movimenti per la mente in movimento

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ESPERIENZA DI FORMAZIONE IN MALAWI

Nel tardo 2010 ho ricevuto una e-mail da un’educatrice italiana, che mi chiedeva aiuto per una formazione, su base volontaria per educatori e bibliotecari del Cecilia Youth Centre in Malawi.

Da un po’ di tempo pensavo ad un’esperienza simile e, finalmente, la mia chance sembrava arrivata.

INFORMAZIONI UTILI SUL MALAWI

Il Malawi è uno dei sei paesi più poveri al mondo. L’aspettativa di vita è di 41 anni e il tasso di mortalità infantile è altissimo. La percentuale di malati di Aids è tra le più elevate al mondo, è presente una delle forme più maligne di malaria, oltre che alle comuni patologie come la febbre tifoide, la meningite e l’epatite A, il colera.

L’economia si basa soprattutto sull’agricoltura (tè nel nord; tabacco, cotone, canna di zucchero, riso e sorgo nel centro e sud del Malawi).

La farina di mais è utilizzata per cucinare la polenta che rappresenta il piatto principale, insieme ai fagioli.

In Malawi l’educazione primaria non è obbligatoria, anche se la Costituzione richiede che almeno tutti abbiamo frequentato cinque anni di scuola. Le scuole del governo ospitano da 100 a 200 alunni per classe.

Non esistono scuole materne statali, sono gestite esclusivamente da ONG e missionari.

Non è prevista neanche una formazione specifica per le insegnanti della scuola primaria, che solitamente hanno conseguito solo il diploma di maturità.

I Padri Monfortani che mi hanno ospitato, gestiscono diverse missioni; io ho alloggiato a Balaka, a sud del lago Malawi, dove si trova la comunità più grande. Qui sono state realizzate molte opere: oltre al Cecilia Youth Center, una clinica ospedaliera, un’azienda alimentare che produce marmellate e formaggi, la cooperativa Chifundo che produce oggetti di artigianato locale e farmaci tradizionali, la Casa a Metà Strada (casa alloggio per ex prigionieri che ricevono una formazione di base), un Centro di formazione per donne gestito dall’organizzazione delle donne cattoliche, la casa editrice Montfortmedia con tipografia annessa,  Luntha TV che trasmette in quasi tutto il Malawi, diverse scuole materne ed elementari e la Cooperativa Andiamo che sostiene una  scuola e un centro professionale.

CECILIA YOUTH CENTRE

Il Cecilia Youth Centre (C.Y.C.) è un centro diurno, progetto dei padri missionari Montfortani, nato circa sei anni fa, grazie al contributo di una coppia di Bergamo che aveva subito la grave perdita della figlia Cecilia in seguito ad una meningite non diagnosticata. Come risposta per elaborare il loro lutto hanno deciso di dedicare un po’denaro e tanto tempo a bambini bisognosi di loro, che avevano perso uno o entrambi i genitori e che avevano bisogno di sostegno educativo.

Il C.Y.C è ora gestito da quattro educatori a tempo pieno e due bibliotecari, responsabili della biblioteca, aperta tutto il giorno, frequentata soprattutto da studenti della scuola secondaria che hanno bisogno di un posto tranquillo per studiare e i libri di testo che non trovano a scuola.

Dal momento che la maggior parte delle scuole funzionano su turni, uno al mattino e l’altro al pomeriggio, tutti gli studenti possono fruire del servizio.

Il centro giovanile accoglie bambini dai tre ai venti anni che provengono dai villaggi circostanti, i più grandi portano i fratelli più piccoli a volte anche sulla schiena.

Le attività sono pomeridiane (il sabato dalle 8.30 alle 17.00); durante i mesi di vacanza il centro è aperto anche alla mattina e organizza attività per l’intera giornata. Le proposte creative si alternano a momenti di narrazione, giochi di ruolo, ad attività espressive come le danze tradizionali e giochi di movimento, a sport per adolescenti (tennis, pallavolo, basket, calcio) e  lavoro donato alle persone bisognose nel vicinato, il lavoro della Carità.

L’educazione alla salute è una delle tematiche principali, trasversali a tutte le attività così come l’educazione ambientale e al rispetto al diverso. La frequenza alla scuola e i buoni risultati sono l’obiettivo grande  da perseguire. La maggior parte dei bambini va a scuola e quando i genitori sono in difficoltà nel pagare la retta, il centro concede borse di studio. Nella libreria è stato attivato anche un corso di computer, molto ambito dagli adolescenti.

Più di 200 bambini arrivano ogni giorno per partecipare alle attività e fanno fatica ad andarsene alla sera, tipica la loro frase “tanto a noi non ci bada nessuno”.

Durante le loro vacanze estive, natalizie e pasquali il CYC organizza campi gioco-lavoro che raccolgono 400 bambini, nel 2012 le iscrizioni raccolte sono state  500.

Da qui  la richiesta specifica di un corso di formazione per un gruppo di  giovani, futuri assistenti del campo estivo. Anche gli educatori assunti necessitavano di un corso di formazione completo e applicabile alle diverse fasce d’età, avendo ricevuto negli anni da volontari italiani suggerimenti e formazioni discontinue.

OBIETTIVI DELLA MIA PROPOSTA

Ho suggerito di introdurre giochi cooperativi e Brain Gym come strumento per un sostegno educativo. La proposta è stata accolta con entusiasmo e la mia avventura è iniziata il 22 maggio 2012.

Il  percorso di formazione è stato strutturato per gli educatori del C.Y.C. per le maestre d’asilo e per i giovani.

CON GLI EDUCATORI : CORSO DI BRAIN GYM® 101

Gli educatori erano entusiasti di ricevere un training completo spendibile nel loro contesto educativo. I movimenti di Brain gym oltre che divertire, possono aiutare i bambini ad imparare più facilmente. Hanno potuto sperimentare direttamente riproponendo al pomeriggio le attività imparate al mattino.

Uno degli educatori ha praticato i quattro movimenti “Pace” con la sua famiglia, e ci raccontava come i suoi bambini fossero più calmi e concentrati. Tutta la famiglia ha sentito l’immediato beneficio dei movimenti di Brain Gym.

Gli educatori inoltre hanno potuto consolidare la nuova tecnica partecipando ai momenti di formazione con gli insegnanti di scuola materna. Nonostante tutto, durante la verifica finale, è emerso il bisogno di aver più tempo per consolidare i nuovi apprendimenti.

CON LE MAESTRE D’ASILO:  CORSO DI GIOCHI COOPERATIVI  E  BRAIN GYM®

Durante questa formazione mi sono concentrata sulla combinazione di attività cooperative giocose e alcuni movimenti di Brain gym.

I movimenti PACE erano il nostro rituale di apertura in ogni sessione. Abbiamo giocato con il disegno: con il movimento a specchio, nell’aria, sulla carta. Abbiamo giocato con l’ 8 dell’infinito, con il movimento del corpo, disegnandolo nel vuoto e sulla carta, abbiamo giocato con la fantasia, trasformandolo in farfalle elefanti, formiche.

Abbiamo combinato esercizi energetici, movimenti di allungamento, movimenti della linea mediana per rinforzare, in modo divertente, ciò che avevano imparato precedentemente.

CON I GIOVANI ASSISTENTI: CORSO DI GIOCHI COOPERATIVI 

Gi educatori hanno scelto un gruppo di diciotto adolescenti da formare nei giochi cooperativi, per essere preparati per l’imminente centro estivo, per il quale aspettavano 500 bambini.

La formazione si concentrava su giochi senza vincitori per gruppi diversi d’età, in diverse situazioni e con  diverso numero di partecipanti.

Il concetto dei giochi cooperativi non era familiare per questi ragazzi, calcio e pallavolo erano i loro preferiti.

Ho potuto osservare che vincere o perdere non era un gran problema per questi bambini, anche se c’erano a volte piccoli litigi sull’esito dei giochi, con chiassose discussioni. Era importante per i giovani conoscere giochi adatti per bambini più piccoli e dovevano essere loro per primi a praticarli. Mi sono stupita dell’entusiasmo che hanno mostrato nel giocare quando, sono certa che coetanei occidentali avrebbero considerato i giochi stupidi, noiosi e per piccoli.

Questi giovani hanno mostrato un grande senso di responsabilità e maturità. Quando hanno messo in pratica i giochi imparati con un gruppo di 160 bambini, durante l’attività dell’ultimo sabato, hanno scoperto il valore di questi giochi. È stata una gioia immensa vedere l’impegno e la cura di verso i piccoli durante le due ore e mezza di gioco, sotto un sole cocente, in un campo di calcio polveroso e senza ombra.

PUNTI DI FORZA, SFIDE E PROSPETTIVE FUTURE

I punti di forza sono stati la giocosità e l’attenzione che il gruppo di insegnanti, educatori e animatori hanno mostrato durante il training.

 Ho  visto raramente giocare con tale intensità e autenticità, senza alcuna  preoccupazione a chi poteva vedere e quindi pensare.

Per me è stata la prima esperienza d’insegnamento in un contesto non europeo, così povero e molte sfide mi aspettavano.

La conoscenza della lingua inglese è piuttosto scarsa perché, anche se l’inglese fa parte del programma scolastico, non viene parlata nella vita quotidiana. La comunicazione non era difficile ma lo diventava quando si trattava di spiegare concetti più complessi. Ho incoraggiato la traduzione nella lingua chichewa e questo ha funzionato.

L’insegnamento in Malawi è ancora un apprendimento meccanico attraverso la ripetizione verbale, con pochissimi sussidi visivi; lavagne e gesso (quando ci sono) hanno scarsa qualità e a volte si fa fatica a leggere ciò che è stato scritto, la poca luce diurna nei posti chiusi e l’assenza di elettricità è sicuramente complice alla scarso livello di apprendimento.

La tradizione impone (anche alle scuole materne), che la lezione sia un momento molto serio e strutturato in cui si debba stare seduto in silenzio, senza porre domande. Matite e quaderni spesso mancano. Questo tipo di situazione di apprendimento produce degli osservatori attenti che fanno le cose copiandole ma “dormienti” che non si pongono domande su quello che succede intorno a loro.

In questa prima esperienza ho visto crescere molti germogli, ma c’è ancora molto da fare per quanto riguarda la formazione degli insegnanti.

Ho intenzione di ritornare nel maggio 2013.

RICHIESTA DI AIUTO PER REALIZZARE UN SOGNO

Il sogno è una “Sala Polivalente” per giochi, incontri, dibattiti ed eventi.

Gli spazi attuali sono diventati troppo piccoli per il sempre crescente numero dei bambini che hanno trovato una casa nel centro.

La sala sarà utilizzata dai piccoli e dagli adolescenti anche per attività ricreative, di movimento e di manualità, in modo che si differenzino gli spazi e nella biblioteca possano studiare in tranquillità. Sarà anche un luogo di riparo  nei lunghi mesi della pioggia.

Il terreno è già disponibile adiacente al centro; i genitori dei bambini si impegnano a far cuocere i mattoni e a procurare la sabbia al fiume.

Con la generosità di tanti, tutti insieme possiamo aiutare i bambini della Casa di Cecilia a realizzare il loro sogno.

Contributi, di qualsiasi cifra, possono essere versati sul conto corrente dei Missionari Monfortani di Bergamo

Responsabile diretto:   Padre Piergiorgio Gamba, P.O.Box 280, Balaka. montfortmedia@gmail.com

Missioni Monfortane Onlus, Bergamo    tel 035-4175119  onlus@missionarimonfortani.it

Riferimenti bancari:   Banca Popolare di Vicenza (agenzia di Bergamo)

IBAN     IT-65-R-05728-11116- 818570002592

Perchè giocare in modo cooperativo?

” I giochi competitivi sono divertenti solo per i vincitori, i giochi cooperativi sono divertenti per tutti “. Questa considerazione fatta da un bambino di 8 anni che ha partecipato ad uno dei miei laboratori sui giochi cooperativi dovrebbe far riflettere tutti quelli che sono ancora convinti che l’agonismo sia un sano e necessario principio di educazione.. Se è vero che il gioco prepara il bambino alla vita da adulto in un determinato contesto sociale e culturale, dovremmo interrogarci innanzitutto sul tipo di gioco che  offriamo ai nostri bambini.

George Leonhard (1) uno dei principali ideatori dei giochi cooperativi (chiamati anche “New Games  = giochi nuovi) “riscoperti” dal movimento della cultura alternativa californiana negli anni ’60, considera il modo in  cui  si gioca  più  importante del risultato perché esso sarebbe una espressione dell’atteggiamento verso la vita in generale.

Il gioco cooperativo nel suo scopo di raggiungere una meta comune, mettendo insieme tutte le capacità creative e fisiche dei partecipanti, mi ha affascinato da quando ho letto per la prima volta la descrizione di questi giochi (2).

Venendo da una esperienza piuttosto negativa rispetto al gioco (fin da piccola mi sono sempre sentita ‘imbranata’ ed incapace e di conseguenza,  esclusa dal gioco sportivo o di socializzazione)  che mi ha fatto passare la voglia di giocare, ho riscoperto da adulta la bellezza e il divertimento del giocare  insieme, in modo cooperativo. E questa esperienza mi ha spinto a divulgare questo tipo di giochi.

Un detto ricorrente nell’ambito educativo è che i bambini devono imparare a perdere, perciò bisogna abituarli attraverso il gioco competitivo. Mi sto chiedendo però: chi insegna a questi bambini ad essere sufficientemente forti per essere in grado di subire la frustrazione che comporta la sconfitta soprattutto quando si tratta di tutta una serie di sconfitte?

Il gioco competitivo purtroppo non permette a tutti di essere vincitori; anzi, chi è più forte o più furbo, diventa il primo, e spesso si crea un atteggiamento di prepotenza e disprezzo verso i perdenti. C’è un altro fattore psicologico che purtroppo viene troppo poco considerato: i “gloriosi vincitori, per mantenere la propria autostima, che si basa appunto sulla vittoria, alla fine non si mettono più in gioco laddove temono di non essere all’altezza della situazione, quindi il risultato della vittoria non è garantita. Così si possono facilmente creare atteggiamenti di rifiuto verso il gioco sia da parte dei vincitori che dalla parte dei perdenti troppo frustrati, paradossalmente per lo stesso motivo: l’autostima minacciata.

“Se non c’è la sfida, non c’è rendimento” è un altra opinione comune che si può facilmente smontare. Perché bisogna sfidare un’altra persona e sopraffarla per vincerla anche se si tratta solo di un gioco?

Il misurarsi ad ogni costo con gli altri (che spesso è un misurarsi contro) permette solo al più forte di godersi la soddisfazione. I perdenti perdono alla fine anche la voglia di accettare questa sfida che per loro significa solo sconfitta.

Sarebbe più sano per lo sviluppo personale del bambino come suggerisce uno dei più noti ricercatori canadese   – Terry Orlick (3) –  nel campo della cooperazione,  di paragonare i risultati personali con quelli del giorno o della settimana precedente invece che con quelli degli altri compagni.

Questo sistema darebbe anche al più debole lo stimolo di verificare il proprio miglioramento, senza sottoporlo all’ansia di non essere all’altezza della situazione!

Ciò non significa che d’ora in poi non possiamo più accettare la competizione o la sfida. Anzi, ambedue sono importanti ingredienti per rendere l’attività stimolante, come il sale nella minestra: quando ce n’è troppo, è disgustoso, quando manca, la minestra è insipida. Si tratta piuttosto di verificare che valore  diamo a questi ingredienti e in che misura li usiamo. La sfida con me stessa, con le mie capacità, in vista di un miglioramento, è giustificabile. Quindi potremo intendere la competizione come sfida. La competizione intesa come sopraffazione dell’altro trova difficilmente una giustificazione in un contesto di educazione alla pace e alla nonviolenza.

Il gioco in genere è sempre lo specchio della società: Se i nostri giochi sono prevalentemente competitivi, significa che in essa prevale il concetto della competizione e dell’agonismo. Ci sono tuttavia civiltà su questo globo, spesso da noi presuntuosamente chiamate “primitive”, che non conoscono di fatto la competizione nel gioco (4). Gli Inuit dell’Alaska, o i popoli delle Isole dell’Oceano Pacifico (i Papua della Nuova Guinea ad es.) considerano la competizione una cosa immorale e non degna dell’uomo. I loro  giochi sono nettamente cooperativi e la loro struttura sociale si basa sulla condivisione di tutti i beni  prodotti della società. Quabndo i primi missionari introdussero i giochi competitivi come il calcio, i    bambini di queste società non riuscirono a capire perché doveva vincere l’altra squadra. Lo scopo ideale per loro  era pareggiare in un gioco di squadra, il che richiede spesso una grande abilità e sintonia con l’altra squadra. Concetti che ci sembrano difficile da concepire, noi che siamo talmente condizionati a vincere l’altro.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEI GIOCHI COOPERATIVI?

Ho già accennato alla sfida come ingrediente importante, intesa come sfida con sé stessi, per superare i propri limiti a livello fisico e psicologico. Quindi l’avversario si trasforma in oggetti o in atteggiamenti. Scopriremo la nostra ansia di aprirci in un gruppo di persone che non conosciamo, davanti a situazioni nuove o insolite ecc. La sfida è intesa anche come superamento di ostacoli fisici (la paura del contatto fisico, l’auto-giudizio del poco sportivo, del poco espressivo ecc.).

La sfida però richiede anche fiducia in sé stessi e negli altri. Questa fiducia si crea quando un gruppo di giocatori si tratta in modo cauto e rispettoso durante il gioco compensando così le differenze. Nessuno viene forzato ad esporsi al centro se ha paura o se si vergogna o se sente che questo gioco potrebbe minacciare la propria salute fisica. La fiducia quindi diventa un valore che si acquisisce durante il gioco e dipende dal modo di giocare cioè leale e rispettoso.

Sfida e fiducia si possono solo sviluppare in un ambiente che induce la sicurezza. Qui si tratta non solo della sicurezza fisica (il campo da gioco privo di ostacoli e oggetti che possono provocare incidenti) ma anche della sicurezza psicologica. Il fatto di non dover aver paura  di essere deriso dal gruppo (oppure almeno di poter esprimerla davanti al gruppo) o l’ansia provocata dall’attività “ad occhi chiusi” ecc. I giocatori coscienti che si mettono d’accordo sulle regole in comune da rispettare ed un atteggiamento cauto, reciproco  sono gli elementi preliminari per la sicurezza. Ogni attività può comportare un certo rischio, perciò è importante ricordare ai giocatori questi principali elementi.

Infine cosa sarebbe il gioco senza quel pizzico di fantasia che suscita la nostra espressione    commediante e ci fa uscire dalla realtà per vivere un attimo una dimensione più creativa?

Infatti facciamo un grande passo fuori dalla realtà quotidiana quando nel gioco assumiamo altri ruoli, creando così uno spazio libero in cui possiamo vivere rilassati tutto quello che non oseremo mai fare nel mondo reale per paura delle conseguenze. Canti, versetti, movimenti corporali sono elementi che mantengono l’attenzione al gioco, lo completano e permettono, inoltre, all’individuo di dimenticare per un tempo determinato il suo quotidiano, vivendo pienamente quella parte creativa che spesso sembra    sepolta da frustrazioni ed esperienze negative.

La tipologia di questi giochi varia da attività per spazi limitati (lo sgabuzzino, o l’ascensore bloccato per causa  di un corto circuito) fino a giochi da attuare in spazi ampi con tante persone (in palestra o nel prato. La caratteristica più importante, forse è che non hanno bisogno di materiale. L’unico materiale     necessario sono le persone disposte a mettersi in gioco. Se ad esempio mi manca la palla per giocare a pallone, posso trovare un qualsiasi sostitutivo che potrebbe essere un calzino arrotolato, una pallina di carta, oppure – perché no ? – una lattina di coca. Non devo rinunciare al gioco per mancanza di materiale;  al limite creo una palla di fantasia che si trasforma ogni volta che la lancio ad un altra persona.

Lo spirito che sta alla base di questi giochi è di rimanere flessibili ed adattare il gioco ad ogni esigenza di persone, materiale o ambiente, e non viceversa. Non esiste il gioco non adatto ad un determinato tipo di gruppo. Se voglio far muovere un gruppo di anziani, adatto un gioco di movimento alle loro capacità  fisiche. Se voglio proporre un gioco ad un gruppo misto con portatori di handicap psicofisico devo modificare le regole in modo che anche loro possono seguire e divertirsi.

Dipende molto dalla flessibilità e la fantasia dell’animatore se un gioco va bene per tutti gli ambiti e caratteristiche del gruppo.

Perfino l’autodeterminazione nella gestione del gruppo è un elemento importante. È fondamentale la conoscenza dei giochi da parte del gruppo e la volontà dell’animatore di lasciare lo spazio propositivo al gruppo. Se il gioco è fatto per i giocatori, dovrebbe anche essere progettato, animato e controllato da loro.

Ciò viene sollecitato dall’animatore attraverso il modo di animare, ma soprattutto mediante la partecipazione in prima persona al gioco. Man mano che il gruppo si familiarizza con questo tipo di giochi, può ritirarsi e lasciare lo spazio all’autogestione dei partecipanti. Se siamo noi a determinare le regole e    le loro modificazioni nel gioco, esso diventa veramente nostro.

Per are ai partecipanti del convegno un esempio concreto dello svolgimento di un gioco cooperativo attuato pure in una situazione ambientale che permette solo limitatamente l’interazione e il movimento abbiamo scelto un’attività “contenitore” che può essere  utilizzato in qualsiasi momento per qualsiasi gruppo e contesto. Lo descriviamo in seguito riportando i risultati che i partecipanti  ci hanno conferiti.

IL GIOCO DELLE PAROLE CHIAVI

Finalitài: elaborare un testo, una improvisazione teatrale o un disegno che esprime l’opinione dei membri di un sotto gruppo rispetto ad un tema prestabilito (nel nostro caso: “Le impressioni conclusive  rispetto le esperienze vissute durante il convegno)

Svolgimento: ogni partecipante scrive una parole chiave su un bigliettino che rispecchia la sua opinione rispetto al tema prestabilito. I biglietti piegati vengono raccolti e ridistribuiti in modo che ciascuno abbia una parola chiave di un’altra persona.  Si formano gruppi di 4 o 5 persone che devono confrontarsi sulle parole chiavi, discuterne e trovare un modo per esprimere usando le parole, l’opinione del piccolo gruppo rispetto al tema. L’elaborazione nel nostro caso era un breve testo. Si lasciano 10 a 30 minuti di tempo  per l’elaborazione. Alla fine avviene la lettura o la rappresentazione dell’elaborato.

Alcuni esempi di elaborati di gruppo:

In molte attività di questo convegno siamo entrati in relazione reciproca, con  divertimento, producendo un circolo di energia e liberando le tensioni del corpo dalla pancia alla testa.

Aristotole presente al convegno in incognito, ha comunicato al gruppo che: se fiducia è accettazione e accettazione è gioia allora fiducia è gioia.

In una sala di Roma si pensa, si parla, si riflette di pace e benessere. Il gruppo tende all’integrazione di tutti nella totalità di corpi e menti. Il risultato di  questo convegno è tanta energia.

Un alieno, un utopita, Aristotole nel 2000, Tedoly dog, un Jolly. La storia si svolge nel presente, in un luogo che li accoglie armoniosamente. Entra in scena l’alieno che viene festosamente accolto e guidato dal cane e scrutato attentamente da Aristotole e dall’utopista che gli corre incontro abbracciandolo, mentre il Jolly felice, suonando campanelli, danza dall’uno all’altro.

(parole chiavi: Apertura, Accoglienza, Creatività, Immaginazione guidata)

La globalità permette un apprendimento lento, gioioso e in piena libertà.

Mai attraverso un percorso di espressione creativa in alcuni workshop, abbiamo vissuto l’integrazione delle nostre specificità, dei nostri linguaggi creativi arrivando ad un’unica consapevolezza: integrare corpo, mente, emozioni.

Per apprendere nell’armonia e nel divertimento bisogna usare metodi  alternativi e tuffarsi nei multiconcetti.

L’apprendimento non è solo comunicazione ma anche lo specchio dell’autoriferimento – che possa essere piacevole, non è solo un sogno.

Totalmente esprimo tutto me stesso integrando felicità e problemi.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) George Leonhard: The ultimate athlete

(2) Flügelmann/Tembeck: The New Games Book, vol. 1-2, Headlands Press, San Francisco, Ca. USA

(3) Terry Orlick: The cooperative sports and games book, Pantheon Books, USA 1978

(4) Sigrid Loos: Dall’Alaska all’Asia: come giocano i bambini, in: CEM Mondialità, Gennaio 1989

EDUCARE ALL’AMBIENTE ATTRAVERSO LA PERCEZIONE SENSORIALE

L’IMPORTANZA DELLA PERCEZIONE SENSORIALE PER LO SVILUPPO PSICOFISICO

La nostra memoria assorbe attraverso l’udito il 20 % , attraverso la vista il 50%, attraverso la comunicazione verbale il 70% e attraverso il fare il 90% delle informazioni. Attraverso il fare abbiamo la più alta possibilità di memorizzare ciò che apprendiamo. Nel giocare, nel

partecipare e nel mostrare memorizziamo l’esperienza e l’appreso. Quando lo svolgimento di un azione è immagazzinata nella nostra memoria possiamo giocare più disinvolti senza dover pensare al prossimo passo da fare. Perciò i giochi e lo svolgimento di essi divertono di più quando l’azione è conosciuto e chiaro per tutti.

Quando tutti i sensi sono ben coordinati e unificati in un gioco d’insiemi, l’uomo è ricettivo e pronto ad imparare. Le conseguenze di una percezione disturbata possono essere un comportamento disadattato, di irrequietezza, uno sviluppo del linguaggio ritardato o mal sviluppato e disturbi di concentrazione.

Persone con disturbi percettivi possono essere appariscenti con un atteggiamento impertinente, senza distacco ed aggressivo.

I sentimenti non vengono espressi o vengono espressi male. Ciò dipende da una mancanza di stimoli sensoriali e di conseguenza i sentimenti mal interpretati trovano sfogo in aggressioni, paure e insicurezza. Persone con disturbi percettivi possono accettare male il contatto fisico. Hanno paura del contatto, per esempio provano disgusto o si rifiutano di toccare le cose umide o scivolose. La percezione delle persone con handicap psicofisico è spesso mal sviluppato o addirittura disturbato. La causa può essere una mancanza di ossigeno durante la nascita o una relazione disturbata tra madre e figlio già nella fase prenatale (per es.: la madre rifiuta il bambino nel grembo), oppure una trascuratezza dei sensi. La percezione è strettamente collegata con la memoria che favorisce la capacità di apprendimento.

IL TATTO

Attraverso la percezione corporea si sviluppano altri funzioni come la comunicazione, la motricità fi ne, la coordinazione occhio-mano. Attraverso il contatto fisico si stabilisce l’equilibrio psichico e si trasmette sicurezza. Toccare e tastare sviluppa la sensibilità soprattutto nella bocca, nelle mani, dita e pelle. Il semplice tocco aumenta la produzione di un determinato ormone nel cervello – il fattore della crescita dei nervi – che attiva il sistema nervoso e in particolare lo sviluppo delle reti neurali. La mancanza di contatto diminuisce le reazioni mentali e motori. La pelle è un sistema di allarme per il corpo. La pelle protegge il corpo da calore, freddo dolore ecc.

Nella nostra società il toccare è anche tabù. Si raccomanda già ai bambini piccoli: “non toccare!” Tuttavia se vediamo un pulcino e ci immaginiamo che è morbido e caldo, voliamo toccarlo. Non possiamo vedere se una cosa è calda o soffi ce. Toccare è molto importante per la vista. Vediamo quindi con le mani. Le mani e la bocca hanno più recettori che le altri parti del corpo. Ogni volta quando il tocco viene combinato con gli altri sensi, una parte più ampia del cervello viene attivata e si creano più reti neurali. In questo modo si libera una parte maggiore del potenziale di apprendimento. L’apprendimento viene stimolato attraverso il tocco. Quando vogliamo ancorare nuovi processi di apprendimento è bene farlo con un leggero tocco sulla spalle o il braccio della persona in apprendimento.

LA VISTA

Come già detto tutti i sensi devono collaborare per garantire una percezione globale. Nonostante ciò la vista viene considerata come senso più importante della percezione. Solo 10 % del vedere però avviene attraverso l’occhio. Gli altri 90% avvengono nel cervello in associazione con il tatto e i recettori muscolari. Quando il neonato tocca tutto intorno a sé, impara tutto sulle strutture le forme e i colori. Mette le cose in bocca per “sentirle”. Un immagine visuale completa si crea solo all’età di 8 mesi. Molte persone “normali” hanno disturbi di percezione visiva. Guardano in modo distratto o non osservano bene. Per una persona con handicap psicofisico è ancora più difficile vedere bene, perché percepisce il suo ambiente in modo meno differenziato a causa dei disturbi cerebrali.

Persone con difetti visivi e handicap psicofisico hanno difficoltà ad orientarsi nello spazio e di conseguenza si verifica un insicurezza nel camminare. Queste persone tendono nelle attività ludiche comuni a disturbare o a isolarsi.

L’UDITO

La nostra società considera l’udito il canale di percezione al secondo posto dopo la vista. L’udito si sviluppa nella 12. settimana nel grembo materno. Dal 5. mese il feto reagisce già ai suoni esterni. L’ascolto è preliminare per il parlare. Perché bambini con disturbi uditivi possono aver grande difficoltà nell’imparare a parlare e a livello scolastico anche con la lettura e la scrittura.

Siamo in continuazione esposti ai rumori perché non possiamo “chiudere” le orecchie come possiamo fare con gli occhi. Assorbiamo tutto senza filtro. Troppi rumori causano disturbi di concentrazione. In grandi spazi chiusi e mal sonorizzati come per esempio nelle aule scolastiche, sale mense e saloni di case di riposo, ci innervosiamo più facilmente quando il livello di rumore è troppo confusionale. Questo fenomeno è ancora più accentuato per le persone con disturbi uditivi degenerativi. Un continuo rumore nella frequenza delle tonalità alte (discoteche) disturba le membrane fini all’interno dell’orecchio. Ciò porta ad un abbassamento dell’udito, che può creare disturbi di equilibrio e un isolamento dell’individuo dal suo ambiente circostante. Quando si rimprovera una persona anziana o con handicap psicofisico e con problemi di udito “cosa ti ho detto, non ascolti mai?” o frasi simili che mirano alla capacità di ascolto si possono creare dei malintesi. Questa persona non si sente capita e accettata e può reagire in modo aggressiva o chiudersi in sé stessa.

L’OLFATTO E IL GUSTO

L’olfatto e il gusto vengono considerati comunemente i canali sensoriali minori. A livello cerebrale sono strettamente collegati con le reazioni istintive. Fin dalla nascita l’olfatto è sviluppato molto bene, un neonato di 6 settimane riconosce il seno di sua madre al l’olfatto. L’olfatto e il gusto sono strettamente collegati. Con il palato possiamo solo distinguere 3 gusti: acido, salato e dolce. Tutte le altre differenziazioni del gusto dipendono dall’olfatto. Quando mangiamo non ci saziamo solo ma il gusto e l’odore ci stimolano e ci procurano un piacere del cibo. L’olfatto da una parte ci trasmette piacere (fiori, profumo, frutta), dall’altra parte ci crea repulsione (rifiuti, gas di scarico, gli escrementi). L’olfatto e il gusto sono anche un sistema di allarme per il nostro corpo. L’incendio i sente attraverso l’odore e innesca così il sistema di allarme. Gli animali sentono il pericolo attraverso gli ormoni della paura – i feromoni – . Anche l’uomo ha questa capacità solo che è più sepolta a causa del sovraccarico di stimoli olfattivi di cui siamo invasi quotidianamente. L’amaro di un cibo fa innescare il sistema di allarme perché potrebbe essere velenoso. Molte piante velenose nella natura hanno un gusto amaro. Ugualmente ci segnala un cibo acido che il frutto non potrebbe essere maturo. Quando questi due sensi sono disturbati o danneggiati l’individuo comincia dare meno importanza alla qualità e consistenza del cibo fi no alla totale negligenza. Questo fatto comporta il rischio che il corpo non riceve più il nutrimento necessario per mantenere un equilibrio psicofisico e ciò può provocare disturbi di percezione e di apprendimento.

Il bambino piccolo e’ un esploratore innato, che usa tutti i suoi sensi per appropriarsi del mondo. Il tatto, l’olfatto e il gusto, sono strumenti essenziali nel suo processo conoscitivo, e tali sensi “corporei” non diminuirebbero di fatto la loro funzionalità se non fossero “uniformizzati” durante la crescita. Per l’adulto invece l’olfatto e il gusto non sono valorizzati come l’udito e la vista, e vengono usati solo inconsciamente per una prima valutazione delle cose.

PERCHÉ USARE I GIOCHI NELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE?

Secondo noi educazione ambientale significa prima di tutto e prima di ogni apprendimento nozionistico, rieducare all’uso dei 5 sensi, verso una percezione piu’ ampia e profonda. Se vogliamo cambiare qualcosa nel nostro rapporto con l’ambiente – urbano e naturale – dobbiamo cambiare prima noi stessi, e aprirci ad accogliere soprattutto gli aspetti positivi: la forza delicata di un fiore spuntato tra il cemento, la melodia del canto di un merlo in mezzo al traffico assordante, o meglio ancora il ritmo delle onde del mare, i mille suoni nascosti della foresta.

Percepire la natura significa immedesimarsi con essa, senza accorgersi del passare del tempo, raccolti in noi stessi ma completamente aperti ad ogni sua manifestazione. Abituati come siamo ad urlare ed usare i

gomiti per raggiungere i primi posti, in quest’ambito invece ritorniamo umili ed impariamo a concentrarci nel silenzio.

Giocando si impara, si esperimentano le proprie capacità e limiti, si simula la realtà e di conseguenza si riesce a valutare meglio le diverse situazioni della vita. Il gioco rende autonomi e richiede sempre decisioni autonome. Attraverso il gioco si costituisce la propria individualità e fiducia in se stessi, e si diventa più critici.

Il gioco deve essere liberato dall’aspetto produttivo. La competitività del tipo “vince chi” non ha spazio in un discorso di educazione ambientale che focalizza la sensibilizzazione e mira al cambiamento di atteggiamenti.

La competizione difficilmente può aiutare a risvegliare ed affinare i sensi: quando siamo presi dal dover vincere non possiamo concentrarci sulla percezione dei sensi; dalla sconfitta deriva un senso di frustrazione ed esclusione e, con l’accumulo di sconfitte, perdiamo anche la voglia di continuare a giocare”.

Il nostro intento è di liberare il gioco dalla nicchia ristretta dei bambini. Siamo convinte, dopo le esperienze di tanti stages con adulti, che, un apprendimento profondo mirato al cambiamento, passa innanzitutto attraverso canali emotivi e percettivi oltre che cognitivi. Forse l’adulto, ancor piu’ del bambino, ha bisogno di prendere consapevolezza dell’ambiente circostante, dimenticando la razionalità e lasciando spazio ai sensi. Si tratta di un apprendimento integrale, che mira al coinvolgimento dell’intera persona e che non si limita al semplice

messaggio trasmesso dalle parole.

L’APPRENDIMENTO COME STIMOLO

L’educazione dovrebbe orientarsi non soltanto ai valori puramente intellettuali. La chance di un cambiamento sta nel liberare il gioco dai suoi valori disprezzati nel passato, e riconoscere la loro utilità nell’apprendimento integrale. Attualmente nell’apprendimento esiste una scissione tra cultura intellettuale e cultura emotiva. Tutto ciò che è emotivo come la gioia, la rabbia, la noia e il piacere, viene lasciato fuori dalla porta scolastica e formativa. L’apprendimento e’ “un saper fare” ma non arriva poi a “un saper essere”, cosa che significherebbe l’integrazione di tutti i lati della persona, e quindi dei suoi fattori emotivi, legati a quelli sensoriali.

Le più recenti ricerche in merito hanno dimostrato che la cultura emotiva e’ determinante perché e’ la molla che fa’ scattare il meccanismo per l’apprendimento di qualsiasi cosa. Una cosa studiata con passione ed interesse rimane impressa per tutta la vita, mentre quello che viene imparato a memoria sparisce nel nulla dopo poco tempo.

Spesso nei nostri corsi di formazione con insegnanti ci sentiamo dire che manca il tempo e non c’è

abbastanza spazio nella programmazione per far giocare i ragazzi o per inserire esperienze diverse. Questo vale specialmente per la Scuola Media e le Superiori.

In questo caso l’errore di fondo sta’ nel pensare che una persona possa imparare ed abbia il cervello libero in qualsiasi momento, e che sia sempre interamente disponibile ad assorbire informazioni cognitive, indipendentemente dal suo stato emotivo. Sappiamo invece, ad esempio, di quanto sia difficile, anche solo leggere il giornale, se la nostra mente e’ occupata da preoccupazioni. Quella che viene normalmente considerato una distrazione irrilevante, e a cui si passa sopra come se non esistesse, viene individuata, ad un attento esame, come il maggior impedimento nel processo di apprendimento nozionistico.

E allora come uscire da questa trappola che non ci fa considerare i fattori emotivi, che comunque ostacolano l’apprendimento?

Il primo rimedio potrebbe essere di lasciar spazio alla fuoriuscita e alla verbalizzazione dei fattori emotivi, cosa che, anche se può sembrare rubare tempo al programma, alla fine invece costituisce un risparmio di tempo e, specialmente, di energia. Il secondo rimedio e’ invece, secondo noi, creare una programmazione che, fin dall’inizio tenga conto della cultura emotiva degli allievi (bambini e adulti).

Anche materie apparentemente cosi noiose come matematica o scienze, possono essere esposte in maniera da catturare l’attenzione di tutti. La visualizzazione, anche quella corporea, può essere un valido aiuto. Il significato di catena alimentare puo’ essere fatto studiare ai ragazzi leggendo il libro di scienze da pag. …. a pag. – e il contenuto sara’ probabilmente dimenticato dopo l’interrogazione – oppure può essere espresso e sperimentato attraverso la drammatizzazione. In questo caso i ragazzi che l’avranno vissuto con divertimento

e piacere non si scorderanno più dei concetti acquisiti.

Il punto di partenza di questo percorso di apprendimento integrale e’ lo stimolo dell’entusiasmo, creando un clima di gruppo che permetta tranquillamente di esprimersi e familiarizzare con gli altri e l’ambiente circostante.

Si passa poi ad una seconda fase, di concentrazione, di raccoglimento e di calma, che permette di entrare in contatto con le proprie emozioni.

A questo segue la fase dell’esperienza diretta e dell’esplorazione, in cui ognuno, con attenta curiosità, indaga l’ambiente circostante. Soltanto dopo questi passaggi e’ possibile arrivare a far partecipare anche gli altri alle proprie esperienze, attraverso un momento più razionale, che permetta anche conclusioni successive alle osservazioni effettuate e lo sviluppo delle strategie possibili per un cambiamento positivo.

Tutto questo presuppone un atteggiamento di equivalenza da parte dell’animatore nei confronti dei

partecipanti: non si tratta di uguaglianza, perché il vissuto di ciascuno e’ differente, e non per questo migliore o peggiore, ma piuttosto e’ equivalente.

Ruolo dell’animatore e’ quindi quello di facilitare, agevolando l’attuazione delle esperienze e delle attività proposte, a cui lui stesso partecipa attivamente, divenendo così parte integrale del gruppo.

Ne risulta un mutuo apprendimento, da parte di tutti i partecipanti alle attività, animatore compreso.

Fonti: Sigrid Loos Laura dell’Aquila: Naturalmente giocando, EGA, Torino 1993

Sigrid Loos, Ute Hoinkis: Handicap? Anche noi giochiamo, EGA, Torino 2001
(i libri fuori catalogo possono essere acquistati direttamente dal sito www.sigridloos.com)

Il gioco nelle relazioni familiari di Elena Passerini

Ho ricominciato a giocare verso i trent’anni, fuori dall’ambito familiare, soprattutto grazie a Sigrid Loos e ai suoi giochi cooperativi. A seguito di quella semplice esperienza così sorprendente e vivificante mi sono occupata in vari modi di gioco. Ho giocato con gruppi di bambini ma soprattutto di adulti, di animatori e insegnanti, e ho imparato a osservare il gioco e a scoprirne e descriverne i molti significati durante i corsi di formazione.  Abbiamo fatto due libri. Ci siamo occupati di gioco e ambiente, gioco e percezione sensoriale, gioco e riappropriazione della città, gioco e fiducia, gioco e creatività, gioco con i rifiuti, ultimamente persino gioco e psicodramma,  ma non gioco in famiglia. Per questo ho trovato così stimolante questo tema che mi è stato richiesto, così provo a dare un contributo anche se non posso essere presente.

Sembra una cosa così scontata, giocare in famiglia, sembra ovvio!

Eppure, se proviamo a pensarlo in una prospettiva storica ed educativa, questo tema potrà risultare molto più spinoso di quanto sembra. Per questo vorrei proporvi una serie di immagini da lasciare alla vostra riflessione.

Esiste tutto un repertorio di giochi affidato tipicamente alla tradizione familiare, giochi fatti dagli adulti per i più piccoli: trotta trotta cavallino, le filastrocche recitate  prendendo la mano e le dita del bambino … le nonne sono esperte di tutto ciò. Ma anche il cu-cù e le versioni più infantili del nascondino, il gioco che Freud chiama Fort-da, cioè il bambino che butta il rocchetto o il cucchiaio giù dal seggiolone per 500 volte, sono giochi che hanno un profondo significato psicologico nella storia del legame tra la madre e il bambino e probabilmente si perdono nella notte dei tempi.  Nel libro La strada dei bambini ho parlato del papà che “corre” dietro al bambino e gli dice “ti prendo, ti prendo!”. È un’immagine bellissima che può far capire molte cose agli animatori. Sono tutti giochi per i piccoli e durano pochi minuti.

Però per il bambino più grandicello, capace di relazioni sociali, la tradizione del gioco prendeva altre vie: non più i nonni o la mamma, ma fratelli, cugini, amici del cortile o della strada.

E qui abbiamo già incontrato una prospettiva storica.

Ho lavorato più volte con metodo autobiografico con adulti di varia età e provenienza e ogni volta, quando ricostruivamo i luoghi, i modi e i tempi del gioco infantile, scoprivamo che i bambini giocavano “sempre!”, cioè in tutto il tempo non occupato da obblighi scolastici o domestici o fisiologici. E i bambini giocavano sempre senza adulti, anzi, le rare figure di adulti rimasti nella memoria erano visti come invasori da tenere alla larga. Oppure le meno anziane ricordano figure di adulti che si sapeva che esistevano, come la portinaia, la mamma a casa, la lattaia, potevano anche essere un punto di riferimento in caso di bisogno, ma certamente non intervenivano nel gioco e nemmeno “controllavano” in senso stretto.

Ora viviamo nell’epoca dei cortili e strade ridotti a parcheggi, della scomparsa delle bande infantili, dei gruppi spontanei di bambini, della grande percentuale di figli unici privati di tempo libero e soli, dell’estinzione della millenaria cultura orale dei giochi infantili. Ma anche nei quartieri nuovi ben costruiti, con le macchine seppellite nei garage o con molti giardinetti privati, non si vedono tanti bambini giocare. Non si tratta solo di un problema urbanistico di soffocamento degli spazi pubblici e mancanza di partecipazione progettuale, né solo del “malessere” o “disutilità da ingorgo” conseguente a un modo poco razionale di conseguire il “benessere”.

È in atto un mutamento culturale ed educativo di cui facciamo fatica a descrivere i complessi confini e soprattutto a comprenderne fino in fondo le conseguenze.

È in corso una rivoluzione educativa silenziosa che pervade tutto. Nell’ambito familiare il passaggio è stato definito “dalla famiglia etica alla famiglia affettiva”.  La nuova rivista “Conflitti” si propone proprio di fare un po’ di luce su questi temi. Daniele Novara, presentandola in provincia di Milano, ha usato un’immagine molto forte e provocatoria: “non possiamo passare dal padre che tira fuori la cinghia per farsi ubbidire al padre che tira fuori i burattini per far divertire i bambini! Siamo al grottesco!”.

I genitori sono rimasti colpiti e pensierosi. Spesso si trovano in mezzo a un doppio fuoco di esperti: quelli che dicono che bisogna giocare con i figli, condividere il loro tempo, ora Novara ci dice che un conto è giocare, tutt’altra cosa è far giocare i bambini.

Ma cosa succede concretamente nelle famiglie?

Qui sarebbe molto utile una attenzione e una disponibilità ad ascoltare e a osservare le diverse situazioni concrete. A volte sono i bambini, anche “grandi”, a chiedere ai genitori di giocare. I genitori fanno quello che possono, cercando di conciliare le diverse esigenze familiari. Cercano spazi per organizzare le feste di compleanno, visto che in casa c’è poco spazio. (Ma davvero le case sono più piccole che in passato? O non c’è spazio perché sono più ingombre di cose?)

Ma cosa succede quando gli adulti giocano con i bambini?

Provate a osservare (o auto osservare) questa speciale relazione. Io in luoghi diversi, ai giardini, al Tempo per le Famiglie, in casa mia, ho assistito a episodi interessanti che dal mio punto di vista sono problematici.

Ne elenco alcuni:

–          Spesso l’adulto che gioca esprime in modo più o meno velato il desiderio di insegnare qualcosa al bambino, con la parola o l’esempio (ad esempio il nome dei colori, oppure che il cubo va nel buco quadrato e il cilindro in quello tondo e non viceversa).

–          Invece i bambini imparano sì giocando, ma spontaneamente, facendo esperienze libere, non “per obiettivi”. L’adulto rischia facilmente di togliere il gusto della scoperta al bambino, facendogli vedere come si fa nel modo giusto. Quindi l’intenzione di insegnare rischia di avere come effetto la banalizzazione delle esperienze che il bambino vive sotto il profilo della scoperta autonoma.

–          I ritmi e i tempi dell’adulto e del bambino nel gioco e nella relazione con gli oggetti sono completamente diversi. Un bambino di 10 mesi può giocare per un tempo notevole con un barattolo di yogurt, un cucchiaio e un sasso, “inventando” una quantità di giochi che un adulto non può nemmeno immaginare. Questo succede se l’adulto non interviene. Invece spesso l’adulto che gioca col bambino esprime i suoi tempi e ritmi e gusti in un modo più forte del bambino, tende a guidarlo. Il risultato è l’impoverimento del gioco. Un esempio tra tutti: la monocultura calcistica che ha soppiantato le decine e decine di diversi giochi con la palla che la tradizione infantile conosceva e aveva inventato. Oltre all’influenza della TV, comprata e accesa inizialmente dai genitori, c’è anche l’influenza dei padri che vedo giocare immancabilmente a calcio anche con figlie piccolissime.

–          Spesso gli adulti non hanno un granché voglia di giocare, se non per pochi minuti, il che è ovvio e non sarebbe affatto un problema. Lo diventa se si sentono costretti a farlo lo stesso, e inevitabilmente esprimono la loro fatica e mancanza di spontaneità. Il fatto è che il gioco è uno spazio di libertà e di creatività (inclusa la creazione di regole) che non può essere prescritto, nemmeno a se stessi. Quindi l’adulto che non ha voglia di giocare non può farsela venire. Il fatto è semplicemente che gli adulti non sono affatto buoni compagni di gioco per i bambini, che farebbero meglio a giocare fra di loro.

Che fare allora?

Nel dilemma tra giocare e far giocare ci può venire in aiuto un gioco linguistico che ci offre un punto di vista diverso. In tedesco non avrebbe nemmeno senso dire “far giocare”, viene sentito come una assurdità a livello linguistico. Si dice spielen lassen che vuol dire lasciar giocare i bambini.

È quello che gli adulti hanno sempre fatto nella storia, dedicando pochi secondi ad aprire la porta per lasciar uscire i bambini e qualche minuto in più per recuperarli la sera. Adesso le cose sono più complicate, il sistema sociale non aiuta. Lasciar giocare i bambini può diventare una intenzionalità consapevole e operativa degli adulti, politica. Ma questa intenzionalità, consapevole del valore educativo irrinunciabile del gioco, non è rivolta ai bambini in modo diretto.

Lasciar giocare i bambini significa riconoscere il loro diritto al gioco e aprire i conflitti latenti che questo comporta. Lasciar giocare i bambini vuol dire cambiare i regolamenti condominiali che vietano il gioco e introdurre regole che lascino spazi e tempi ragionevoli; può significare forse litigare con qualche vicino di casa insofferente; può significare intraprendere iniziative a livello cittadino.

Tutto il contrario del tentativo di conciliare l’impossibile e sforzarsi di rispondere direttamente e in prima persona alla richiesta fatta dai bambini di avere compagni di gioco.

Come ognuno di noi sa, se ripensa alla sua infanzia, i bambini devono poter giocare, sempre!

 

(Daniele Novara, Elena Passerini, La strada dei bambini, 100 giochi di strada, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1999)

Che cos’è il gioco?

Un tentativo di definizione imperfetta

Rivolgendoci ad animatori, educatori ed insegnanti ci interessa far vedere la non banalità del gioco e la ricchezza dell’esperienza ludica, per i bambini e per gli adulti.

Numerosi studiosi hanno incontrato sulla loro strada di ricerca il gioco. Abbiamo una collezione di diverse definizioni di “gioco” provenienti dagli ambienti della psicologia, della psicoanalisi, della ricerca storica, degli studi naturalistici, della sociologia ecc.

Possiamo trovare molti punti in comune e parole chiave ricorrenti ma anche molte differenze e punti di vista non conciliabili. Probabilmente, se approfondissimo le ragioni di ogni autore, scopriremo che molte differenze derivano dalle motivazioni che li hanno spinti  a occuparsi dei giochi, dai diversi tipi di gioco e modi di giocare che ognuno di loro ha considerato, dal contesto teorico e pratico in cui si sono mossi.

Ciò che ci interessa soprattutto notare è un fatto estremamente semplice di cui gli animatori devono tenere conto, cioè il fatto che l’esperienza ludica di un gruppo ha un significato più vasto di quello che una persona sola, incluso l’animatore, ne pensa o dice. Potranno esserci degli aspetti e dei significati in più o diversi da quelli previsti o visti da uno, ma validi  e importanti per altri membri del gruppo che gioca, indipendentemente dal fatto che questi vengano o meno esplicitati.

Tra le molte definizioni, accenniamo ad alcune. Si tenga conto che generalmente il gioco viene associato all’infanzia e opposto al lavoro in quanto “non serio”.

Freud definisce il gioco come mezzo per l’elaborazione del lutto  (o della separazione dalla madre). Il contrario del gioco per Freud non è il “serio” ma il “reale”.

Melanie Klein, psicoanalista dell’infanzia, dice che attraverso il gioco il bambino esprime i suoi fantasmi, i suoi desideri, le sue angosce.

Donald Winnicott considera l’aggressività come motore dell’attività esplorativa, “crescere significa prendere il posto dei genitori… nel fantasma inconscio che sottostà al gioco, crescere è per natura un atto di affermazione di sé.“[1]

Piaget definisce che ogni tipo di gioco appartiene solo a quel determinato momento dell’evoluzione del bambino che lo porta a sostenersi. Così i giochi di imitazione necessitano dell’attività funzionale, dell’assimilazione, del piacere normale del successo, della relazione con gli altri.

Un altro pedagogista, Pier Parlebas [2]definisce il gioco come iniziazione alle regole e fattore sociale, che lascia al giocatore la possibilità di esprimere la propria personalità. Acquisizione delle regole e sviluppo dell’autonomia sono due ingredienti essenziali nell’educazione.

Il pedagogista tedesco H. Scheuerl[3] considera il gioco come:

  • momento di libertà
  • momento di infinità interiore che tende a prolungarsi nel tempo e non è finito come il dovere,
  • momento della finzione (irreale) in cui l’individuo esce dalla realtà per crearsi il suo mondo (il gioco diventa realtà) l’individuo è presente adesso (nel gioco) non ieri né domani, ha un tempo suo in questo spazio che non corrisponde al tempo reale
  • momento dell’ambivalenza: il gioco ha sempre più di un senso. Spesso è simbolico fra piacere reale, ridere, paura.
  • un gioco si svolge all’interno di uno spazio suo (regole del gioco, spazio fisico del gioco)

Secondo J.Huitzinga[4] il grande filosofo storico olandese, quest’attività:

  • è una funzione che contiene senso,
  • è un intermezzo della vita quotidiana, è accompagnamento, complemento e parte della vita in  generale,
  • è indispensabile all’individuo in quanto funzione biologica e indispensabile alla comunità in quanto funzione culturale,
  • ha un svolgimento proprio e un senso in sé, comincia, ed a un certo momento è finito. Può essere ripetuto,
  • l’arena, il tavolino da gioco, il cerchio magico, il tempio, tutti sono per forma e funzione dei luoghi di gioco, cioè spazio delimitato, luoghi segregati, cintati,
  • realizza nel mondo imperfetto e nella vita confusa una perfezione temporanea limitata,
  • mette alla prova la forza del giocatore, il suo vigore fisico, la sua perseveranza la sua  ingegnosità,
  • il suo coraggio, la sua resistenza e la sua forza morale.

Roger Callois dà 6 definizioni di gioco:

  • un’attività libera alla quale il giocatore non può essere costretto senza
  • che il gioco perda il suo divertimento e la sua attrazione.
  • un’attività separata che si svolge all’interno di limiti precisi e prestabiliti di spazio e tempo.
  • un’ attività incerta il cui svolgimento e risultato non è determinabile dall’inizio, perché nonostante ci sia la costrizione di arrivare a un risultato, bisogna necessariamente lasciare una certa  autonomia al giocatore.
  • un’attività improduttiva che non crea né ricchezza né prodotti né altri
  • elementi nuovi e che, a parte uno spostamento della proprietà
  • all’interno della cerchia dei giocatori, finisce in una situazione identica
  • a quella dell’inizio del gioco.
  • un’attività regolata, sottomessa a convenzioni che annullano le leggi
  • vigenti per un momento e introducono una nuova legislazione
  • generale.
  • un’attività fittizia che viene accompagnata da una specifica coscienza
  • di una seconda realtà o una non-realtà libera in relazione alla vita
  • quotidiana.

La sociologa tedesca Elke CALLIES[5]definisce il gioco invece come:

  • un atteggiamento interiore, spontaneo e  fine a se stesso,
  • è libero; la decisione se piace o no spetta unicamente all’individuo.
  • confronto con l’ambiente: è un atteggiamento attivo, espressivo e concreto
  • esperienza concreta che parte dalla progettazione per arrivare alla realizzazione
  • atmosfera rilassata in cui tensione e rilassamento si alternano per creare (se equilibrati) uno stato di felicità.
  • momento di espressione delle proprie emozioni e sensazioni.

L’approccio biologista è sviluppato da etologi che definiscono il gioco come preparazione alla vita da adulto. La nozione del gioco ricopre diverse realtà: il gioco è un segno e un mezzo di sviluppo del bambino e luogo dell’espressione dell’inconscio, mezzo di apprendimento e fonte di piacere. Il gioco può essere spontaneo o fatto di regole, utilizza “gli oggetti per giocare” cioè i giocattoli ma anche i corpi, lo spazio e la natura.


[1]D.W.Winnicott, Gioco e realtà, Roma, Armando 1974.

[2]PARLEBAS P., Les jeux du patrimoine, Ed. EPS 1989, “il gioco interviene spesso come una ritualizzazione della violenza. Le situazioni ludiche fanno passare a turno dall’aggressore all’aggredito. Questo rovesciamento dei ruoli, che appartiene alla grammatica del gioco è molto interessante dal punto di vista pedagogico.” (ns.trad.)

[3] SCHEUERL H., Das Spiel, Berlin 1968.

[4]CECCHINI A., Ancora homo ludens in: AAVV: Giochi di simulazione, Ed Zanichelli, Milano 1987.

[5]CALLIES E.,  Spielen, ein didaktisches Instrument für soziales Lernen in der Schule? 1976.

GIOCHI COOPERATIVI E BRAIN GYM® NEL LAVORO DI GRUPPO A TUTTE LE ETA’

per mantenere l’attenzione e il flusso di apprendimento

Con il termine “apprendimento” intendiamo un processo che dura tutta la vita e si applica in ogni situazione in cui c’è qualcosa di nuovo da imparare: un nuovo modo di essere, di comportarsi, di relazionarsi; una nuova competenza; una nuova conoscenza. Quando Mente-Mani-Cuore lavorano in sintonia, sperimentiamo piacere e soddisfazione nel fare qualsiasi cosa. Quando prevale un elemento a discapito degli altri, si crea uno squilibrio: se siamo troppo “mentali” con un amico o collaboratore che ci sta presentando le sue difficoltà emotive, rischiamo di sembrare troppo freddi e distaccati; ma anche se lo affrontiamo troppo “di cuore” corriamo il rischio di essere troppo coinvolti mentre l’altro si aspettava magari un aiuto concreto o una risposta più lucida. D’altra parte se offriamo subito una soluzione “pratica” alla sua problematica, l’altro potrebbe viverlo come interferenza. Se invece sappiamo dosare lucidità, concretezza ed empatia è molto più probabile che troviamo una risposta adeguata e soddisfacente per entrambi. La stessa cosa vale in ogni situazione di apprendimento: se insegniamo o impariamo in modo troppo teorico, ci può mancare la capacità di tradurre rapidamente in pratica quello che abbiamo acquisito; o al contrario, qualcosa che ci coinvolge molto può essere più difficile da ri-trasmettere perché occorre la giusta lettura dei concetti che ne sono alla base. Anche un bravo artigiano può trovare qualche difficoltà a tramandare le proprie competenze a un apprendista se gli mancano alcune conoscenze di fondo o se entra difficilmente in relazione. Per qualcuno, la difficoltà è uno stimolo e una sfida per superarsi con impegno e passione, per altri ogni intoppo rappresenta un blocco spesso insormontabile: in ogni caso, quando prevalgono sforzo o frustrazione (e la soglia è assolutamente individuale) non c’è un apprendimento integrato. Le ricerche riportate da Carla Hannaford[1] sul Sistema Vestibolare e lo strettissimo rapporto tra il corpo in movimento, le emozioni e l’accesso agli organi di senso e all’area corticale, ci confermano quello che a tutti risulta ovvio nello sviluppo del bambino nei primissimi mesi di vita. E’ esperienza comune ammirare (e spesso invidiare) il gusto e il piacere che leggiamo nei bambini di 6-7 mesi che esplorano con la bocca, le mani, gli occhi tutto quello che hanno nel loro raggio di azione scoprendo sapori, odori, densità …; lo stupore che caratterizza i loro sguardi, la competenza delle loro mani, il coinvolgimento di tutto il corpo mentre sperimentano tra i 10 e i 18 mesi lo spazio, il dentro e il fuori, il grande e il piccolo, il senso delle misure, le proprietà logico-matematiche, le similitudini e le differenze …; la precisione con cui i bambini che hanno potuto godere di queste esperienze usano in modo funzionale ancor prima dei 2 anni le competenze acquisite per portarsi correttamente il cucchiaio alla bocca, lavarsi i denti, infilarsi le scarpe ….; l’entusiasmo e la ricchezza di idee che manifestano già a 2 anni e mezzo mentre adoperano ed elaborano in modo creativo e personale quello che sanno o che hanno a disposizione mentre giocano a “far finta di”… Da adulti confiniamo però il piacere dell’esplorazione, sperimentazione, utilizzo funzionale e rielaborazione creativa alla fase della prima infanzia, ritenendo che una volta cresciuti e apprese le competenze di base, tutto quello che avviene dopo si debba raggiungere solo con sforzo e sacrificio. In realtà questo è un processo che si perpetua in ogni fase della vita perché piacere e movimento sono i motori per un apprendimento naturale e integrato ed è nostro diritto-dovere pretendere di vivere, lavorare, studiare in modo confortevole e gradevole.

“IL MOVIMENTO è la PORTA dell’APPRENDIMENTO”, dice Paul Dennison[2] nei suoi manuali di Brain Gym®.

Nella nostra concezione IL GIOCO – a tutte le età – è MOVIMENTO che coinvolge tutto il CORPO e l’APPRENDIMENTO avviene – a tutte le età – in un processo continuo ed esponenziale di esplorazione, sperimentazione, utilizzo funzionale e rielaborazione creativa. Il “flusso dell’apprendimento” come rappresentato nello schema proposto dal pedagogista americano Paul Dennison[3]e da sua moglie Gail ci sembra che ben si presti a spiegare il meccanismo di apprendimento nello sviluppo neurologico del cervello e a descrivere la continuità e la naturalità di questo processo.

Come descrivono i Dennison, nella fase “l’ho capito!” – in cui prevale l’esperienza sensoriale e sperimentale, si presta attenzione all’ambiente e al contesto globale/spaziale e l’apprendimento avviene attraverso l’elaborazione dall’insieme alle singole parti. Ogni nuova informazione viene prima percepita nel suo insieme e in seguito analizzata nel dettaglio, per poi essere ricomposta e codificata a livello globale e viene assimilata nel bagaglio di esperienze dell’individuo. Questo flusso continuo di approccio a nuovi stimoli ed esperienze e loro successiva assimilazione e interiorizzazione costituisce la base naturale di ogni apprendimento. Ma tale flusso, in presenza di un sovraccarico di stimoli e di informazioni, si interrompe e l’individuo può essere indotto a ripiegare sulla rinuncia dettata dalla frustrazione, oppure sforzarsi eccessivamente senza peraltro comprendere ciò che sta facendo. Questo meccanismo si verifica, ad esempio, nei giochi che richiedono un rapido cambio di ruoli. Anche i giochi con struttura e regole molto rigorose (per es. il calcio), si svolgono all’interno di schemi che consentono poche nuove esplorazioni. Nei giochi invece in cui le regole sono flessibili, i partecipanti diventano esploratori di nuove esperienze, in un clima cooperativo e di relazioni con gli altri.

I Giochi Cooperativi, integrati dai movimenti di Brain Gym® suggeriti dalla Kinesiologia Educativa, possono quindi diventare un ottimo strumento per riscoprire le nostre potenzialità.

Un altro passaggio importante  consiste nell’Esplorare e Sperimentare “da adulti” le 10 fasi del nostro sviluppo senso-motorio, per coglierne il corretto Uso Funzionale e poter accedere alla fase di Rielaborazione Creativa dei propri gesti e movimenti:

  1. l’attraversamento della linea mediana verticale che si mette in atto appena nati, quando il bambino gira la testa a destra e a sinistra per attivare le orecchie orientandole verso la fonte del suono, e viene continuamente sperimentato il movimento monolaterale nel tentativo di girarsi su se stesso con un movimento a spirale.
  2. L’attraversamento della Linea mediana Orizzontale, quando – a pancia in giù – si incomincia a sperimentare la spinta delle gambe e il ruolo delle braccia per potersi spostare strisciando: una fase intensa in cui si incomincia a prendere confidenza con l’alto e il basso del nostro corpo e si rinforzano i muscoli del collo.
  3. Il periodo del Gattonamento, troppo spesso trascurato, quando si inizia a incrociare per la prima volta gli arti superiori con quelli inferiori (attivando gli emisferi cerebrali opposti con le relative competenze), si sperimentano i gruppi muscolari addominali e dorsali, si dondola la testa in movimento, si effettua un vero e proprio massaggio degli occhi che  scorrono in modo naturale a destra e a sinistra, dall’alto al basso e da davanti a dietro.
  4. La fase del Camminare, in modi diversi, con velocità e ritmi diversi: è la fase in cui si struttura e si caratterizza la nostra andatura, troppo in avanti o troppo indietro, sulle punte come se si camminasse sulle uova o con i piedi troppo pesanti, sbilanciata a destra o a sinistra.

Le competenze acquisite fino a qui diventano le condizioni per l’ulteriore rielaborazione del nostro schema motorio, permettendo o meno l’accesso a capacità più complesse e a gesti più articolati.

5.  Correre in modo corretto e funzionale, per esempio, è possibile solo se le fasi precedenti sono state armoniche e complete.

Passo, Trotto e Galoppo: i movimenti del cavallo (che sono stati alla base dei giochi dei bambini da sempre) ci vengono in aiuto per leggere alcuni passaggi fondamentali per l’evoluzione motoria e cognitiva.

6.    L’imitazione del Galoppo richiede invece l’avanzamento di una gamba                   rispetto all’altra (più precisamente la gamba interna rispetto alla                              direzione che vogliamo prendere in un ipotetico cerchio).

Ripetere il movimento del Trotto presuppone uno spostamento in diagonale e in avanti, mantenendo la capacità di incrociare gli arti e di muoversi con ritmo.

7.   L’imitazione del Galoppo richiede invece l’avanzamento di una gamba                   rispetto all’altra (più precisamente la gamba interna rispetto alla                             direzione che vogliamo prendere in un ipotetico cerchio).

8.   Il Cambio di Galoppo introduce poi un’ulteriore evoluzione con un                         passaggio assai significativo dal punto di vista visivo, motorio e                               concettuale. Se vogliamo infatti cambiare direzione durante il galoppo,                 occorre cambiare la gamba che sta davanti e passare dalla logica del                     cerchio (una sola direzione) alla logica dell’otto (cambio di direzione                     in movimento, rapidità, prontezza di riflessi, cambio di prospettiva                         visiva e mentale). Presuppone la capacità di percepire chiaramente e                     attraversare fluidamente la linea mediana ed è un ottimo modo per                         padroneggiare i movimenti del corpo in tutte le direzioni.

9.   Il Saltello è il rapido cambio di galoppo, e per questo molte persone                        con problemi a un qualche livello non riescono a saltellare.

10.   Saper Danzare è la logica conseguenza di quanto detto: lo sviluppo                          creativo delle competenze senso-motorie, cognitive, logico-                                      matematiche che hanno accompagnato il nostro sviluppo dai                                    primissimi giorni della nostra vita.

Muovendoci e giocando diventiamo così più consapevoli del nostro schema corporeo e della sua Tridimensionalità, che i Dennison hanno considerato l’unica condizione per l’accesso completo e armonioso alle facoltà dell’Area Corticale, Limbica e Rettile del nostro cervello.

Una volta che siamo coordinati con noi stessi, possiamo pensare di coordinarci e relazionarci con gli altri in modo efficace e gradevole per tutti. Mettersi in GIOCO nei giochi cooperativi e nelle danze di gruppo diventa allora ancora più piacevole e armonico, permettendoci di goderne a pieno e di dar vita a una nuova entusiasmante spirale di crescita.


[1]  Carla Hannaford, Risvegliare il cuore bambino, Terranuova Edizioni, 2010
[2]  vedi …….
[3]              Paul & Gail Dennison: Brain Gym® Teacher’s Edition, The Companion Guide to Brain Gym® Simple Activities for Whole Brain Learning
dott.ssa Sigrid Loos, info@sigridloos.com 
dott.ssa M. Paola Casali, mariapaola.casali@infinitiform.it 
Oneness – Worldwide Congress, Hungary 25>28 agosto 2011

GIOCANDO S’IMPARA – L’importanza del gioco per l’apprendimento.

Il gioco è un attività naturale per tutti i mammiferi e gli animali a sangue caldo: Pare che i pesci e i rettili, essendo legati ad un sistema di reazioni basati sulla sopravvivenza e l’istintività, non giochino. Possiamo allora dedurre che  il gioco richiede uno sviluppo cerebrale superiore, un cervello ben integrato capace anche di sognare. Il sogno sembra nascere nel sistema limbico, sede delle emozioni e delle immaginazioni. Inoltre il sangue caldo sembra predisporre al gioco. Grassi e peli proteggono il corpo dall’escursione termica e trattengono così le energie necessarie per giocare. Come i cuccioli dei mammiferi che giocano per appropriarsi le competenze motorie e sociali necessarie alla sopravivenza, anche il cucciolo d’uomo gioca se cresce in un ambiente protetto, in assenza di fame, pericolo, e altre deprivazioni.

Le creature giocose hanno più massa neurale nei loro cervelli complessi. Questi sistemi neurali  si trovano nei lobi parietali  della corteccia  e sono direttamente legati alla percezione corporea, al movimento e all’elaborazione di informazione nel tronco cerebrale, nel talamo e nella corteccia.

L’impulso a giocare nasce nel cervello e non deve essere imparato.[1] Ci sono una serie di sostanze chimiche prodotti dal corpo che nutrono l’impulso di giocare ed altri che lo inibiscono. Il cervello produce dopamina quando giochiamo. Questa sostanza crea lo sviluppo di  reti neuronali  in tutto il cervello:  Recenti ricerche hanno rilevato che in pazienti del morbo di Parkinson e in bambini afflitti dalla sindrome di deficit di attenzione, il livello di dopanina è molto basso. Perciò il gioco è così importante per prevenire iperattività e difficoltà nell’apprendimento.

Tra i cuccioli dei mammiferi, l’uomo gioca più al lungo. Il suo sistema nervoso malleabile è in costante sviluppo per tutta la vita. Giocando egli  è più disponibile a rischiare, rimane più flessibile, impulsivo e creativo, pronto a seguire nuove idee fino alla sua morte.

Quando giochiamo mettiamo in atto tutto l’apparato sensoriale. Più di 80% del nostro sistema nervoso è occupato a integrare gli input sensoriali provenienti dal nostro corpo e dall’ambiente circostante. In questo senso il nostro cervello funziona come una macchina ad elaborazione sensoriale e il gioco è la chiave d’accesso a questa “macchina”. I nostri ricettori tattili e il cervello richiedono la diversità per poter integrare le sensazioni come un abbraccio forte, la carezza del vento nei capelli, il solletico alle gambe dell’erba alta, ecc. I nostri sensi hanno bisogno di stimoli diversi e se vogliamo mantenere il nostro cervello attivo, dovremo uscire dalla routine e fare ogni giorno qualcosa di diverso come mangiare con la sinistra, fare la doccia ad occhi chiusi o scendere la scala all’incontrario come sostiene il neurobiologo Lawrence C. Katz [2] . Le sfide al livello sensoriale ci aiutano a rimanere svegli e ad attivare il nostro sistema vestibolare. Persone che vivono con intensità sensoriale si riconoscono dall’entusiasmo, dalla curiosità e giocosità con cui affrontano la vita in uno spirito innocente da bambino.

Possiamo affermare che il gioco è sinonimo di apprendimento Già il bambino piccolo nelle prime settimane di vita comincia a giocare con il proprio corpo, o meglio: parti del suo corpo diventano il suo giocatolo. Prima ancora che si accorge che esistono altre cose intorno a se oltre al seno della mamma.. Il bambino comincia a giocare con i piedi, con le mani e si rende conto che ha delle estremità che può in qualche modo comandare e manipolare., ci gioca ed esplora. Man mano che cresce pone l’attenzione al di fuori del suo immediato raggio di percezione, viene attirato da stimoli visivi e sonori e comincia attraverso  una serie di giochi-sperimenti ad esplorare  il principio di causa-effetto agendo sugli  oggetti  dell’ambiente circostante. In questa fase è importante di offrire al bambino stimoli ben dosati al livello percettivo che lo inducano ad esplorare ma non lo blocchino per  uno sovraccarico di stimoli di cui deve difendersi.

Purtroppo la frenesia della nostra vita moderna è piuttosto controproducente allo sviluppo sensoriale. Troppi stimoli visivi e uditivi (un vero bombardamento di immagini e rumori) fanno si che i nostri sensi si chiudono. La nostra paura dei pericoli e dello sporco ci induce inoltre spesso ad impedire ai bambini di sperimentare l’ambiente al livello sensoriale. Recente ricerche sottolineano che l’ambiente asettico e la mania per l’igiene indeboliscono il sistema immunitario e sono le cause per molte forme di allergie. Il sistema immunitario si organizza attraverso le esperienze, e le malattie si sviluppano più facilmente quando il sistema immunitaria non può confrontarsi con batteri e virus.

Il gioco ci aiuta a crescere ed ad appropriarci di tutte quelle competenze sociali necessarie per istaurare rapporti sani con gli altri. Nel gioco impariamo a rischiare, a difenderci, a negoziare a sperimentare e vivere in pieno fantasia e curiosità. Una ricerca americana alla Yale University ha mostrato che i bambini che giocano molto al gioco simbolico, mostrano più facoltà di leadership a scuola, si comportano in modo più cooperativo e  meno competitivi o intimidatori verso gli altri.[3]

Giocare liberamente alla lotta, a  rotolarsi per terra, ad acchiapparsi, rincorrersi sono attività necessarie per sviluppare un senso di corporeità, equilibrio e la capacità di centrarsi. Inoltre crea la coscienza del dove siamo nello spazio in relazione con gli altri. Bambini,  ai quali viene negato giocare ad alto livello di contatto fisico spesso sono impacciati e hanno poca consapevolezza dello spazio intorno a se. Hanno difficoltà di essere presenti sia in relazione con gli altri sia in situazioni di apprendimento perché gli manca la percezione della propria corporeità.

Bambini abbandonati all’isolamento che non hanno potuto  toccare, muoversi e giocare,  sviluppano anormalità cerebrali associati alla violenza, l’allucinazione e la schizofrenia. Il loro cervello è da 20 a 50% più piccolo del normale. Ciò si attribuisce al fatto che l’isolamento inibisce lo sviluppo di grandi aree del cervello: il sistema sensoriale del tronco cerebrale che controlla il movimento e l’equilibrio, l’area responsabile per il tocco e l’area affettiva legata direttamente al tocco e al movimento.[4]

Nel gioco possiamo sviluppare empatia, autostima, altruismo e compassione, competenze sociali che ci aiutano a relazionarci meglio con gli altri ed essere facilitati nell’apprendimento scolastico.

COMPETERE O COOPERARE? A CHE GIOCHI GIOCHIAMO?

La giostraNella sua crescita il bambino passa dalla fase esplorativa delle cose alla fase del “tu”, riconosce che ci sono altre entità con le quali si può interagire. E tenendo conto dell’egocentrismo inerente a questa età, quando il bambino X incontra il bambino Y è già un incontro predisposto al conflitto, perché probabilmente Y avrà qualcosa che X  vorrebbe avere o vice versa. È l’origine dei conflitti dice René Girard[5]: “…l’imitazione del desiderio dell’altro: nel momento in cui qualcuno fa un gesto per appropriarsi un oggetto, questo provoca in chi lo guarda lo stesso desiderio dell’oggetto.” A questo punto le vie sono due: o litigare per l’oggetto o trovare una mediazione per gestire questo interesse in comune (il giocatolo). René Girard lo chiama una ritualizzazione della violenza per evitare quella vera, quella distruttiva. All’inizio è più un giocare uno accanto all’altro che diventa poi un giocare insieme (o uno contro l’altro).Se l’altro viene riconosciuto non solo come rivale nella competizione per il giocatolo, ma come compagno con cui si può interagire, fare qualcosa insieme, comincia a crearsi la percezione dal “tu” al “noi”.

Nel passaggio al “noi” i giochi di gruppo diventano interessanti, quindi un “facciamo qualcosa tutti insieme, ci aiutiamo a vicenda”. Nella fase del “noi” il bambino impara a gestire i due modelli: “Noi e Loro” (cooperazione) e “o Noi o Loro” (competizione). Quando gli altri vengono percepiti come avversari, nemici ecc. entriamo nell’ottica della competizione dove chi vince   alla fine ha ragione perché è il più forte. E di conseguenza avremo tanti esclusi ed emarginati.   Il “ noi” inteso come l’insieme del gruppo nella sua diversità  non preclude che il bambino non possa scegliersi di volta in volta i sui compagni.  il giocare  rispettandosi pur imparando a negoziare, rende anche più difficile il  vedere l’altro come avversario. A livello di apprendimento il giocare in maniera cooperativa permette di sviluppare competenze sociali  come la solidarietà, l’aiuto reciproco,  il sostegno, l’empatia.  Insieme agli altri  possiamo raggiungere  obiettivi più complessi  di quelli che potremmo raggiungere da soli, soprattutto se siamo sotto pressione  . Il gioco diventa così anche campo di apprendimento sociale e non solo attività per l’integrazione  degli schemi corporei o di manipolazione di materiale. Aiuta cosi di sviluppare competenze sociali importanti per la  sopravivenza in una società che tende sempre più all’individualismo e all’isolamento.

Per quanto è stato detto prima, non è del tutto indifferente se un gioco viene giocato in modo cooperativo o competitivo, sia  che si tratta di creazioni, manipolazioni o giochi di movimento o giochi di gruppo. Quando giochiamo e diamo più importanza al processo anziché al risultato ci possiamo più facilmente mettere in gioco anche al livello socio-affettivo. Ma nel momento in cui cominciamo a paragonare  X con Y, che non sono paragonabili perché si tratta di due entità diverse, ognuno ha la sua individualità e le sue competenze sviluppate in modo diverso, entriamo in ottica competitiva. Quindi o X o Y vince, e di conseguenza l’altro deve reggere la sconfitta a livello emotivo. Se il gioco, come già detto, dovrebbe essere inteso come momento di esplorazione, sperimentazione, divertimento, ed Y ha solo una gamba, allora va da sé che sarà escluso o ostacolato in tanti giochi che si basano sul movimento e sul risultato finale. Di conseguenza Y ha poca scelta. O si ritira dal gioco perché nessuno vuole sempre stare dalla parte dei vinti, o sviluppa delle strategie di inganno per vincere anche lui almeno ogni tanto. Oppure diventa aggressivo.  Questo spiega perché al livello scolastico troviamo tanti bambini aggressivi ed inclini a litigare. Come educatori riconosciamo difficilmente che queste conflittualità ed aggressività sono già implicite nel tipo di giochi o nei modelli educativi che proponiamo. Quando cominciamo a paragonare due entità  che non sono paragonabili (diversi tipi di intelligenza per esempio) diciamo già che uno sarà il più bravo e l’altro evidentemente il più imbranato.. Da un lato è possibile che l’autostima del più bravo si rinforzi, ma il più debole sicuramente deve incassare le frustrazioni dovute alle  sconfitte e avrà meno possibilità di costruirsi una buona autostima.. Siccome il suo modello è il più forte o più bravo, ma non riesce a raggiungerlo, deve compensare con altri modelli  con comportamenti aggressivi e disadattati. Perciò è importante che al livello educativo ci poniamo la domanda: a che giochi giochiamo?

PARACADUTE JPEGLe maestre che sperimentano i giochi che si basano sul mutuo rispetto, sulla cooperazione in modo continuativo nei loro programmi,verificano anche un cambiamento nel clima di gruppo che si riflette anche in altre attività. Il livello di conflittualità ed aggressività si abbassa e i bambini  mostrano comportamenti anche più cooperativi in altre situazioni della vita quotidiana. Terry Orlick[6], docente di Psicologia dello Sport all’Università di Ottawa, negli anni ottanta ha svolto una ricerca di durata di 18 settimane sull’influenza dei giochi cooperativi e il comportamento nelle scuole materne di Ottawa. Il progetto ha coinvolto 4 classi della stessa scuola di cui 2 seguivano un programma di giochi cooperativi mentre gli altri facevano il programma normale. Nella prima fase (8 settimane)i bambini giocavano 2 volte alla settimana per 30 minuti circa con una docente universitaria, e nella seconda fase  (10 settimane) le Maestre proseguivano con il monte ore raddoppiato le attività di giochi cooperativi. Il progetto era accompagnato da un gruppo di studenti, osservatori esterni che avevano il compito di valutare i comportamenti sociali. Le conclusioni al termine del progetto erano eclatanti: i gruppi che hanno seguito il programma delle attività cooperative ha mostrato anche  nella vita quotidiana una maggiore cooperazione, dall’accoglienza dei nuovi arrivati, al mettere a posto, al condividere giocatoli ecc. La litigiosità nei gruppi di controllo era molto più elevata. Gli insegnanti di questa scuola hanno deciso di applicare per tutte le classi uno stile cooperativo visto i risultati.

Se è vero che una volta i bambini imparavano in modo naturale le regole sociali ed i giochi venivano tramandati dai più grandi ai più piccoli, oggi queste condizioni non esistono più o solo di rado, allora non si può pretendere che i bambini imparino a giocare insieme  se nessuno gliel’ha mai insegnato. E’ come se a 3 anni dovessero già leggere e scrivere ma nessuno si è mai preoccupato ad insegnarglielo.

Tornando al nostro esempio dell’Y: avendo solo una gamba, dovrebbe aver uguale diritto di aver piacere nel movimento, ma questo diritto gli viene negato nel momento che noi come educatori poniamo tutto in una chiave competitiva (l’espressione verbale “vediamo chi è il più bravo” o “chi ha vinto?” induce già alla competizione) Lo stesso vale per la creatività, supponendo che Y ha anche solo un braccio (metaforicamente parlando). Se nell’età evolutiva ,che corrisponde alla fase dell’esplorazione e della scoperta, vengono stabilite precocemente i canoni del bello e del brutto (che per il bambino corrispondono all’ essere amato o no,) rischiamo di scoraggiare lo sviluppo del potenziale creativo che sta in ogni individuo. Se il bambino impara fin da piccolo che quello che fa non va bene,   alla fine non si impegna più. E  ha ragione. Perché dovrebbe esplorare e sperimentare  se i risultati non sono apprezzati dall’adulto?

Attraverso il gioco il bambino non impara solo di rapportarsi con gli altri ma soprattutto affina le sue competenze corporee, percettive e creative. Nel movimento (correre, arrampicarsi, strisciare, gattonare, prendere e lanciare) integra i suoi riflessi, impara ad orientarsi nello spazio, ad affinare la propriocezione (la reazione dei muscoli agli stimoli esterni). Il movimento gli permette di sviluppare la motricità grossa e fine necessaria per l’apprendimento scolastico.

Attraverso la percezione sensoriale si appropria di tutte quelle informazioni necessarie a costruirsi la conoscenza dell’ambiente circostante.

Attraverso la manipolazione (tagliare, incollare, montare, smontare, impastare, costruire, deformare…) egli acquisisce l’abilità manuale e la coordinazione occhio-mano e mente-mano necessaria per trasformare i progetti in realtà concrete, dando così alla sua fantasia una legittimità necessaria al suo sviluppo costante.

Fonte: Sigrid Loos e Karim Metref: Quando la testa ritrova il corpo, giochi ed attività per la scuola dell’infanzia, EGA, Torino 2003


[1]Penksapp Jaak: Affective Neuroscience. The Foundation of Hyman and Animal Emotions. Oxford University Press 1998[2] Katz Lawrence C./Manning Rubin: Keep your brain alive, Workman Publishing, NY. USA 1999

[3] Singer Dorothy and Jerome: The House of Make Believe, Childrens Play and the developing imagination, Harward University Press, Cambridge USA citato in: C. Hannaford vedi nota 4

[4] Carla Hannaford, Ph.D, “Awakening the  Child Heart, Handbook for Global Parenting” Jamilla  Nur, Publisging, Hawaii, 2002

[5] René Girard. Des choses cachées depuis la fondation du monde. Ed. Grasset. Paris. 1978

[6] Orlick T.: Winning through Cooperation, Akropolis Books Ltd, Washington, USA 1984

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