movimenti per la mente in movimento

Articoli con tag ‘giochi cooperativi’

ESPERIENZA DI FORMAZIONE IN MALAWI

Nel tardo 2010 ho ricevuto una e-mail da un’educatrice italiana, che mi chiedeva aiuto per una formazione, su base volontaria per educatori e bibliotecari del Cecilia Youth Centre in Malawi.

Da un po’ di tempo pensavo ad un’esperienza simile e, finalmente, la mia chance sembrava arrivata.

INFORMAZIONI UTILI SUL MALAWI

Il Malawi è uno dei sei paesi più poveri al mondo. L’aspettativa di vita è di 41 anni e il tasso di mortalità infantile è altissimo. La percentuale di malati di Aids è tra le più elevate al mondo, è presente una delle forme più maligne di malaria, oltre che alle comuni patologie come la febbre tifoide, la meningite e l’epatite A, il colera. (altro…)

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Perchè giocare in modo cooperativo?

” I giochi competitivi sono divertenti solo per i vincitori, i giochi cooperativi sono divertenti per tutti “. Questa considerazione fatta da un bambino di 8 anni che ha partecipato ad uno dei miei laboratori sui giochi cooperativi dovrebbe far riflettere tutti quelli che sono ancora convinti che l’agonismo sia un sano e necessario principio di educazione.. Se è vero che il gioco prepara il bambino alla vita da adulto in un determinato contesto sociale e culturale, dovremmo interrogarci innanzitutto sul tipo di gioco che  offriamo ai nostri bambini. (altro…)

EDUCARE ALL’AMBIENTE ATTRAVERSO LA PERCEZIONE SENSORIALE

L’IMPORTANZA DELLA PERCEZIONE SENSORIALE PER LO SVILUPPO PSICOFISICO

La nostra memoria assorbe attraverso l’udito il 20 % , attraverso la vista il 50%, attraverso la comunicazione verbale il 70% e attraverso il fare il 90% delle informazioni. Attraverso il fare abbiamo la più alta possibilità di memorizzare ciò che apprendiamo. Nel giocare, nel partecipare e nel mostrare memorizziamo l’esperienza e l’appreso. Quando lo svolgimento di un azione è immagazzinata nella nostra memoria possiamo giocare più disinvolti senza dover pensare al prossimo passo da fare. Perciò i giochi e lo svolgimento di essi divertono di più quando l’azione è conosciuto e chiaro per tutti. (altro…)

Il gioco nelle relazioni familiari di Elena Passerini

Ho ricominciato a giocare verso i trent’anni, fuori dall’ambito familiare, soprattutto grazie a Sigrid Loos e ai suoi giochi cooperativi. A seguito di quella semplice esperienza così sorprendente e vivificante mi sono occupata in vari modi di gioco. Ho giocato con gruppi di bambini ma soprattutto di adulti, di animatori e insegnanti, e ho imparato a osservare il gioco e a scoprirne e descriverne i molti significati durante i corsi di formazione.  Abbiamo fatto due libri. Ci siamo occupati di gioco e ambiente, gioco e percezione sensoriale, gioco e riappropriazione della città, gioco e fiducia, gioco e creatività, gioco con i rifiuti, ultimamente persino gioco e psicodramma,  ma non gioco in famiglia. Per questo ho trovato così stimolante questo tema che mi è stato richiesto, così provo a dare un contributo anche se non posso essere presente.

Sembra una cosa così scontata, giocare in famiglia, sembra ovvio!

Eppure, se proviamo a pensarlo in una prospettiva storica ed educativa, questo tema potrà risultare molto più spinoso di quanto sembra. Per questo vorrei proporvi una serie di immagini da lasciare alla vostra riflessione.

Esiste tutto un repertorio di giochi affidato tipicamente alla tradizione familiare, giochi fatti dagli adulti per i più piccoli: trotta trotta cavallino, le filastrocche recitate  prendendo la mano e le dita del bambino … le nonne sono esperte di tutto ciò. Ma anche il cu-cù e le versioni più infantili del nascondino, il gioco che Freud chiama Fort-da, cioè il bambino che butta il rocchetto o il cucchiaio giù dal seggiolone per 500 volte, sono giochi che hanno un profondo significato psicologico nella storia del legame tra la madre e il bambino e probabilmente si perdono nella notte dei tempi.  Nel libro La strada dei bambini ho parlato del papà che “corre” dietro al bambino e gli dice “ti prendo, ti prendo!”. È un’immagine bellissima che può far capire molte cose agli animatori. Sono tutti giochi per i piccoli e durano pochi minuti.

Però per il bambino più grandicello, capace di relazioni sociali, la tradizione del gioco prendeva altre vie: non più i nonni o la mamma, ma fratelli, cugini, amici del cortile o della strada.

E qui abbiamo già incontrato una prospettiva storica.

Ho lavorato più volte con metodo autobiografico con adulti di varia età e provenienza e ogni volta, quando ricostruivamo i luoghi, i modi e i tempi del gioco infantile, scoprivamo che i bambini giocavano “sempre!”, cioè in tutto il tempo non occupato da obblighi scolastici o domestici o fisiologici. E i bambini giocavano sempre senza adulti, anzi, le rare figure di adulti rimasti nella memoria erano visti come invasori da tenere alla larga. Oppure le meno anziane ricordano figure di adulti che si sapeva che esistevano, come la portinaia, la mamma a casa, la lattaia, potevano anche essere un punto di riferimento in caso di bisogno, ma certamente non intervenivano nel gioco e nemmeno “controllavano” in senso stretto.

Ora viviamo nell’epoca dei cortili e strade ridotti a parcheggi, della scomparsa delle bande infantili, dei gruppi spontanei di bambini, della grande percentuale di figli unici privati di tempo libero e soli, dell’estinzione della millenaria cultura orale dei giochi infantili. Ma anche nei quartieri nuovi ben costruiti, con le macchine seppellite nei garage o con molti giardinetti privati, non si vedono tanti bambini giocare. Non si tratta solo di un problema urbanistico di soffocamento degli spazi pubblici e mancanza di partecipazione progettuale, né solo del “malessere” o “disutilità da ingorgo” conseguente a un modo poco razionale di conseguire il “benessere”.

È in atto un mutamento culturale ed educativo di cui facciamo fatica a descrivere i complessi confini e soprattutto a comprenderne fino in fondo le conseguenze.

È in corso una rivoluzione educativa silenziosa che pervade tutto. Nell’ambito familiare il passaggio è stato definito “dalla famiglia etica alla famiglia affettiva”.  La nuova rivista “Conflitti” si propone proprio di fare un po’ di luce su questi temi. Daniele Novara, presentandola in provincia di Milano, ha usato un’immagine molto forte e provocatoria: “non possiamo passare dal padre che tira fuori la cinghia per farsi ubbidire al padre che tira fuori i burattini per far divertire i bambini! Siamo al grottesco!”.

I genitori sono rimasti colpiti e pensierosi. Spesso si trovano in mezzo a un doppio fuoco di esperti: quelli che dicono che bisogna giocare con i figli, condividere il loro tempo, ora Novara ci dice che un conto è giocare, tutt’altra cosa è far giocare i bambini.

Ma cosa succede concretamente nelle famiglie?

Qui sarebbe molto utile una attenzione e una disponibilità ad ascoltare e a osservare le diverse situazioni concrete. A volte sono i bambini, anche “grandi”, a chiedere ai genitori di giocare. I genitori fanno quello che possono, cercando di conciliare le diverse esigenze familiari. Cercano spazi per organizzare le feste di compleanno, visto che in casa c’è poco spazio. (Ma davvero le case sono più piccole che in passato? O non c’è spazio perché sono più ingombre di cose?)

Ma cosa succede quando gli adulti giocano con i bambini?

Provate a osservare (o auto osservare) questa speciale relazione. Io in luoghi diversi, ai giardini, al Tempo per le Famiglie, in casa mia, ho assistito a episodi interessanti che dal mio punto di vista sono problematici.

Ne elenco alcuni:

–          Spesso l’adulto che gioca esprime in modo più o meno velato il desiderio di insegnare qualcosa al bambino, con la parola o l’esempio (ad esempio il nome dei colori, oppure che il cubo va nel buco quadrato e il cilindro in quello tondo e non viceversa).

–          Invece i bambini imparano sì giocando, ma spontaneamente, facendo esperienze libere, non “per obiettivi”. L’adulto rischia facilmente di togliere il gusto della scoperta al bambino, facendogli vedere come si fa nel modo giusto. Quindi l’intenzione di insegnare rischia di avere come effetto la banalizzazione delle esperienze che il bambino vive sotto il profilo della scoperta autonoma.

–          I ritmi e i tempi dell’adulto e del bambino nel gioco e nella relazione con gli oggetti sono completamente diversi. Un bambino di 10 mesi può giocare per un tempo notevole con un barattolo di yogurt, un cucchiaio e un sasso, “inventando” una quantità di giochi che un adulto non può nemmeno immaginare. Questo succede se l’adulto non interviene. Invece spesso l’adulto che gioca col bambino esprime i suoi tempi e ritmi e gusti in un modo più forte del bambino, tende a guidarlo. Il risultato è l’impoverimento del gioco. Un esempio tra tutti: la monocultura calcistica che ha soppiantato le decine e decine di diversi giochi con la palla che la tradizione infantile conosceva e aveva inventato. Oltre all’influenza della TV, comprata e accesa inizialmente dai genitori, c’è anche l’influenza dei padri che vedo giocare immancabilmente a calcio anche con figlie piccolissime.

–          Spesso gli adulti non hanno un granché voglia di giocare, se non per pochi minuti, il che è ovvio e non sarebbe affatto un problema. Lo diventa se si sentono costretti a farlo lo stesso, e inevitabilmente esprimono la loro fatica e mancanza di spontaneità. Il fatto è che il gioco è uno spazio di libertà e di creatività (inclusa la creazione di regole) che non può essere prescritto, nemmeno a se stessi. Quindi l’adulto che non ha voglia di giocare non può farsela venire. Il fatto è semplicemente che gli adulti non sono affatto buoni compagni di gioco per i bambini, che farebbero meglio a giocare fra di loro.

Che fare allora?

Nel dilemma tra giocare e far giocare ci può venire in aiuto un gioco linguistico che ci offre un punto di vista diverso. In tedesco non avrebbe nemmeno senso dire “far giocare”, viene sentito come una assurdità a livello linguistico. Si dice spielen lassen che vuol dire lasciar giocare i bambini.

È quello che gli adulti hanno sempre fatto nella storia, dedicando pochi secondi ad aprire la porta per lasciar uscire i bambini e qualche minuto in più per recuperarli la sera. Adesso le cose sono più complicate, il sistema sociale non aiuta. Lasciar giocare i bambini può diventare una intenzionalità consapevole e operativa degli adulti, politica. Ma questa intenzionalità, consapevole del valore educativo irrinunciabile del gioco, non è rivolta ai bambini in modo diretto.

Lasciar giocare i bambini significa riconoscere il loro diritto al gioco e aprire i conflitti latenti che questo comporta. Lasciar giocare i bambini vuol dire cambiare i regolamenti condominiali che vietano il gioco e introdurre regole che lascino spazi e tempi ragionevoli; può significare forse litigare con qualche vicino di casa insofferente; può significare intraprendere iniziative a livello cittadino.

Tutto il contrario del tentativo di conciliare l’impossibile e sforzarsi di rispondere direttamente e in prima persona alla richiesta fatta dai bambini di avere compagni di gioco.

Come ognuno di noi sa, se ripensa alla sua infanzia, i bambini devono poter giocare, sempre!

 

(Daniele Novara, Elena Passerini, La strada dei bambini, 100 giochi di strada, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1999)

Che cos’è il gioco?

Un tentativo di definizione imperfetta

Rivolgendoci ad animatori, educatori ed insegnanti ci interessa far vedere la non banalità del gioco e la ricchezza dell’esperienza ludica, per i bambini e per gli adulti.

Numerosi studiosi hanno incontrato sulla loro strada di ricerca il gioco. Abbiamo una collezione di diverse definizioni di “gioco” provenienti dagli ambienti della psicologia, della psicoanalisi, della ricerca storica, degli studi naturalistici, della sociologia ecc. (altro…)

GIOCHI COOPERATIVI E BRAIN GYM® NEL LAVORO DI GRUPPO A TUTTE LE ETA’

er mantenere l’attenzione e il flusso di apprendimento

Con il termine “apprendimento” intendiamo un processo che dura tutta la vita e si applica in ogni situazione in cui c’è qualcosa di nuovo da imparare: un nuovo modo di essere, di comportarsi, di relazionarsi; una nuova competenza; una nuova conoscenza. Quando Mente-Mani-Cuore lavorano in sintonia, sperimentiamo piacere e soddisfazione nel fare qualsiasi cosa. Quando prevale un elemento a discapito degli altri, si crea uno squilibrio: se siamo troppo “mentali” con un amico o collaboratore che ci sta (altro…)

GIOCANDO S’IMPARA – L’importanza del gioco per l’apprendimento.

Il gioco è un attività naturale per tutti i mammiferi e gli animali a sangue caldo: Pare che i pesci e i rettili, essendo legati ad un sistema di reazioni basati sulla sopravvivenza e l’istintività, non giochino. Possiamo allora dedurre che  il gioco richiede uno sviluppo cerebrale superiore, un cervello ben integrato capace anche di sognare. Il sogno sembra nascere nel sistema limbico, sede delle emozioni e delle immaginazioni. Inoltre il sangue caldo sembra predisporre al gioco. Grassi e peli proteggono il corpo dall’escursione termica e trattengono così le energie necessarie per giocare. Come i cuccioli dei mammiferi che giocano per appropriarsi le competenze motorie e sociali necessarie alla sopravivenza, anche il cucciolo d’uomo gioca se cresce in un ambiente protetto, in assenza di fame, pericolo, e altre deprivazioni.

Le creature giocose hanno più massa neurale nei loro cervelli complessi. Questi sistemi neurali  si trovano nei lobi parietali  della corteccia  e sono direttamente legati alla percezione corporea, al movimento e all’elaborazione di informazione nel tronco cerebrale, nel talamo e nella corteccia.

L’impulso a giocare nasce nel cervello e non deve essere imparato.[1] Ci sono una serie di sostanze chimiche prodotti dal corpo che nutrono l’impulso di giocare ed altri che lo inibiscono. Il cervello produce dopamina quando giochiamo. Questa sostanza crea lo sviluppo di  reti neuronali  in tutto il cervello:  Recenti ricerche hanno rilevato che in pazienti del morbo di Parkinson e in bambini afflitti dalla sindrome di deficit di attenzione, il livello di dopanina è molto basso. Perciò il gioco è così importante per prevenire iperattività e difficoltà nell’apprendimento.

Tra i cuccioli dei mammiferi, l’uomo gioca più al lungo. Il suo sistema nervoso malleabile è in costante sviluppo per tutta la vita. Giocando egli  è più disponibile a rischiare, rimane più flessibile, impulsivo e creativo, pronto a seguire nuove idee fino alla sua morte.

Quando giochiamo mettiamo in atto tutto l’apparato sensoriale. Più di 80% del nostro sistema nervoso è occupato a integrare gli input sensoriali provenienti dal nostro corpo e dall’ambiente circostante. In questo senso il nostro cervello funziona come una macchina ad elaborazione sensoriale e il gioco è la chiave d’accesso a questa “macchina”. I nostri ricettori tattili e il cervello richiedono la diversità per poter integrare le sensazioni come un abbraccio forte, la carezza del vento nei capelli, il solletico alle gambe dell’erba alta, ecc. I nostri sensi hanno bisogno di stimoli diversi e se vogliamo mantenere il nostro cervello attivo, dovremo uscire dalla routine e fare ogni giorno qualcosa di diverso come mangiare con la sinistra, fare la doccia ad occhi chiusi o scendere la scala all’incontrario come sostiene il neurobiologo Lawrence C. Katz [2] . Le sfide al livello sensoriale ci aiutano a rimanere svegli e ad attivare il nostro sistema vestibolare. Persone che vivono con intensità sensoriale si riconoscono dall’entusiasmo, dalla curiosità e giocosità con cui affrontano la vita in uno spirito innocente da bambino.

Possiamo affermare che il gioco è sinonimo di apprendimento Già il bambino piccolo nelle prime settimane di vita comincia a giocare con il proprio corpo, o meglio: parti del suo corpo diventano il suo giocatolo. Prima ancora che si accorge che esistono altre cose intorno a se oltre al seno della mamma.. Il bambino comincia a giocare con i piedi, con le mani e si rende conto che ha delle estremità che può in qualche modo comandare e manipolare., ci gioca ed esplora. Man mano che cresce pone l’attenzione al di fuori del suo immediato raggio di percezione, viene attirato da stimoli visivi e sonori e comincia attraverso  una serie di giochi-sperimenti ad esplorare  il principio di causa-effetto agendo sugli  oggetti  dell’ambiente circostante. In questa fase è importante di offrire al bambino stimoli ben dosati al livello percettivo che lo inducano ad esplorare ma non lo blocchino per  uno sovraccarico di stimoli di cui deve difendersi.

Purtroppo la frenesia della nostra vita moderna è piuttosto controproducente allo sviluppo sensoriale. Troppi stimoli visivi e uditivi (un vero bombardamento di immagini e rumori) fanno si che i nostri sensi si chiudono. La nostra paura dei pericoli e dello sporco ci induce inoltre spesso ad impedire ai bambini di sperimentare l’ambiente al livello sensoriale. Recente ricerche sottolineano che l’ambiente asettico e la mania per l’igiene indeboliscono il sistema immunitario e sono le cause per molte forme di allergie. Il sistema immunitario si organizza attraverso le esperienze, e le malattie si sviluppano più facilmente quando il sistema immunitaria non può confrontarsi con batteri e virus.

Il gioco ci aiuta a crescere ed ad appropriarci di tutte quelle competenze sociali necessarie per istaurare rapporti sani con gli altri. Nel gioco impariamo a rischiare, a difenderci, a negoziare a sperimentare e vivere in pieno fantasia e curiosità. Una ricerca americana alla Yale University ha mostrato che i bambini che giocano molto al gioco simbolico, mostrano più facoltà di leadership a scuola, si comportano in modo più cooperativo e  meno competitivi o intimidatori verso gli altri.[3]

Giocare liberamente alla lotta, a  rotolarsi per terra, ad acchiapparsi, rincorrersi sono attività necessarie per sviluppare un senso di corporeità, equilibrio e la capacità di centrarsi. Inoltre crea la coscienza del dove siamo nello spazio in relazione con gli altri. Bambini,  ai quali viene negato giocare ad alto livello di contatto fisico spesso sono impacciati e hanno poca consapevolezza dello spazio intorno a se. Hanno difficoltà di essere presenti sia in relazione con gli altri sia in situazioni di apprendimento perché gli manca la percezione della propria corporeità.

Bambini abbandonati all’isolamento che non hanno potuto  toccare, muoversi e giocare,  sviluppano anormalità cerebrali associati alla violenza, l’allucinazione e la schizofrenia. Il loro cervello è da 20 a 50% più piccolo del normale. Ciò si attribuisce al fatto che l’isolamento inibisce lo sviluppo di grandi aree del cervello: il sistema sensoriale del tronco cerebrale che controlla il movimento e l’equilibrio, l’area responsabile per il tocco e l’area affettiva legata direttamente al tocco e al movimento.[4]

Nel gioco possiamo sviluppare empatia, autostima, altruismo e compassione, competenze sociali che ci aiutano a relazionarci meglio con gli altri ed essere facilitati nell’apprendimento scolastico.

COMPETERE O COOPERARE? A CHE GIOCHI GIOCHIAMO?

La giostraNella sua crescita il bambino passa dalla fase esplorativa delle cose alla fase del “tu”, riconosce che ci sono altre entità con le quali si può interagire. E tenendo conto dell’egocentrismo inerente a questa età, quando il bambino X incontra il bambino Y è già un incontro predisposto al conflitto, perché probabilmente Y avrà qualcosa che X  vorrebbe avere o vice versa. È l’origine dei conflitti dice René Girard[5]: “…l’imitazione del desiderio dell’altro: nel momento in cui qualcuno fa un gesto per appropriarsi un oggetto, questo provoca in chi lo guarda lo stesso desiderio dell’oggetto.” A questo punto le vie sono due: o litigare per l’oggetto o trovare una mediazione per gestire questo interesse in comune (il giocatolo). René Girard lo chiama una ritualizzazione della violenza per evitare quella vera, quella distruttiva. All’inizio è più un giocare uno accanto all’altro che diventa poi un giocare insieme (o uno contro l’altro).Se l’altro viene riconosciuto non solo come rivale nella competizione per il giocatolo, ma come compagno con cui si può interagire, fare qualcosa insieme, comincia a crearsi la percezione dal “tu” al “noi”.

Nel passaggio al “noi” i giochi di gruppo diventano interessanti, quindi un “facciamo qualcosa tutti insieme, ci aiutiamo a vicenda”. Nella fase del “noi” il bambino impara a gestire i due modelli: “Noi e Loro” (cooperazione) e “o Noi o Loro” (competizione). Quando gli altri vengono percepiti come avversari, nemici ecc. entriamo nell’ottica della competizione dove chi vince   alla fine ha ragione perché è il più forte. E di conseguenza avremo tanti esclusi ed emarginati.   Il “ noi” inteso come l’insieme del gruppo nella sua diversità  non preclude che il bambino non possa scegliersi di volta in volta i sui compagni.  il giocare  rispettandosi pur imparando a negoziare, rende anche più difficile il  vedere l’altro come avversario. A livello di apprendimento il giocare in maniera cooperativa permette di sviluppare competenze sociali  come la solidarietà, l’aiuto reciproco,  il sostegno, l’empatia.  Insieme agli altri  possiamo raggiungere  obiettivi più complessi  di quelli che potremmo raggiungere da soli, soprattutto se siamo sotto pressione  . Il gioco diventa così anche campo di apprendimento sociale e non solo attività per l’integrazione  degli schemi corporei o di manipolazione di materiale. Aiuta cosi di sviluppare competenze sociali importanti per la  sopravivenza in una società che tende sempre più all’individualismo e all’isolamento.

Per quanto è stato detto prima, non è del tutto indifferente se un gioco viene giocato in modo cooperativo o competitivo, sia  che si tratta di creazioni, manipolazioni o giochi di movimento o giochi di gruppo. Quando giochiamo e diamo più importanza al processo anziché al risultato ci possiamo più facilmente mettere in gioco anche al livello socio-affettivo. Ma nel momento in cui cominciamo a paragonare  X con Y, che non sono paragonabili perché si tratta di due entità diverse, ognuno ha la sua individualità e le sue competenze sviluppate in modo diverso, entriamo in ottica competitiva. Quindi o X o Y vince, e di conseguenza l’altro deve reggere la sconfitta a livello emotivo. Se il gioco, come già detto, dovrebbe essere inteso come momento di esplorazione, sperimentazione, divertimento, ed Y ha solo una gamba, allora va da sé che sarà escluso o ostacolato in tanti giochi che si basano sul movimento e sul risultato finale. Di conseguenza Y ha poca scelta. O si ritira dal gioco perché nessuno vuole sempre stare dalla parte dei vinti, o sviluppa delle strategie di inganno per vincere anche lui almeno ogni tanto. Oppure diventa aggressivo.  Questo spiega perché al livello scolastico troviamo tanti bambini aggressivi ed inclini a litigare. Come educatori riconosciamo difficilmente che queste conflittualità ed aggressività sono già implicite nel tipo di giochi o nei modelli educativi che proponiamo. Quando cominciamo a paragonare due entità  che non sono paragonabili (diversi tipi di intelligenza per esempio) diciamo già che uno sarà il più bravo e l’altro evidentemente il più imbranato.. Da un lato è possibile che l’autostima del più bravo si rinforzi, ma il più debole sicuramente deve incassare le frustrazioni dovute alle  sconfitte e avrà meno possibilità di costruirsi una buona autostima.. Siccome il suo modello è il più forte o più bravo, ma non riesce a raggiungerlo, deve compensare con altri modelli  con comportamenti aggressivi e disadattati. Perciò è importante che al livello educativo ci poniamo la domanda: a che giochi giochiamo?

PARACADUTE JPEGLe maestre che sperimentano i giochi che si basano sul mutuo rispetto, sulla cooperazione in modo continuativo nei loro programmi,verificano anche un cambiamento nel clima di gruppo che si riflette anche in altre attività. Il livello di conflittualità ed aggressività si abbassa e i bambini  mostrano comportamenti anche più cooperativi in altre situazioni della vita quotidiana. Terry Orlick[6], docente di Psicologia dello Sport all’Università di Ottawa, negli anni ottanta ha svolto una ricerca di durata di 18 settimane sull’influenza dei giochi cooperativi e il comportamento nelle scuole materne di Ottawa. Il progetto ha coinvolto 4 classi della stessa scuola di cui 2 seguivano un programma di giochi cooperativi mentre gli altri facevano il programma normale. Nella prima fase (8 settimane)i bambini giocavano 2 volte alla settimana per 30 minuti circa con una docente universitaria, e nella seconda fase  (10 settimane) le Maestre proseguivano con il monte ore raddoppiato le attività di giochi cooperativi. Il progetto era accompagnato da un gruppo di studenti, osservatori esterni che avevano il compito di valutare i comportamenti sociali. Le conclusioni al termine del progetto erano eclatanti: i gruppi che hanno seguito il programma delle attività cooperative ha mostrato anche  nella vita quotidiana una maggiore cooperazione, dall’accoglienza dei nuovi arrivati, al mettere a posto, al condividere giocatoli ecc. La litigiosità nei gruppi di controllo era molto più elevata. Gli insegnanti di questa scuola hanno deciso di applicare per tutte le classi uno stile cooperativo visto i risultati.

Se è vero che una volta i bambini imparavano in modo naturale le regole sociali ed i giochi venivano tramandati dai più grandi ai più piccoli, oggi queste condizioni non esistono più o solo di rado, allora non si può pretendere che i bambini imparino a giocare insieme  se nessuno gliel’ha mai insegnato. E’ come se a 3 anni dovessero già leggere e scrivere ma nessuno si è mai preoccupato ad insegnarglielo.

Tornando al nostro esempio dell’Y: avendo solo una gamba, dovrebbe aver uguale diritto di aver piacere nel movimento, ma questo diritto gli viene negato nel momento che noi come educatori poniamo tutto in una chiave competitiva (l’espressione verbale “vediamo chi è il più bravo” o “chi ha vinto?” induce già alla competizione) Lo stesso vale per la creatività, supponendo che Y ha anche solo un braccio (metaforicamente parlando). Se nell’età evolutiva ,che corrisponde alla fase dell’esplorazione e della scoperta, vengono stabilite precocemente i canoni del bello e del brutto (che per il bambino corrispondono all’ essere amato o no,) rischiamo di scoraggiare lo sviluppo del potenziale creativo che sta in ogni individuo. Se il bambino impara fin da piccolo che quello che fa non va bene,   alla fine non si impegna più. E  ha ragione. Perché dovrebbe esplorare e sperimentare  se i risultati non sono apprezzati dall’adulto?

Attraverso il gioco il bambino non impara solo di rapportarsi con gli altri ma soprattutto affina le sue competenze corporee, percettive e creative. Nel movimento (correre, arrampicarsi, strisciare, gattonare, prendere e lanciare) integra i suoi riflessi, impara ad orientarsi nello spazio, ad affinare la propriocezione (la reazione dei muscoli agli stimoli esterni). Il movimento gli permette di sviluppare la motricità grossa e fine necessaria per l’apprendimento scolastico.

Attraverso la percezione sensoriale si appropria di tutte quelle informazioni necessarie a costruirsi la conoscenza dell’ambiente circostante.

Attraverso la manipolazione (tagliare, incollare, montare, smontare, impastare, costruire, deformare…) egli acquisisce l’abilità manuale e la coordinazione occhio-mano e mente-mano necessaria per trasformare i progetti in realtà concrete, dando così alla sua fantasia una legittimità necessaria al suo sviluppo costante.

Fonte: Sigrid Loos e Karim Metref: Quando la testa ritrova il corpo, giochi ed attività per la scuola dell’infanzia, EGA, Torino 2003


[1]Penksapp Jaak: Affective Neuroscience. The Foundation of Hyman and Animal Emotions. Oxford University Press 1998[2] Katz Lawrence C./Manning Rubin: Keep your brain alive, Workman Publishing, NY. USA 1999

[3] Singer Dorothy and Jerome: The House of Make Believe, Childrens Play and the developing imagination, Harward University Press, Cambridge USA citato in: C. Hannaford vedi nota 4

[4] Carla Hannaford, Ph.D, “Awakening the  Child Heart, Handbook for Global Parenting” Jamilla  Nur, Publisging, Hawaii, 2002

[5] René Girard. Des choses cachées depuis la fondation du monde. Ed. Grasset. Paris. 1978

[6] Orlick T.: Winning through Cooperation, Akropolis Books Ltd, Washington, USA 1984

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