerare i fattori emotivi, che comunque ostacolano l’apprendimento?

Il primo rimedio potrebbe essere di lasciar spazio alla fuoriuscita e alla verbalizzazione dei fattori emotivi, cosa che, anche se può sembrare rubare tempo al programma, alla fine invece costituisce un risparmio di tempo e, specialmente, di energia. Il secondo rimedio e’ invece, secondo noi, creare una programmazione che, fin dall’inizio tenga conto della cultura emotiva degli allievi (bambini e adulti).

Anche materie apparentemente cosi noiose come matematica o scienze, possono essere esposte in maniera da catturare l’attenzione di tutti. La visualizzazione, anche quella corporea, può essere un valido aiuto. Il significato di catena alimentare puo’ essere fatto studiare ai ragazzi leggendo il libro di scienze da pag. …. a pag. – e il contenuto sara’ probabilmente dimenticato dopo l’interrogazione – oppure può essere espresso e sperimentato attraverso la drammatizzazione. In questo caso i ragazzi che l’avranno vissuto con divertimento

e piacere non si scorderanno più dei concetti acquisiti.

Il punto di partenza di questo percorso di apprendimento integrale e’ lo stimolo dell’entusiasmo, creando un clima di gruppo che permetta tranquillamente di esprimersi e familiarizzare con gli altri e l’ambiente circostante.

Si passa poi ad una seconda fase, di concentrazione, di raccoglimento e di calma, che permette di entrare in contatto con le proprie emozioni.

A questo segue la fase dell’esperienza diretta e dell’esplorazione, in cui ognuno, con attenta curiosità, indaga l’ambiente circostante. Soltanto dopo questi passaggi e’ possibile arrivare a far partecipare anche gli altri alle proprie esperienze, attraverso un momento più razionale, che permetta anche conclusioni successive alle osservazioni effettuate e lo sviluppo delle strategie possibili per un cambiamento positivo.

Tutto questo presuppone un atteggiamento di equivalenza da parte dell’animatore nei confronti dei

partecipanti: non si tratta di uguaglianza, perché il vissuto di ciascuno e’ differente, e non per questo migliore o peggiore, ma piuttosto e’ equivalente.

Ruolo dell’animatore e’ quindi quello di facilitare, agevolando l’attuazione delle esperienze e delle attività proposte, a cui lui stesso partecipa attivamente, divenendo così parte integrale del gruppo.

Ne risulta un mutuo apprendimento, da parte di tutti i partecipanti alle attività, animatore compreso.

Fonti: Sigrid Loos Laura dell’Aquila: Naturalmente giocando, EGA, Torino 1993

Sigrid Loos, Ute Hoinkis: Handicap? Anche noi giochiamo, EGA, Torino 2001
(i libri fuori catalogo possono essere acquistati direttamente dal sito www.sigridloos.com)

BRAIN GYM, la ginnastica per il cervello

CHE COS’È LA KINESIOLOGIA EDUCATIVA?

Kinesiologia significa scienze del movimento e la kinesiologia educativa implica lo studio dei movimenti naturali per facilitare processi di apprendimento attraverso una serie di attività fisiche che aiutano ad integrare il cervello in modo ottimale per immagazzinare le informazioni nuove. La kinesiologia educativa è un processo di ri-educazione del sistema corpo-mente per migliorare le proprie prestazioni e le proprie potenzialità a livello pscio-fisico.
La kinesiologia educativa, sviluppata dai coniughi  Dr. Paul  e Gail Dennison dagli anni 70 in poi, comprende i metodi Brain Gym® e Vison Gym® (Ginnastica per una visione più integrale) composti da una serie di esercizi per il proprio miglioramento nell’apprendimento che possono essere insegnati in gruppi di tutte le età. Le 7 dimensioni dell’intelligenza vengono sperimentate con istruttori accreditati in un rapporto di facilitazione uno a uno.

CHE COS’ È IL BRAIN GYM®?

Teencopiapiccola copiaBrain Gym® è  un marchio registrato per un metodo.che consiste in una serie di movimenti per lo sviluppo senso-motorio e si basa su più di 80 anni di ricerca nel campo del educazione, della psicomotricità e della neurologia. Gli esercizi di Brain Gym® sono stati  oggetto di numerose ricerche, studi nel campo e studi clinici per il miglioramento di capacità di apprendimento, della comunicazione, organizzazione e concentrazione con bambini e adulti.

Gli esercizi di Brain-Gym® possono essere applicati facilmente in qualsiasi situazione di apprendimento per migliorare l’integrazione emisferica nella sua totalità. Dennison infatti distingue nel suo modello 3 dimensione del cervello.

  • la lateralità è la capacità di attraversare la linea mediana, elaborare un testo scritto da sinistra a destra e viceversa, la coordinazione occhio-mano, udire con entrambe le orecchie, in breve di svolgere tutte le attività che necessitano l’uso di entrambi gli emisferi. Dislessia e discalcolia sono spesso risultati di una  difficoltà ad attraversare la linea mediana (un concetto astratto che descrive la capacità di focalizzare nel campo visivo centrale, là dove L’immagine visivo si sovrappone e gli occhi devono convergere per creare un immagine unico).
  • La focalizzazione è la capacità di attraversare la linea auricolare verticale che divide il cervello anteriore, dove vengono prese le decisioni legate al pensiero conscio associativo, da quello anteriore (la sede della memoria e dei riflessi). Alunni che non sono focalizzati vengono spesso classificati come iperattivi, deconcentrati e ritardati nell’apprendimento.
  • La centratura è la capacità di attraversare la linea che divide l’aspetto emozionale dal pensiero astratto, situate rispettivamente nel cervello mediano e nei lobi frontali. L’incapacità di essere centrato porta ad una reazione di attacco o fuga oppure di paura irrazionale, oppure all’incapacità di esprimere emozioni.

Gli esercizi di Brain Gym® aiutano a riequilibrare le energie bloccate nelle 3 dimensioni per accedere meglio al pieno potenziale cerebrale necessario per un apprendimento integrale e senza stress.

Il metodo Brain Gym® si basa su 3 principi fondamentali, ma semplici che Paul Dennison formula così:

  • l’apprendimento è un attività naturale e divertente che dura tutta la vita
  • Un blocco di apprendimento è l’incapacità di affrontare lo stress e l’insicurezza legato all’apprendimento di un nuovo compito.
  • Siamo tutti bloccati nell’apprendimento, nella misura in cui abbiamo imparato a non muoverci.

Brain-Gym® può essere utilizzato facilmente e senza perdita di tempo per aumentare il potenziale di apprendimento nella classe e in altre situazioni lavorative.

Imparare o lavorare senza stress sembra quasi essere una provocazione. L’apprendimento nella mente comune, è sinonimo di stress e fatica. Quando siamo stressati, il cervello, composto da due emisferi che collaborano normalmente bene insieme, non funziona più nella sua totalità. Le energie vengono assorbite dal sistema di sopravvivenza e non possono circolare liberamente per alimentare tutte le parti del cervello. Si crea così un blocco che può essere superato per esempio con esercizi e movimenti che mirano all’incrocio della linea mediana del corpo. Il movimento incrociato o cross-crawl, (come camminiamo naturalmente – braccio destro e piede sinistro in avanti e viceversa) “risveglia” l’emisfero non-dominante e stimola così la collaborazione tra i due emisferi necessario per imparare o lavorare efficacemente.

Per saperne di più consultate il sito www.sigridloos.com o scrivere a info@sigridloos.com per informazioni su corsi e sedute individuali.

GIOCANDO S’IMPARA – L’importanza del gioco per l’apprendimento.

Il gioco è un attività naturale per tutti i mammiferi e gli animali a sangue caldo: Pare che i pesci e i rettili, essendo legati ad un sistema di reazioni basati sulla sopravvivenza e l’istintività, non giochino. Possiamo allora dedurre che  il gioco richiede uno sviluppo cerebrale superiore, un cervello ben integrato capace anche di sognare. Il sogno sembra nascere nel sistema limbico, sede delle emozioni e delle immaginazioni. Inoltre il sangue caldo sembra predisporre al gioco. Grassi e peli proteggono il corpo dall’escursione termica e trattengono così le energie necessarie per giocare. Come i cuccioli dei mammiferi che giocano per appropriarsi le competenze motorie e sociali necessarie alla sopravivenza, anche il cucciolo d’uomo gioca se cresce in un ambiente protetto, in assenza di fame, pericolo, e altre deprivazioni.

Le creature giocose hanno più massa neurale nei loro cervelli complessi. Questi sistemi neurali  si trovano nei lobi parietali  della corteccia  e sono direttamente legati alla percezione corporea, al movimento e all’elaborazione di informazione nel tronco cerebrale, nel talamo e nella corteccia.

L’impulso a giocare nasce nel cervello e non deve essere imparato.[1] Ci sono una serie di sostanze chimiche prodotti dal corpo che nutrono l’impulso di giocare ed altri che lo inibiscono. Il cervello produce dopamina quando giochiamo. Questa sostanza crea lo sviluppo di  reti neuronali  in tutto il cervello:  Recenti ricerche hanno rilevato che in pazienti del morbo di Parkinson e in bambini afflitti dalla sindrome di deficit di attenzione, il livello di dopanina è molto basso. Perciò il gioco è così importante per prevenire iperattività e difficoltà nell’apprendimento.

Tra i cuccioli dei mammiferi, l’uomo gioca più al lungo. Il suo sistema nervoso malleabile è in costante sviluppo per tutta la vita. Giocando egli  è più disponibile a rischiare, rimane più flessibile, impulsivo e creativo, pronto a seguire nuove idee fino alla sua morte.

Quando giochiamo mettiamo in atto tutto l’apparato sensoriale. Più di 80% del nostro sistema nervoso è occupato a integrare gli input sensoriali provenienti dal nostro corpo e dall’ambiente circostante. In questo senso il nostro cervello funziona come una macchina ad elaborazione sensoriale e il gioco è la chiave d’accesso a questa “macchina”. I nostri ricettori tattili e il cervello richiedono la diversità per poter integrare le sensazioni come un abbraccio forte, la carezza del vento nei capelli, il solletico alle gambe dell’erba alta, ecc. I nostri sensi hanno bisogno di stimoli diversi e se vogliamo mantenere il nostro cervello attivo, dovremo uscire dalla routine e fare ogni giorno qualcosa di diverso come mangiare con la sinistra, fare la doccia ad occhi chiusi o scendere la scala all’incontrario come sostiene il neurobiologo Lawrence C. Katz [2] . Le sfide al livello sensoriale ci aiutano a rimanere svegli e ad attivare il nostro sistema vestibolare. Persone che vivono con intensità sensoriale si riconoscono dall’entusiasmo, dalla curiosità e giocosità con cui affrontano la vita in uno spirito innocente da bambino.

Possiamo affermare che il gioco è sinonimo di apprendimento Già il bambino piccolo nelle prime settimane di vita comincia a giocare con il proprio corpo, o meglio: parti del suo corpo diventano il suo giocatolo. Prima ancora che si accorge che esistono altre cose intorno a se oltre al seno della mamma.. Il bambino comincia a giocare con i piedi, con le mani e si rende conto che ha delle estremità che può in qualche modo comandare e manipolare., ci gioca ed esplora. Man mano che cresce pone l’attenzione al di fuori del suo immediato raggio di percezione, viene attirato da stimoli visivi e sonori e comincia attraverso  una serie di giochi-sperimenti ad esplorare  il principio di causa-effetto agendo sugli  oggetti  dell’ambiente circostante. In questa fase è importante di offrire al bambino stimoli ben dosati al livello percettivo che lo inducano ad esplorare ma non lo blocchino per  uno sovraccarico di stimoli di cui deve difendersi.

Purtroppo la frenesia della nostra vita moderna è piuttosto controproducente allo sviluppo sensoriale. Troppi stimoli visivi e uditivi (un vero bombardamento di immagini e rumori) fanno si che i nostri sensi si chiudono. La nostra paura dei pericoli e dello sporco ci induce inoltre spesso ad impedire ai bambini di sperimentare l’ambiente al livello sensoriale. Recente ricerche sottolineano che l’ambiente asettico e la mania per l’igiene indeboliscono il sistema immunitario e sono le cause per molte forme di allergie. Il sistema immunitario si organizza attraverso le esperienze, e le malattie si sviluppano più facilmente quando il sistema immunitaria non può confrontarsi con batteri e virus.

Il gioco ci aiuta a crescere ed ad appropriarci di tutte quelle competenze sociali necessarie per istaurare rapporti sani con gli altri. Nel gioco impariamo a rischiare, a difenderci, a negoziare a sperimentare e vivere in pieno fantasia e curiosità. Una ricerca americana alla Yale University ha mostrato che i bambini che giocano molto al gioco simbolico, mostrano più facoltà di leadership a scuola, si comportano in modo più cooperativo e  meno competitivi o intimidatori verso gli altri.[3]

Giocare liberamente alla lotta, a  rotolarsi per terra, ad acchiapparsi, rincorrersi sono attività necessarie per sviluppare un senso di corporeità, equilibrio e la capacità di centrarsi. Inoltre crea la coscienza del dove siamo nello spazio in relazione con gli altri. Bambini,  ai quali viene negato giocare ad alto livello di contatto fisico spesso sono impacciati e hanno poca consapevolezza dello spazio intorno a se. Hanno difficoltà di essere presenti sia in relazione con gli altri sia in situazioni di apprendimento perché gli manca la percezione della propria corporeità.

Bambini abbandonati all’isolamento che non hanno potuto  toccare, muoversi e giocare,  sviluppano anormalità cerebrali associati alla violenza, l’allucinazione e la schizofrenia. Il loro cervello è da 20 a 50% più piccolo del normale. Ciò si attribuisce al fatto che l’isolamento inibisce lo sviluppo di grandi aree del cervello: il sistema sensoriale del tronco cerebrale che controlla il movimento e l’equilibrio, l’area responsabile per il tocco e l’area affettiva legata direttamente al tocco e al movimento.[4]

Nel gioco possiamo sviluppare empatia, autostima, altruismo e compassione, competenze sociali che ci aiutano a relazionarci meglio con gli altri ed essere facilitati nell’apprendimento scolastico.

COMPETERE O COOPERARE? A CHE GIOCHI GIOCHIAMO?

La giostraNella sua crescita il bambino passa dalla fase esplorativa delle cose alla fase del “tu”, riconosce che ci sono altre entità con le quali si può interagire. E tenendo conto dell’egocentrismo inerente a questa età, quando il bambino X incontra il bambino Y è già un incontro predisposto al conflitto, perché probabilmente Y avrà qualcosa che X  vorrebbe avere o vice versa. È l’origine dei conflitti dice René Girard[5]: “…l’imitazione del desiderio dell’altro: nel momento in cui qualcuno fa un gesto per appropriarsi un oggetto, questo provoca in chi lo guarda lo stesso desiderio dell’oggetto.” A questo punto le vie sono due: o litigare per l’oggetto o trovare una mediazione per gestire questo interesse in comune (il giocatolo). René Girard lo chiama una ritualizzazione della violenza per evitare quella vera, quella distruttiva. All’inizio è più un giocare uno accanto all’altro che diventa poi un giocare insieme (o uno contro l’altro).Se l’altro viene riconosciuto non solo come rivale nella competizione per il giocatolo, ma come compagno con cui si può interagire, fare qualcosa insieme, comincia a crearsi la percezione dal “tu” al “noi”.

Nel passaggio al “noi” i giochi di gruppo diventano interessanti, quindi un “facciamo qualcosa tutti insieme, ci aiutiamo a vicenda”. Nella fase del “noi” il bambino impara a gestire i due modelli: “Noi e Loro” (cooperazione) e “o Noi o Loro” (competizione). Quando gli altri vengono percepiti come avversari, nemici ecc. entriamo nell’ottica della competizione dove chi vince   alla fine ha ragione perché è il più forte. E di conseguenza avremo tanti esclusi ed emarginati.   Il “ noi” inteso come l’insieme del gruppo nella sua diversità  non preclude che il bambino non possa scegliersi di volta in volta i sui compagni.  il giocare  rispettandosi pur imparando a negoziare, rende anche più difficile il  vedere l’altro come avversario. A livello di apprendimento il giocare in maniera cooperativa permette di sviluppare competenze sociali  come la solidarietà, l’aiuto reciproco,  il sostegno, l’empatia.  Insieme agli altri  possiamo raggiungere  obiettivi più complessi  di quelli che potremmo raggiungere da soli, soprattutto se siamo sotto pressione  . Il gioco diventa così anche campo di apprendimento sociale e non solo attività per l’integrazione  degli schemi corporei o di manipolazione di materiale. Aiuta cosi di sviluppare competenze sociali importanti per la  sopravivenza in una società che tende sempre più all’individualismo e all’isolamento.

Per quanto è stato detto prima, non è del tutto indifferente se un gioco viene giocato in modo cooperativo o competitivo, sia  che si tratta di creazioni, manipolazioni o giochi di movimento o giochi di gruppo. Quando giochiamo e diamo più importanza al processo anziché al risultato ci possiamo più facilmente mettere in gioco anche al livello socio-affettivo. Ma nel momento in cui cominciamo a paragonare  X con Y, che non sono paragonabili perché si tratta di due entità diverse, ognuno ha la sua individualità e le sue competenze sviluppate in modo diverso, entriamo in ottica competitiva. Quindi o X o Y vince, e di conseguenza l’altro deve reggere la sconfitta a livello emotivo. Se il gioco, come già detto, dovrebbe essere inteso come momento di esplorazione, sperimentazione, divertimento, ed Y ha solo una gamba, allora va da sé che sarà escluso o ostacolato in tanti giochi che si basano sul movimento e sul risultato finale. Di conseguenza Y ha poca scelta. O si ritira dal gioco perché nessuno vuole sempre stare dalla parte dei vinti, o sviluppa delle strategie di inganno per vincere anche lui almeno ogni tanto. Oppure diventa aggressivo.  Questo spiega perché al livello scolastico troviamo tanti bambini aggressivi ed inclini a litigare. Come educatori riconosciamo difficilmente che queste conflittualità ed aggressività sono già implicite nel tipo di giochi o nei modelli educativi che proponiamo. Quando cominciamo a paragonare due entità  che non sono paragonabili (diversi tipi di intelligenza per esempio) diciamo già che uno sarà il più bravo e l’altro evidentemente il più imbranato.. Da un lato è possibile che l’autostima del più bravo si rinforzi, ma il più debole sicuramente deve incassare le frustrazioni dovute alle  sconfitte e avrà meno possibilità di costruirsi una buona autostima.. Siccome il suo modello è il più forte o più bravo, ma non riesce a raggiungerlo, deve compensare con altri modelli  con comportamenti aggressivi e disadattati. Perciò è importante che al livello educativo ci poniamo la domanda: a che giochi giochiamo?

PARACADUTE JPEGLe maestre che sperimentano i giochi che si basano sul mutuo rispetto, sulla cooperazione in modo continuativo nei loro programmi,verificano anche un cambiamento nel clima di gruppo che si riflette anche in altre attività. Il livello di conflittualità ed aggressività si abbassa e i bambini  mostrano comportamenti anche più cooperativi in altre situazioni della vita quotidiana. Terry Orlick[6], docente di Psicologia dello Sport all’Università di Ottawa, negli anni ottanta ha svolto una ricerca di durata di 18 settimane sull’influenza dei giochi cooperativi e il comportamento nelle scuole materne di Ottawa. Il progetto ha coinvolto 4 classi della stessa scuola di cui 2 seguivano un programma di giochi cooperativi mentre gli altri facevano il programma normale. Nella prima fase (8 settimane)i bambini giocavano 2 volte alla settimana per 30 minuti circa con una docente universitaria, e nella seconda fase  (10 settimane) le Maestre proseguivano con il monte ore raddoppiato le attività di giochi cooperativi. Il progetto era accompagnato da un gruppo di studenti, osservatori esterni che avevano il compito di valutare i comportamenti sociali. Le conclusioni al termine del progetto erano eclatanti: i gruppi che hanno seguito il programma delle attività cooperative ha mostrato anche  nella vita quotidiana una maggiore cooperazione, dall’accoglienza dei nuovi arrivati, al mettere a posto, al condividere giocatoli ecc. La litigiosità nei gruppi di controllo era molto più elevata. Gli insegnanti di questa scuola hanno deciso di applicare per tutte le classi uno stile cooperativo visto i risultati.

Se è vero che una volta i bambini imparavano in modo naturale le regole sociali ed i giochi venivano tramandati dai più grandi ai più piccoli, oggi queste condizioni non esistono più o solo di rado, allora non si può pretendere che i bambini imparino a giocare insieme  se nessuno gliel’ha mai insegnato. E’ come se a 3 anni dovessero già leggere e scrivere ma nessuno si è mai preoccupato ad insegnarglielo.

Tornando al nostro esempio dell’Y: avendo solo una gamba, dovrebbe aver uguale diritto di aver piacere nel movimento, ma questo diritto gli viene negato nel momento che noi come educatori poniamo tutto in una chiave competitiva (l’espressione verbale “vediamo chi è il più bravo” o “chi ha vinto?” induce già alla competizione) Lo stesso vale per la creatività, supponendo che Y ha anche solo un braccio (metaforicamente parlando). Se nell’età evolutiva ,che corrisponde alla fase dell’esplorazione e della scoperta, vengono stabilite precocemente i canoni del bello e del brutto (che per il bambino corrispondono all’ essere amato o no,) rischiamo di scoraggiare lo sviluppo del potenziale creativo che sta in ogni individuo. Se il bambino impara fin da piccolo che quello che fa non va bene,   alla fine non si impegna più. E  ha ragione. Perché dovrebbe esplorare e sperimentare  se i risultati non sono apprezzati dall’adulto?

Attraverso il gioco il bambino non impara solo di rapportarsi con gli altri ma soprattutto affina le sue competenze corporee, percettive e creative. Nel movimento (correre, arrampicarsi, strisciare, gattonare, prendere e lanciare) integra i suoi riflessi, impara ad orientarsi nello spazio, ad affinare la propriocezione (la reazione dei muscoli agli stimoli esterni). Il movimento gli permette di sviluppare la motricità grossa e fine necessaria per l’apprendimento scolastico.

Attraverso la percezione sensoriale si appropria di tutte quelle informazioni necessarie a costruirsi la conoscenza dell’ambiente circostante.

Attraverso la manipolazione (tagliare, incollare, montare, smontare, impastare, costruire, deformare…) egli acquisisce l’abilità manuale e la coordinazione occhio-mano e mente-mano necessaria per trasformare i progetti in realtà concrete, dando così alla sua fantasia una legittimità necessaria al suo sviluppo costante.

Fonte: Sigrid Loos e Karim Metref: Quando la testa ritrova il corpo, giochi ed attività per la scuola dell’infanzia, EGA, Torino 2003


[1]Penksapp Jaak: Affective Neuroscience. The Foundation of Hyman and Animal Emotions. Oxford University Press 1998[2] Katz Lawrence C./Manning Rubin: Keep your brain alive, Workman Publishing, NY. USA 1999

[3] Singer Dorothy and Jerome: The House of Make Believe, Childrens Play and the developing imagination, Harward University Press, Cambridge USA citato in: C. Hannaford vedi nota 4

[4] Carla Hannaford, Ph.D, “Awakening the  Child Heart, Handbook for Global Parenting” Jamilla  Nur, Publisging, Hawaii, 2002

[5] René Girard. Des choses cachées depuis la fondation du monde. Ed. Grasset. Paris. 1978

[6] Orlick T.: Winning through Cooperation, Akropolis Books Ltd, Washington, USA 1984

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