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MALAWI, L’ALTOPIANO DEL MONTE CHAONE UN ESPERIENZA DI’ALTRI TEMPI

Il 2015 è il quarto anno in cui vado in Malawi come volontaria nelle missioni Monfortane e per fare formazione, sia con maestre delle scuole materne che con  giovani. Quest’anno, come già avvenuto l’anno scorso, tra le sfide molteplici, si è presentata l’occasione di un soggiorno sull’altopiano del Monte Chaone.

Qui, nel 2013, si recarono un gruppetto di giovani di Balaka tra quelli da me formati, insieme a due volontari di Bergamo, entusiasti delle tecniche apprese.

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Il primo villaggio che incontriamo salendo sull’altopiano del Chaone

Si tratta di una località sperduta, situata in un altopiano tra Zomba e Mpiri dove vivono, da un secolo circa 10.000 persone, con un’economia di sussistenza, piantando mais e ortaggi. Qui non esistono infrastrutture, né elettricità. E’ forte la tendenza al disboscamento, largamente praticato da tutti, poiché la carbonella è il combustibile utilizzato oltre che per cucinare, anche per il riscaldamento (nei mesi invernali le temperature raggiungono i 5 gradi)

Sono una ventina di villaggi e la popolazione degli Ayao è maggiormente musulmana mentre nel resto del Malawi prevalgono i cristiani.  L’altopiano si raggiunge unicamente a piedi, attraverso sentieri impervi, ripidi e – a volte – anche pericolosi che si trasformano in rivoli durante la stagione delle piogge. La strada nazionale dista circa 3 km di strada sterrata per arrivare al villaggio che funge da campo base.

La gente che ci vive trasporta, da valle  a monte, sulla propria testa, ogni genere di necessità: dai sacchi di cemento, alla legna, ai sacchi di mais… Sono soprattutto le donne che fanno questo lavoro.

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I ragazzi si preparano a portare il nostro materiale ul Monte

A valle un gruppetto di giovani si è specializzato nel lavoro di trasportatori. In una situazione molto povera ciò rappresenta un piccolo guadagno per le famiglie che abitano a valle (i nostri bagagli li hanno trasportati ragazzini di circa 10 anni!)

Uno dei primi progetti dei missionari monfortani fu la costruzione di un mulino che serviva a macinare il  mais perché la popolazione non fosse più costretta a portare a valle il raccolto per poi riportare indietro i sacchi di farina macinata. In seguito costruirono la chiesa e la scuola materna, aperta a tutti i bambini del posto, indipendentemente dalla loro provenienza religiosa.

Questa iniziativa ha posto le basi per la creazione di un Youth Center anche su Monte Chaone. Il motto del Chaone Youth Center è: “keep the trees growing” (“fate crescere gli alberi”)

Inizialmente erano i giovani che si radunavano intorno al campetto sportivo per far giocare i bambini, organizzando tornei di calcio e occupandosi di persone più bisognose, sullo stesso programma che normalmente viene fatto con i campi estivi a Balaka.

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In attesa degli scaffali i libri della biblioteca sono accastati sul tavolo

A questo punto il centro giovanile aveva bisogno di un posto fisso da qui l’idea di costruire una sede  che dovrebbe diventare non solo un luogo di studio e di socializzazione per i giovani ma anche un centro di alfabetizzazione per gli adulti che non hanno avuto la possibilità di frequentare la scuola. La scuola primaria esiste dal 1998 e fu costruita da una ONG inglese. Oggi è frequentata da 800 bambini.

Ora il Centro c’è e serve anche come Biblioteca, poiché, oltre alla scuola elementare e media non esiste altro luogo comune di socializzazione. Diventa perciò chiara l’importanza di uno spazio simile, per un luogo sperduto.

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Il nuovo ospedale con reparto maternità e pronto soccorso che aspetta la sua inaugurazione

I Monfortani, nel frattempo, avevano anche costruito un ospedale che dovrebbe  entrare in funzione dopo l’estate. In esso saranno attivi un Pronto Soccorso e il reparto di maternità, completamente assente per tutta questa comunità, dove le donne sono costrette a partorire in casa oppure a percorrere 3 ore di marcia  per raggiungere l’ospedale più vicino. Anche questa struttura sarà aperta per tutta la comunità e non solo per i cristiani.

Nel 2014, fu quindi posta la prima pietra per la costruzione della Biblioteca della Youth Center (centro giovanile), sulla base dell’esperienza del CYC di Balaka e, quest’estate nel 2015 ha preso funzione, grazie alla gestione della responsabile bibliotecaria mussulmana Asiatu James.

I libri della biblioteca provengono, per ora, dalla Biblioteca della Cecilia Youth Center.

Tutte queste attività hanno portato anche dei conflitti perché sono state vissute come invasive da alcuni membri della comunità locale, specialmente i capi villaggio. Infatti è per loro difficile comprendere le innovazioni portate dal CYC che vengono interpretate come un pretesto per portare la “cristianizzazione” nei villaggi. Alcuni villaggi vicini, perciò, reagirono in modo conflittuale, trattenendo i bambini dal partecipare alle attività proposte.

Tuttavia i giovani del posto sono riusciti a far comprendere ai loro genitori che le iniziative del CYC sono mirate all’emancipazione di tutti e porteranno vantaggi sia sul piano dello sviluppo culturale che su quello della valorizzazione delle risorse, per esempio col progetto di reimpiantare alberi, contrastando la tendenza al disboscamento.

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Il gruppo pratica qyalche movimento di Brain Gym

Durante il 2012 e 2013 gli insegnanti ella Scuola materna Santa Monica del Chaone erano scesi dalla montagna per frequentare il mio corso di formazione, insieme ad  insegnanti di altre scuole materne. Da questo lavoro nacque l’idea di un libro, intitolato Learn to move, move to learn, scritto da me. Che fu pubblicato dalla casa editrice Montfort Media di Balaka nel 2015.

Nel 2014 andai per vedere il lavoro svolto dalle insegnanti di Chaone. Quindi lavorai con loro e con 8 giovani sulle tecniche di gioco cooperativo e sul raccontare storie attraverso gli oggetti creati.

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giocando con il gruppetto degli insegnanti

Gli avvenimenti occorsi nel frattempo, anche in seguito alle situazioni conflittuali venutesi a creare, hanno comportato cambiamenti per cui, attualmente, il personale insegnante è solo locale. Di conseguenza, quest’anno, io ho lavorato il primo giorno con insegnanti nuovi e la partecipazione di Asiatu James, e il secondo giorno con studenti e insegnanti insieme. Con loro abbiamo lavorato utilizzando i giochi per la scuola materna raccolti nel libro sopracitato e ripetendo alcuni movimenti di Brain Gym® già praticati negli anni passati.

Nella scuola materna di Monte Chaone manca tutto. Hanno appena il gesso per scrivere. Gli unici materiali provengono dalla Missione. Anche il tempo da dedicare alle attività è scarso. Per esempio da quest’anno mandano i bambini a casa alle 11 perché non possono coprire le spese del pranzo.

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Giochiamo alle macchine con il gruppo degli insegnanti e dei giovani assistenti del Centro Giovanile

I libri sono scarsi e i pochi libri esistenti sono in lingua chichewa (loro parlano ayao simile al chichewa). Non essendoci abitudine alla lettura nemmeno hanno sviluppato l’abitudine all’uso di un libro per utilizzare le tecniche che illustra. Perciò, nonostante il testo sia stato tradotto anche nella lingua locale il metodo di apprendimento continua a basarsi sulla ripetizione di quanto viene mostrato (da qui la possibilità che venga poi riproposto). I miei allievi sono entusiasti e pieni di gratitudine per l’esperienza svolta anche quest’anno. Per questo tornerò ancora sul Monte Chaone.

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Giocare con il cuore Un esperienza con Fred Donaldson, autore del libro “Playing by heart”

Sigrid e FredFred Donaldson, pedagogista e ricercatore americano, durante la conferenza internazionale di Brain Gym® a Bali nel 2013 ci ha illustrato la sua trentennale ricerca sul gioco originario, termine da lui coniato  per descrivere  un determinato modo libero e spontaneo di giocare.  Tutti gli animali di sangue caldo, incluso l’uomo, giocano per appropriarsi delle abilità necessarie alla sopravvivenza. L’invito a giocare sottosta ad un codice comune che si esprime nella postura, nello sguardo e nell’atteggiamento non aggressivo.

Per Fred Donaldson il gioco è spontaneo, libero e non strutturato, con un alta componente di fisicità e viene dal cuore. Se una persona gioca col cuore non bada ai risultati, alla competizione; piuttosto gioca per il gusto di giocare di interagire con gli altri, cercando il contatto, toccando, rotolandosi e muovendosi alla stessa altezza del suo interlocutore: a gattoni con gli animali e i bambini; in piedi con gli adulti. Il gioco diventa così una danza d’energia, espressione di pura gioia e soddisfazione.

Fred, nella sua trentennale carriera di giocatore di cuore ha giocato con tutti i tipi di animali domestici e selvatici come lupi, orsi ma anche con leoni e tigri in cattività. Il suo approccio è sempre lo stesso: a gattoni, le braccia leggermente inclinate, il sedere più alzato e la testa inclinata sul lato; l’occhio sinistro guarda l’occhio sinistro dell’interlocutore. Si tratta della tipica postura d’invito a giocare che assumano naturalmente gli animali. Come partecipanti abbiamo potuto sperimentare l’effetto dello sguardo ed in effetti, guardando con il nostro occhio sinistro nell’occhio sinistro del partner la maggior parte di noi si sentiva a proprio agio e accolto dall’altro, mentre  guardandoci occhio destro nell’occhio destro molti di noi hanno percepito un senso di minaccia come se guardassimo oltre e non vedessimo più l’altra persona nella sua totalità, ciò viene interpretato istintivamente come sguardo aggressivo.

In un altro sperimento Fred ci ha fatto spingere con il pugno nella mano aperta del nostro partner. L’ovvia reazione era che il partner ha posto resistenza inducendoci a spingere più forte, anche se non faceva parte della consegna. Abbiamo semplicemente riprodotto uno schema competitivo imparato. In secondo momento Fred ci ha invitato a rispondere alla spinta del pugno con un movimento fluido che ammorbidisce la spinta e fa diventare il movimento come una danza. Immediatamente si è creato un altro clima, la minaccia è diventata un gioco d’energia tra due persone. Alla fine ci siamo tutti seduti per terra schiena contro schiena a strofinarci l’uno contro l’altro in un unico grande groviglio di corpi gorgheggianti dalle risate. Giocando in questo modo ci sono tre regole fondamentali per noi adulti: niente, pugni e calci; niente solletico; niente presa forzata. Per i bambini non esistono regole. Siamo noi che dobbiamo re-imparare a muoverci con fluidità, a distinguere un tocco buono da quello cattivo, a riacquisire uno spirito gentile e la capacità di guardare oltre, abbandonare la tendenza all’autodifesa e sviluppare un senso di appartenenza e fiducia.

Se rispettiamo la prossemica nel gioco, cioè, ci mettiamo allo stesso livello del nostro interlocutore, possiamo giocare con chiunque risvegliando e appellandoci all’energia del cuore; in termini neurologici, all’energia dell’emisfero gestalt – camunamente il destro – che è orientato allo spazio, al contesto alla cooperazione e alla curiosità verso il nuovo.

Giocare in questo modo diventa una danza energetica tra due individui per il puro piacere di muoversi ed esplorare il mondo circostante insieme anziché una competizione in cui il più forte sopraffa il più debole.

EDUCARE ALL’AMBIENTE ATTRAVERSO LA PERCEZIONE SENSORIALE

L’IMPORTANZA DELLA PERCEZIONE SENSORIALE PER LO SVILUPPO PSICOFISICO

La nostra memoria assorbe attraverso l’udito il 20 % , attraverso la vista il 50%, attraverso la comunicazione verbale il 70% e attraverso il fare il 90% delle informazioni. Attraverso il fare abbiamo la più alta possibilità di memorizzare ciò che apprendiamo. Nel giocare, nel

partecipare e nel mostrare memorizziamo l’esperienza e l’appreso. Quando lo svolgimento di un azione è immagazzinata nella nostra memoria possiamo giocare più disinvolti senza dover pensare al prossimo passo da fare. Perciò i giochi e lo svolgimento di essi divertono di più quando l’azione è conosciuto e chiaro per tutti.

Quando tutti i sensi sono ben coordinati e unificati in un gioco d’insiemi, l’uomo è ricettivo e pronto ad imparare. Le conseguenze di una percezione disturbata possono essere un comportamento disadattato, di irrequietezza, uno sviluppo del linguaggio ritardato o mal sviluppato e disturbi di concentrazione.

Persone con disturbi percettivi possono essere appariscenti con un atteggiamento impertinente, senza distacco ed aggressivo.

I sentimenti non vengono espressi o vengono espressi male. Ciò dipende da una mancanza di stimoli sensoriali e di conseguenza i sentimenti mal interpretati trovano sfogo in aggressioni, paure e insicurezza. Persone con disturbi percettivi possono accettare male il contatto fisico. Hanno paura del contatto, per esempio provano disgusto o si rifiutano di toccare le cose umide o scivolose. La percezione delle persone con handicap psicofisico è spesso mal sviluppato o addirittura disturbato. La causa può essere una mancanza di ossigeno durante la nascita o una relazione disturbata tra madre e figlio già nella fase prenatale (per es.: la madre rifiuta il bambino nel grembo), oppure una trascuratezza dei sensi. La percezione è strettamente collegata con la memoria che favorisce la capacità di apprendimento.

IL TATTO

Attraverso la percezione corporea si sviluppano altri funzioni come la comunicazione, la motricità fi ne, la coordinazione occhio-mano. Attraverso il contatto fisico si stabilisce l’equilibrio psichico e si trasmette sicurezza. Toccare e tastare sviluppa la sensibilità soprattutto nella bocca, nelle mani, dita e pelle. Il semplice tocco aumenta la produzione di un determinato ormone nel cervello – il fattore della crescita dei nervi – che attiva il sistema nervoso e in particolare lo sviluppo delle reti neurali. La mancanza di contatto diminuisce le reazioni mentali e motori. La pelle è un sistema di allarme per il corpo. La pelle protegge il corpo da calore, freddo dolore ecc.

Nella nostra società il toccare è anche tabù. Si raccomanda già ai bambini piccoli: “non toccare!” Tuttavia se vediamo un pulcino e ci immaginiamo che è morbido e caldo, voliamo toccarlo. Non possiamo vedere se una cosa è calda o soffi ce. Toccare è molto importante per la vista. Vediamo quindi con le mani. Le mani e la bocca hanno più recettori che le altri parti del corpo. Ogni volta quando il tocco viene combinato con gli altri sensi, una parte più ampia del cervello viene attivata e si creano più reti neurali. In questo modo si libera una parte maggiore del potenziale di apprendimento. L’apprendimento viene stimolato attraverso il tocco. Quando vogliamo ancorare nuovi processi di apprendimento è bene farlo con un leggero tocco sulla spalle o il braccio della persona in apprendimento.

LA VISTA

Come già detto tutti i sensi devono collaborare per garantire una percezione globale. Nonostante ciò la vista viene considerata come senso più importante della percezione. Solo 10 % del vedere però avviene attraverso l’occhio. Gli altri 90% avvengono nel cervello in associazione con il tatto e i recettori muscolari. Quando il neonato tocca tutto intorno a sé, impara tutto sulle strutture le forme e i colori. Mette le cose in bocca per “sentirle”. Un immagine visuale completa si crea solo all’età di 8 mesi. Molte persone “normali” hanno disturbi di percezione visiva. Guardano in modo distratto o non osservano bene. Per una persona con handicap psicofisico è ancora più difficile vedere bene, perché percepisce il suo ambiente in modo meno differenziato a causa dei disturbi cerebrali.

Persone con difetti visivi e handicap psicofisico hanno difficoltà ad orientarsi nello spazio e di conseguenza si verifica un insicurezza nel camminare. Queste persone tendono nelle attività ludiche comuni a disturbare o a isolarsi.

L’UDITO

La nostra società considera l’udito il canale di percezione al secondo posto dopo la vista. L’udito si sviluppa nella 12. settimana nel grembo materno. Dal 5. mese il feto reagisce già ai suoni esterni. L’ascolto è preliminare per il parlare. Perché bambini con disturbi uditivi possono aver grande difficoltà nell’imparare a parlare e a livello scolastico anche con la lettura e la scrittura.

Siamo in continuazione esposti ai rumori perché non possiamo “chiudere” le orecchie come possiamo fare con gli occhi. Assorbiamo tutto senza filtro. Troppi rumori causano disturbi di concentrazione. In grandi spazi chiusi e mal sonorizzati come per esempio nelle aule scolastiche, sale mense e saloni di case di riposo, ci innervosiamo più facilmente quando il livello di rumore è troppo confusionale. Questo fenomeno è ancora più accentuato per le persone con disturbi uditivi degenerativi. Un continuo rumore nella frequenza delle tonalità alte (discoteche) disturba le membrane fini all’interno dell’orecchio. Ciò porta ad un abbassamento dell’udito, che può creare disturbi di equilibrio e un isolamento dell’individuo dal suo ambiente circostante. Quando si rimprovera una persona anziana o con handicap psicofisico e con problemi di udito “cosa ti ho detto, non ascolti mai?” o frasi simili che mirano alla capacità di ascolto si possono creare dei malintesi. Questa persona non si sente capita e accettata e può reagire in modo aggressiva o chiudersi in sé stessa.

L’OLFATTO E IL GUSTO

L’olfatto e il gusto vengono considerati comunemente i canali sensoriali minori. A livello cerebrale sono strettamente collegati con le reazioni istintive. Fin dalla nascita l’olfatto è sviluppato molto bene, un neonato di 6 settimane riconosce il seno di sua madre al l’olfatto. L’olfatto e il gusto sono strettamente collegati. Con il palato possiamo solo distinguere 3 gusti: acido, salato e dolce. Tutte le altre differenziazioni del gusto dipendono dall’olfatto. Quando mangiamo non ci saziamo solo ma il gusto e l’odore ci stimolano e ci procurano un piacere del cibo. L’olfatto da una parte ci trasmette piacere (fiori, profumo, frutta), dall’altra parte ci crea repulsione (rifiuti, gas di scarico, gli escrementi). L’olfatto e il gusto sono anche un sistema di allarme per il nostro corpo. L’incendio i sente attraverso l’odore e innesca così il sistema di allarme. Gli animali sentono il pericolo attraverso gli ormoni della paura – i feromoni – . Anche l’uomo ha questa capacità solo che è più sepolta a causa del sovraccarico di stimoli olfattivi di cui siamo invasi quotidianamente. L’amaro di un cibo fa innescare il sistema di allarme perché potrebbe essere velenoso. Molte piante velenose nella natura hanno un gusto amaro. Ugualmente ci segnala un cibo acido che il frutto non potrebbe essere maturo. Quando questi due sensi sono disturbati o danneggiati l’individuo comincia dare meno importanza alla qualità e consistenza del cibo fi no alla totale negligenza. Questo fatto comporta il rischio che il corpo non riceve più il nutrimento necessario per mantenere un equilibrio psicofisico e ciò può provocare disturbi di percezione e di apprendimento.

Il bambino piccolo e’ un esploratore innato, che usa tutti i suoi sensi per appropriarsi del mondo. Il tatto, l’olfatto e il gusto, sono strumenti essenziali nel suo processo conoscitivo, e tali sensi “corporei” non diminuirebbero di fatto la loro funzionalità se non fossero “uniformizzati” durante la crescita. Per l’adulto invece l’olfatto e il gusto non sono valorizzati come l’udito e la vista, e vengono usati solo inconsciamente per una prima valutazione delle cose.

PERCHÉ USARE I GIOCHI NELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE?

Secondo noi educazione ambientale significa prima di tutto e prima di ogni apprendimento nozionistico, rieducare all’uso dei 5 sensi, verso una percezione piu’ ampia e profonda. Se vogliamo cambiare qualcosa nel nostro rapporto con l’ambiente – urbano e naturale – dobbiamo cambiare prima noi stessi, e aprirci ad accogliere soprattutto gli aspetti positivi: la forza delicata di un fiore spuntato tra il cemento, la melodia del canto di un merlo in mezzo al traffico assordante, o meglio ancora il ritmo delle onde del mare, i mille suoni nascosti della foresta.

Percepire la natura significa immedesimarsi con essa, senza accorgersi del passare del tempo, raccolti in noi stessi ma completamente aperti ad ogni sua manifestazione. Abituati come siamo ad urlare ed usare i

gomiti per raggiungere i primi posti, in quest’ambito invece ritorniamo umili ed impariamo a concentrarci nel silenzio.

Giocando si impara, si esperimentano le proprie capacità e limiti, si simula la realtà e di conseguenza si riesce a valutare meglio le diverse situazioni della vita. Il gioco rende autonomi e richiede sempre decisioni autonome. Attraverso il gioco si costituisce la propria individualità e fiducia in se stessi, e si diventa più critici.

Il gioco deve essere liberato dall’aspetto produttivo. La competitività del tipo “vince chi” non ha spazio in un discorso di educazione ambientale che focalizza la sensibilizzazione e mira al cambiamento di atteggiamenti.

La competizione difficilmente può aiutare a risvegliare ed affinare i sensi: quando siamo presi dal dover vincere non possiamo concentrarci sulla percezione dei sensi; dalla sconfitta deriva un senso di frustrazione ed esclusione e, con l’accumulo di sconfitte, perdiamo anche la voglia di continuare a giocare”.

Il nostro intento è di liberare il gioco dalla nicchia ristretta dei bambini. Siamo convinte, dopo le esperienze di tanti stages con adulti, che, un apprendimento profondo mirato al cambiamento, passa innanzitutto attraverso canali emotivi e percettivi oltre che cognitivi. Forse l’adulto, ancor piu’ del bambino, ha bisogno di prendere consapevolezza dell’ambiente circostante, dimenticando la razionalità e lasciando spazio ai sensi. Si tratta di un apprendimento integrale, che mira al coinvolgimento dell’intera persona e che non si limita al semplice

messaggio trasmesso dalle parole.

L’APPRENDIMENTO COME STIMOLO

L’educazione dovrebbe orientarsi non soltanto ai valori puramente intellettuali. La chance di un cambiamento sta nel liberare il gioco dai suoi valori disprezzati nel passato, e riconoscere la loro utilità nell’apprendimento integrale. Attualmente nell’apprendimento esiste una scissione tra cultura intellettuale e cultura emotiva. Tutto ciò che è emotivo come la gioia, la rabbia, la noia e il piacere, viene lasciato fuori dalla porta scolastica e formativa. L’apprendimento e’ “un saper fare” ma non arriva poi a “un saper essere”, cosa che significherebbe l’integrazione di tutti i lati della persona, e quindi dei suoi fattori emotivi, legati a quelli sensoriali.

Le più recenti ricerche in merito hanno dimostrato che la cultura emotiva e’ determinante perché e’ la molla che fa’ scattare il meccanismo per l’apprendimento di qualsiasi cosa. Una cosa studiata con passione ed interesse rimane impressa per tutta la vita, mentre quello che viene imparato a memoria sparisce nel nulla dopo poco tempo.

Spesso nei nostri corsi di formazione con insegnanti ci sentiamo dire che manca il tempo e non c’è

abbastanza spazio nella programmazione per far giocare i ragazzi o per inserire esperienze diverse. Questo vale specialmente per la Scuola Media e le Superiori.

In questo caso l’errore di fondo sta’ nel pensare che una persona possa imparare ed abbia il cervello libero in qualsiasi momento, e che sia sempre interamente disponibile ad assorbire informazioni cognitive, indipendentemente dal suo stato emotivo. Sappiamo invece, ad esempio, di quanto sia difficile, anche solo leggere il giornale, se la nostra mente e’ occupata da preoccupazioni. Quella che viene normalmente considerato una distrazione irrilevante, e a cui si passa sopra come se non esistesse, viene individuata, ad un attento esame, come il maggior impedimento nel processo di apprendimento nozionistico.

E allora come uscire da questa trappola che non ci fa considerare i fattori emotivi, che comunque ostacolano l’apprendimento?

Il primo rimedio potrebbe essere di lasciar spazio alla fuoriuscita e alla verbalizzazione dei fattori emotivi, cosa che, anche se può sembrare rubare tempo al programma, alla fine invece costituisce un risparmio di tempo e, specialmente, di energia. Il secondo rimedio e’ invece, secondo noi, creare una programmazione che, fin dall’inizio tenga conto della cultura emotiva degli allievi (bambini e adulti).

Anche materie apparentemente cosi noiose come matematica o scienze, possono essere esposte in maniera da catturare l’attenzione di tutti. La visualizzazione, anche quella corporea, può essere un valido aiuto. Il significato di catena alimentare puo’ essere fatto studiare ai ragazzi leggendo il libro di scienze da pag. …. a pag. – e il contenuto sara’ probabilmente dimenticato dopo l’interrogazione – oppure può essere espresso e sperimentato attraverso la drammatizzazione. In questo caso i ragazzi che l’avranno vissuto con divertimento

e piacere non si scorderanno più dei concetti acquisiti.

Il punto di partenza di questo percorso di apprendimento integrale e’ lo stimolo dell’entusiasmo, creando un clima di gruppo che permetta tranquillamente di esprimersi e familiarizzare con gli altri e l’ambiente circostante.

Si passa poi ad una seconda fase, di concentrazione, di raccoglimento e di calma, che permette di entrare in contatto con le proprie emozioni.

A questo segue la fase dell’esperienza diretta e dell’esplorazione, in cui ognuno, con attenta curiosità, indaga l’ambiente circostante. Soltanto dopo questi passaggi e’ possibile arrivare a far partecipare anche gli altri alle proprie esperienze, attraverso un momento più razionale, che permetta anche conclusioni successive alle osservazioni effettuate e lo sviluppo delle strategie possibili per un cambiamento positivo.

Tutto questo presuppone un atteggiamento di equivalenza da parte dell’animatore nei confronti dei

partecipanti: non si tratta di uguaglianza, perché il vissuto di ciascuno e’ differente, e non per questo migliore o peggiore, ma piuttosto e’ equivalente.

Ruolo dell’animatore e’ quindi quello di facilitare, agevolando l’attuazione delle esperienze e delle attività proposte, a cui lui stesso partecipa attivamente, divenendo così parte integrale del gruppo.

Ne risulta un mutuo apprendimento, da parte di tutti i partecipanti alle attività, animatore compreso.

Fonti: Sigrid Loos Laura dell’Aquila: Naturalmente giocando, EGA, Torino 1993

Sigrid Loos, Ute Hoinkis: Handicap? Anche noi giochiamo, EGA, Torino 2001
(i libri fuori catalogo possono essere acquistati direttamente dal sito www.sigridloos.com)

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