movimenti per la mente in movimento

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Danze in cerchio e movimenti di Brain Gym per celebrare l’abbondanza nella comunità

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel Manuale della Conferenza Internazionale di Brain Gym® a Denpasar, Bali 2013

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Il cerchio è un simbolo antichissimo e importantissimo, comune a tante culture del mondo. Viene usato per evocare i movimenti circolari della natura, innanzitutto delle stelle e del sole. Tracciare il cerchio ha il significato di creare una protezione. Il sole traccia apparentemente un cerchio intorno alla terra e segna il tempo. La ruota è anche un simbolo del sole e del ruotare del tempo, della sequenza delle stagioni e delle ore. Il simbolo evoca il ciclo del tempo e dell’universo che garantisce la crescita e la prosperità fisica e spirituale.

Molti rituali di moltissime culture, canti e danze si svolgono in cerchio. Per proteggere la casa, i campi o il bestiame i contadini camminavano in senso orario in cerchio per dare influssi positivi.  Le persone che ballano in cerchio, si tengono per mano, con la sinistra che riceve con il palmo rivolto al insù e la destra che dà con il palmo rivolto verso il basso condividendo l’energia del cerchio con tutti i partecipanti.

Il cerchio ha almeno due funzioni principali:

  1. proteggere la comunità da influenze esterne negative
  2. mantenere e accrescere l’energia positiva all’interno di un gruppo,
    evitandone la dispersione.

is (1)Danzare in cerchio enfatizza eventi speciali, rinforza la comunità e incoraggia la comunione. Lo spazio confinato dai danzatori è uno spazio privilegiato, sacro e distinto da quello esterno. I danzatori nel cerchio godono di un privilegio e sono protetti dagli eventi che succedono al di fuori.

Le danze in cerchio moderne sono nate negli anni ’70, promossi dalla Comunità di Findhorn in Scozia che ha raccolto e trasformato un vasto repertorio di danze popolari del mondo rendendole più semplici ed accessibili a persone di tutte le età e provenienze. Lo scopo è sperimentare la gioia di ballare insieme e di creare un senso di comunità, condividere la capacità di stare bene insieme.

Gli obiettivi più specifici delle danze in cerchio sono:

  • favorire una cultura di pace basandosi sui valori delle danze popolari
  • vivere in equilibrio con il proprio corpo e con le persone intorno a noi
  • sviluppare il concetto di uno stile di vita flessibile, armonioso e naturale
  • Recuperare il proprio ritmo vitale interiore attraverso un respirare, camminare e correre più consapevole e focalizzato
  • Essere più attenti al ritmo e al tempo mentre ci muoviamo in cerchio come gruppo.

L’andamento delle danze varia da lento a veloce, con tutte le gradazioni intermedie. Il ritmo influisce anche sull’umore e sulle emozioni: le danze lente sono più riflessive e meditative mentre le danze veloci sono più espressive ed energizzanti.

giu_95Negli anni ‘90 ho incontrato un gruppo di persone a Rovereto che insegnavano le danze ispirate dalla Comunità di Findhorn e per la prima volta ho sentito che le danze popolari potevano essere un’esperienza accessibile a tutti. In questa mia prima esperienza eravamo un gruppo di 30 persone di 15 paesi diversi, raccolti intorno alla gigantesca campana di Pace vicino a Rovereto. Alcuni di questi partecipanti non avevano mai ballato prima in vita loro, ma tutti furono coinvolti fin da subito e nessuno rimase fuori a guardare.

Vincenzo Barba, il nostro maestro di danze,  ci propose  un repertorio di danze in cerchio semplici che da allora fanno parte della mia cassetta degli attrezzi. Queste danze sono uno strumento favoloso per armonizzare il clima di gruppo, per riunire le persone, per rilassarsi e ricaricare le batterie esauste, per liberarsi dallo stress e armonizzare il corpo e la mente  rendendoci centrati e connessi.

20160314_195753_HDR~2~2 La combinazione dei movimenti di Brain Gym® con le danze in cerchio è una nuova possibilità di arricchire il nostro lavoro nei gruppi. Gli esercizi energetici del Brain Gym®, in particolare i Punti del cervello, della terra e dello spazio aiutano ad orientarci quando “ci perdiamo” confondendo il lato destro e sinistro, quando tutto sembra procedere troppo velocemente. Il Cappello pensatore e l’Elefante ci aiutano a trovare un senso migliore del ritmo della musica e il Cross-Crawl ci aiuta a coordinarci meglio. Il Dinamizzatore e la Respirazione addominale invece ci aiutano di ritrovare il nostro ritmo naturale di respirazione mentre ci muoviamo velocemente in cerchio.

Nel 2013 nella Conferenza internazionale di Brain Gym® la mia collega spagnola Isabel Compan abbiamo presentato un workshop basandoci sui principi qui esposti. Un articolo non può riprodurre l’esperienza che in un’ora ha permesso a venti partecipanti di imparare sei danze completamente nuove per loro ed estranee alla loro cultura, grazie  anche ai movimenti di Brain Gym® che abbiamo usato come strumenti di facilitazione. Non si può tramite il blog riprodurre questi benefici ma posso offrire questa formazione dove richiesto in un workshop di una giornata o di 12 ore.

NATURALMENTE GIOCANDO

un esperienza di giochi con e nella natura a San Giorgio a Cremano
di Sigrid Loos

 

Il gioco è l’esperienza naturale del bambino, si potrebbe dire: il suo lavoro congenito perché attraverso esso esplora il suo ambiente, sperimenta la sua fisicità ed impara le regole della convivenza. Almeno così dice la teoria. Ma tutto ciò è ancora valido oggi?

Noi che siamo cresciuti negli anni 50, 60, 70 e forse ancora negli anni 80 abbiamo popolato le piazze, le viuzze e i cortili giocando autonomamente con amici di diverse età e c’era sempre qualche adulto non appartenente alla nostra famiglia che ci metteva in riga quando ne combinavamo una grossa. Eravamo liberi e auto-gestiti e gli adulti interferivano ben poco nei nostri giochi almeno che non giocassimo in contesti come la parrocchia, gli scout o in ambito di allenamento sportivo.

Dagli anni ‘90 in poi con l’introduzione di gameboy, console e computer, la situazione è cambiata drasticamente. La tecnologia ormai regna sovrana nella camera e nella vita dei bambini e gli spazi del gioco autonomo sono quasi spariti nei contesti urbani.

La vita di un bambino oggi assomiglia più a quella di un manager con un’ agenda piena tra scuola, compiti, attività sportive e (anche se più raramente) artistiche; i momenti ludici sono spesso organizzati da un adulto educatore/animatore.

Un programma così fitto lascia poco spazio all’ozio e all’auto-gestione del gioco. Questa realtà ci induce alla domanda come possiamo recuperare quegli elementi del gioco libero esplorativo che sviluppa curiosità, creatività ed educa alla collaborazione e alla convivenza pacifica?

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Villa Falanga

Il Laboratorio Regionale Città dei bambini e delle bambine di San Giorgio a Cremano cerca di dare una risposta a questo quesito. Nel bel contesto di Villa Falanga, sede del progetto, il gruppo del Consiglio delle bambine e dei bambini è riuscito a far modificare il regolamento comunale dei parchi che vietava il gioco negli spazi pubblici e ad invitare gli amministratori di quei condomini dove è proibito giocare per adeguare il proprio regolamento nello spirito dell’art. 31 della “Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia” (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176), che garantisce ai bambini il loro diritto al gioco.

Ogni anno il secondo mercoledì di maggio si celebra la GIORNATA DEL GIOCO in cui tutti, adulti e bambini, sono invitati a giocare nella città che per l’occasione viene pedonalizzata e liberata dalle auto. San Giorgio a Cremano è la prima città della Regione Campania, che dedica dal 2006 una giornata feriale al gioco. Il giorno è lavorativo non per guadagnare un giorno di vacanza, ma per rompere lo schema adulto del lavoro separato dal piacere, dal gioco, dal rapporto con gli altri. Ed è lavorativo in modo che le scuole siano aperte, ma aperte solo per giocare: i docenti, i genitori e i bambini preparano questa giornata speciale in modo che a scuola, in quel giorno, si possa giocare.

La XI edizione della giornata del gioco del 2016 è intitolata “Natura-l-Mente giocando” e per l’occasione è stato predisposto anche un bando aperto a tutti i cittadini grandi e piccoli che vorranno partecipare, per la realizzazione di un catalogo cartaceo e multimediale di nuovi giochi legati ai parchi pubblici della città, in cui viene evidenziata la presenza del gioco all’aria aperta nel contesto urbano e i rapporti che si formano tra i bambini e il gioco o tra gli adulti e il gioco nelle sue varie accezioni in determinati luoghi.

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Esperti assaggiatori – è una sfida di scoprire che cosa si sta mangiando con il naso tappato

Da lì è partita l’esigenza di fornire strumenti agli insegnanti coinvolti nel progetto che dessero spunti per inventare nuovi giochi. E’ la terza volta che vengo invitata dal coordinatore della Città dei bambini e delle bambine, l’architetto Francesco Langella, per tenere un corso di formazione sulla tematica del gioco e l’importanza del movimento per l’apprendimento per gli insegnanti del territorio. I 26 partecipanti al corso hanno giocato con tutti i sensi esplorando in modo cooperativo per primo i due sensi corporei – la propriocezione e l’equilibrio – il tatto, l’udito e la vista come sensi legati alla neo-corteccia e infine l’olfatto e il gusto più vicini alla nostra istintività per poi concludere il percorso formativo con l’invenzione di nuovi giochi mediante una griglia morfologica.

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il Sindaco Giorgio Zinno con Francesco Langella, Coordinatore del progetto Città dei bambini e delle bambine e Sigrid Loos, conduttrice del corso

Alla fine del percorso siamo stati raggiunti dal Sindaco Giorgio Zinno che ha rinnovato l’impegno del comune a sostenere le iniziative del Laboratorio Regionale Città dei bambini e delle bambine. Non ho potuto fare a meno di ringraziare, a nome di tutti gli insegnanti presenti, il Comune che ha finanziato l’iniziativa dando cosi la possibilità ai partecipanti di arricchire il proprio bagaglio didattico con spunti pratici e immediatamente applicabili, cosa molto rara in Italia, così come hanno sottolineato le stesse insegnanti.

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la verifica finale del corso ci collega tutti in una grande ragnatela

Per me è sempre un piacere tornare in questa realtà vivace che cerca di contrapporre la fantasia e la creatività al degrado urbano di cui si parla tanto nell’area napoletana. I ragazzi che frequentano il laboratorio situato nella bellissima villa Falanga si sono impossessati degli spazi da cima in fondo con le loro creazioni, dalle sedie e tavoli a forma di nuvole che si trasformano in materassi quando vengono capovolti, alla scopa-monopattino e le tante altre invenzioni come la sedia-cavallo e il triciclo riciclato.

Per saperne di più potete visitare la pagina facebook della Città dei bambini al seguente link di facebook oppure guardare questo video

 

MALAWI, L’ALTOPIANO DEL MONTE CHAONE UN ESPERIENZA DI’ALTRI TEMPI

Il 2015 è il quarto anno in cui vado in Malawi come volontaria nelle missioni Monfortane e per fare formazione, sia con maestre delle scuole materne che con  giovani. Quest’anno, come già avvenuto l’anno scorso, tra le sfide molteplici, si è presentata l’occasione di un soggiorno sull’altopiano del Monte Chaone.

Qui, nel 2013, si recarono un gruppetto di giovani di Balaka tra quelli da me formati, insieme a due volontari di Bergamo, entusiasti delle tecniche apprese.

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Il primo villaggio che incontriamo salendo sull’altopiano del Chaone

Si tratta di una località sperduta, situata in un altopiano tra Zomba e Mpiri dove vivono, da un secolo circa 10.000 persone, con un’economia di sussistenza, piantando mais e ortaggi. Qui non esistono infrastrutture, né elettricità. E’ forte la tendenza al disboscamento, largamente praticato da tutti, poiché la carbonella è il combustibile utilizzato oltre che per cucinare, anche per il riscaldamento (nei mesi invernali le temperature raggiungono i 5 gradi)

Sono una ventina di villaggi e la popolazione degli Ayao è maggiormente musulmana mentre nel resto del Malawi prevalgono i cristiani.  L’altopiano si raggiunge unicamente a piedi, attraverso sentieri impervi, ripidi e – a volte – anche pericolosi che si trasformano in rivoli durante la stagione delle piogge. La strada nazionale dista circa 3 km di strada sterrata per arrivare al villaggio che funge da campo base.

La gente che ci vive trasporta, da valle  a monte, sulla propria testa, ogni genere di necessità: dai sacchi di cemento, alla legna, ai sacchi di mais… Sono soprattutto le donne che fanno questo lavoro.

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I ragazzi si preparano a portare il nostro materiale ul Monte

A valle un gruppetto di giovani si è specializzato nel lavoro di trasportatori. In una situazione molto povera ciò rappresenta un piccolo guadagno per le famiglie che abitano a valle (i nostri bagagli li hanno trasportati ragazzini di circa 10 anni!)

Uno dei primi progetti dei missionari monfortani fu la costruzione di un mulino che serviva a macinare il  mais perché la popolazione non fosse più costretta a portare a valle il raccolto per poi riportare indietro i sacchi di farina macinata. In seguito costruirono la chiesa e la scuola materna, aperta a tutti i bambini del posto, indipendentemente dalla loro provenienza religiosa.

Questa iniziativa ha posto le basi per la creazione di un Youth Center anche su Monte Chaone. Il motto del Chaone Youth Center è: “keep the trees growing” (“fate crescere gli alberi”)

Inizialmente erano i giovani che si radunavano intorno al campetto sportivo per far giocare i bambini, organizzando tornei di calcio e occupandosi di persone più bisognose, sullo stesso programma che normalmente viene fatto con i campi estivi a Balaka.

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In attesa degli scaffali i libri della biblioteca sono accastati sul tavolo

A questo punto il centro giovanile aveva bisogno di un posto fisso da qui l’idea di costruire una sede  che dovrebbe diventare non solo un luogo di studio e di socializzazione per i giovani ma anche un centro di alfabetizzazione per gli adulti che non hanno avuto la possibilità di frequentare la scuola. La scuola primaria esiste dal 1998 e fu costruita da una ONG inglese. Oggi è frequentata da 800 bambini.

Ora il Centro c’è e serve anche come Biblioteca, poiché, oltre alla scuola elementare e media non esiste altro luogo comune di socializzazione. Diventa perciò chiara l’importanza di uno spazio simile, per un luogo sperduto.

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Il nuovo ospedale con reparto maternità e pronto soccorso che aspetta la sua inaugurazione

I Monfortani, nel frattempo, avevano anche costruito un ospedale che dovrebbe  entrare in funzione dopo l’estate. In esso saranno attivi un Pronto Soccorso e il reparto di maternità, completamente assente per tutta questa comunità, dove le donne sono costrette a partorire in casa oppure a percorrere 3 ore di marcia  per raggiungere l’ospedale più vicino. Anche questa struttura sarà aperta per tutta la comunità e non solo per i cristiani.

Nel 2014, fu quindi posta la prima pietra per la costruzione della Biblioteca della Youth Center (centro giovanile), sulla base dell’esperienza del CYC di Balaka e, quest’estate nel 2015 ha preso funzione, grazie alla gestione della responsabile bibliotecaria mussulmana Asiatu James.

I libri della biblioteca provengono, per ora, dalla Biblioteca della Cecilia Youth Center.

Tutte queste attività hanno portato anche dei conflitti perché sono state vissute come invasive da alcuni membri della comunità locale, specialmente i capi villaggio. Infatti è per loro difficile comprendere le innovazioni portate dal CYC che vengono interpretate come un pretesto per portare la “cristianizzazione” nei villaggi. Alcuni villaggi vicini, perciò, reagirono in modo conflittuale, trattenendo i bambini dal partecipare alle attività proposte.

Tuttavia i giovani del posto sono riusciti a far comprendere ai loro genitori che le iniziative del CYC sono mirate all’emancipazione di tutti e porteranno vantaggi sia sul piano dello sviluppo culturale che su quello della valorizzazione delle risorse, per esempio col progetto di reimpiantare alberi, contrastando la tendenza al disboscamento.

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Il gruppo pratica qyalche movimento di Brain Gym

Durante il 2012 e 2013 gli insegnanti ella Scuola materna Santa Monica del Chaone erano scesi dalla montagna per frequentare il mio corso di formazione, insieme ad  insegnanti di altre scuole materne. Da questo lavoro nacque l’idea di un libro, intitolato Learn to move, move to learn, scritto da me. Che fu pubblicato dalla casa editrice Montfort Media di Balaka nel 2015.

Nel 2014 andai per vedere il lavoro svolto dalle insegnanti di Chaone. Quindi lavorai con loro e con 8 giovani sulle tecniche di gioco cooperativo e sul raccontare storie attraverso gli oggetti creati.

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giocando con il gruppetto degli insegnanti

Gli avvenimenti occorsi nel frattempo, anche in seguito alle situazioni conflittuali venutesi a creare, hanno comportato cambiamenti per cui, attualmente, il personale insegnante è solo locale. Di conseguenza, quest’anno, io ho lavorato il primo giorno con insegnanti nuovi e la partecipazione di Asiatu James, e il secondo giorno con studenti e insegnanti insieme. Con loro abbiamo lavorato utilizzando i giochi per la scuola materna raccolti nel libro sopracitato e ripetendo alcuni movimenti di Brain Gym® già praticati negli anni passati.

Nella scuola materna di Monte Chaone manca tutto. Hanno appena il gesso per scrivere. Gli unici materiali provengono dalla Missione. Anche il tempo da dedicare alle attività è scarso. Per esempio da quest’anno mandano i bambini a casa alle 11 perché non possono coprire le spese del pranzo.

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Giochiamo alle macchine con il gruppo degli insegnanti e dei giovani assistenti del Centro Giovanile

I libri sono scarsi e i pochi libri esistenti sono in lingua chichewa (loro parlano ayao simile al chichewa). Non essendoci abitudine alla lettura nemmeno hanno sviluppato l’abitudine all’uso di un libro per utilizzare le tecniche che illustra. Perciò, nonostante il testo sia stato tradotto anche nella lingua locale il metodo di apprendimento continua a basarsi sulla ripetizione di quanto viene mostrato (da qui la possibilità che venga poi riproposto). I miei allievi sono entusiasti e pieni di gratitudine per l’esperienza svolta anche quest’anno. Per questo tornerò ancora sul Monte Chaone.

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Che cosa mette in gioco il gioco?

La relazione tra Gioco ed apprendimento sembra ovvio eppure ci sono parecchi preconcetti e pregiudizi nei confronti del gioco infantile. Alcune persone sono convinte che i bambini devono studiare anziché giocare e dimenticano così la funzione importante del gioco: cioè che il gioco è il lavoro del bambino.  Il gioco ha un alto livello di motivazione e un potenziale intrinseco di piacere che permette a  bambini ed adulti di:

  • affrontare compiti prontamente e più volentieri
  • essere più aperti e responsabili verso l’apprendimento all’interno di un’attività di gioco
  • “provare” più volentieri avendo la sensazione che ci si può riuscire senza paura del fallimento
  • Imparare meglio dai coetanei lavorando in un gruppo reale
  • stabilire rapporti positivi e costruttivi con i co-giocatori
  • esplorare e capire cosa è meglio per sé
  • negoziare la propria risposta ad una situazione di apprendimento nell’attività ludica
  • mantenere un alto livello di focalizzazione ed interesse
  • essere propositivi e sentirsi coinvolti nelle attività ludiche

Uno dei più grandi attributi del gioco è che offre l’opportunità di vivere l’apprendimento senza saperlo: tutti noi impariamo più efficacemente attraverso I tentativi e gli errori, e il gioco è un modo non-minaccioso per affrontare il nuovo apprendimento e mantenere comunque l’autostima e confidenza in sé.

Per sostenere lo sviluppo sano del bambino sono necessari alcuni fondamentali presupposti:

  1. Il coinvolgimento dell’adulto
  2. Permettere ai bambini di condividere l’iniziativa  su ciò che deve essere appreso
  3. Incoraggiare i bambini di rischiare, di essere creativi e di giocare con le proprie idee
  4.  Organizzare l’assetto fisico per rendere le opportunità di apprendimento e di sviluppo più efficaci
  5. Sviluppare sistemi efficaci per l’osservazione e per la pianificazione delle attività successive

Il ruolo dell’adulto nel sostegno dell’apprendimento del bambino consiste nell’interazione. e accompagnamento. Gli adulti possono influenzare notevolmente lo sviluppo attraverso il proprio comportamento. L’adulto procura la struttura e il significato dei passi che aiutano il bambino ad esplorare le nuove esperienze con successo aggiungendoli così al suo apprendimento iniziale. La chiave di successo sta nel fatto di organizzare l’apprendimento in passi così piccoli che promettono successo, e sufficientemente difficili che sono motivanti e presentano una sfida.

L’apprendimento e lo sviluppo del bambino si estende con l’interazione dell’adulto. Quando un bambino viene lasciato a se stesso nell’esplorazione del nuovo, il suo gioco si svolgerà al livello attuale del suo sviluppo. Ma se un adulto si relaziona con il bambino in modo competente (usando le 5 tappe elencate sopra) il bambino sarà coinvolto in un gioco più complesso espandendo il suo sviluppo e il suo apprendimento nell’attività ludica.

Le più recenti ricerche mostrano che lo sviluppo neuro-fisiologico del cervello dipende anche dalla capacità dei bambini di connettere le aree di apprendimento attraverso l’esperienza nel gioco; attraverso l’esplorazione e la sperimentazione, attraverso  i rapporti reciproci e collaborativi. Gli adulti competenti useranno nel gioco con i bambini un’ampia gamma di strumenti che influenzano la crescita e lo sviluppo del cervello compreso il sostegno emotivo, la stimolazione di tutti i sensi, presentando nuove sfide, incoraggiando l’interazione sociale e l’apprendimento attivo. La neuro-scienza sottolinea l’importanza di un ambiente arricchente e stimolante per il bambino. Contrariamente,  gli ambienti poveri e stressanti possono creare seri danni al cervello nella prima infanzia.
Il gioco è importante per lo sviluppo e l’apprendimento del bambino. Il lavoro infantile è il gioco ed è necessario che gli adulti sostengono e espandono l’esperienza infantile del gioco in modo efficace.

Giocare con il cuore Un esperienza con Fred Donaldson, autore del libro “Playing by heart”

Sigrid e FredFred Donaldson, pedagogista e ricercatore americano, durante la conferenza internazionale di Brain Gym® a Bali nel 2013 ci ha illustrato la sua trentennale ricerca sul gioco originario, termine da lui coniato  per descrivere  un determinato modo libero e spontaneo di giocare.  Tutti gli animali di sangue caldo, incluso l’uomo, giocano per appropriarsi delle abilità necessarie alla sopravvivenza. L’invito a giocare sottosta ad un codice comune che si esprime nella postura, nello sguardo e nell’atteggiamento non aggressivo.

Per Fred Donaldson il gioco è spontaneo, libero e non strutturato, con un alta componente di fisicità e viene dal cuore. Se una persona gioca col cuore non bada ai risultati, alla competizione; piuttosto gioca per il gusto di giocare di interagire con gli altri, cercando il contatto, toccando, rotolandosi e muovendosi alla stessa altezza del suo interlocutore: a gattoni con gli animali e i bambini; in piedi con gli adulti. Il gioco diventa così una danza d’energia, espressione di pura gioia e soddisfazione.

Fred, nella sua trentennale carriera di giocatore di cuore ha giocato con tutti i tipi di animali domestici e selvatici come lupi, orsi ma anche con leoni e tigri in cattività. Il suo approccio è sempre lo stesso: a gattoni, le braccia leggermente inclinate, il sedere più alzato e la testa inclinata sul lato; l’occhio sinistro guarda l’occhio sinistro dell’interlocutore. Si tratta della tipica postura d’invito a giocare che assumano naturalmente gli animali. Come partecipanti abbiamo potuto sperimentare l’effetto dello sguardo ed in effetti, guardando con il nostro occhio sinistro nell’occhio sinistro del partner la maggior parte di noi si sentiva a proprio agio e accolto dall’altro, mentre  guardandoci occhio destro nell’occhio destro molti di noi hanno percepito un senso di minaccia come se guardassimo oltre e non vedessimo più l’altra persona nella sua totalità, ciò viene interpretato istintivamente come sguardo aggressivo.

In un altro sperimento Fred ci ha fatto spingere con il pugno nella mano aperta del nostro partner. L’ovvia reazione era che il partner ha posto resistenza inducendoci a spingere più forte, anche se non faceva parte della consegna. Abbiamo semplicemente riprodotto uno schema competitivo imparato. In secondo momento Fred ci ha invitato a rispondere alla spinta del pugno con un movimento fluido che ammorbidisce la spinta e fa diventare il movimento come una danza. Immediatamente si è creato un altro clima, la minaccia è diventata un gioco d’energia tra due persone. Alla fine ci siamo tutti seduti per terra schiena contro schiena a strofinarci l’uno contro l’altro in un unico grande groviglio di corpi gorgheggianti dalle risate. Giocando in questo modo ci sono tre regole fondamentali per noi adulti: niente, pugni e calci; niente solletico; niente presa forzata. Per i bambini non esistono regole. Siamo noi che dobbiamo re-imparare a muoverci con fluidità, a distinguere un tocco buono da quello cattivo, a riacquisire uno spirito gentile e la capacità di guardare oltre, abbandonare la tendenza all’autodifesa e sviluppare un senso di appartenenza e fiducia.

Se rispettiamo la prossemica nel gioco, cioè, ci mettiamo allo stesso livello del nostro interlocutore, possiamo giocare con chiunque risvegliando e appellandoci all’energia del cuore; in termini neurologici, all’energia dell’emisfero gestalt – camunamente il destro – che è orientato allo spazio, al contesto alla cooperazione e alla curiosità verso il nuovo.

Giocare in questo modo diventa una danza energetica tra due individui per il puro piacere di muoversi ed esplorare il mondo circostante insieme anziché una competizione in cui il più forte sopraffa il più debole.

Invento e gioco con te! Educare e apprendere attraverso l’espressione manuale ed il gioco

Esperienza formativa  per 34 educatori di AVSI a Goma, Repubblica Democratica del Congo condotta da Sigrid Loos e Silvana Ninivaggi

Quando Silvana Ninivaggi, scenografa alla TV, e fondatrice dell’Associazione CHEARTE (www.chearte.org) che si occupa della promozione della creatività, arte e espressività per bambini ed adulti, mi ha proposto di aderire ad un progetto di formazione in Congo, ho detto subito di sì. L’Africa suscita la mia curiosità da un po’ di tempo e mi piace accogliere nuove sfide.

Così siamo partite in ottobre per una formazione di sei  giorni, richiestaci  dall’Associazione AVSI,  che si occupa da tanti anni di progetti educativi in varie parti del mondo. AVSI opera da diversi anni nella zona del Kiwu, nel Congo Orientale, balzato sulle notizie dei media in novembre 2012 per i combattimenti tra  i ribelli e l’esercito congolese nei pressi di Goma, capoluogo della Provincia. E’ questa  una terra  ricca di minerali (coltan, oro e diamanti) e la contesa delle due fazioni mette in fuga la popolazione che poi trova rifugio nei campi profughi gestiti dalle varie organizzazioni umanitarie.

IL CONTESTO SOCIO-ECONOMICO

La Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire) è uno dei paesi africani più ricchi di minerali di tutti i tipi. Il coltan, un minerale raro e prezioso, necessario per i nostri cellulari e computer, si trova soprattutto nella provincia del Kiwu, nell’est del Congo, confinante con l’Uganda nel nord, il Ruanda e il Burundi nel centro e nel sud, dove le diverse fazioni sostenute da vari Paesi  del mondo si combattono per il controllo di quelle ricche terre da più di 10 anni.  La fine del conflitto non è ancora in vista.

P1040840Nonostante che il Kiwu sia una delle province più ricche del Congo, la gente vive in estrema povertà. Passando il confine con il Ruanda, dove le strade sono ben mantenute e pulite (il Ruanda merita, almeno in apparenza, l´attributo di “Svizzera dell’Africa”) ci si accorge subito della differenza: ad un chilometro dal confine finiscono le strade asfaltate, le quali diventano una specie di melma sassosa.  Passando in macchina, ci  si scuote come i pezzettini di frutta in un  frullatore. La gente si muove prevalentemente a piedi o con le motociclette o spingendo il caratteristico “Chucudù”, un monopattino di legno che serve a trasportare ogni tipo di merce e persone.

IL CONTESTO DELLA FORMAZIONE

Le ONG che si occupano delle necessità primarie alla sopravvivenza della popolazione nei campi profughi nella provincia di Goma sono già tante. L’UNICEF coordina gli interventi riguardanti i bambini.  L’AVSI in questo quadro gestisce, in coordinazione con altre ONG, gli spazi ludici e scolastici all’interno dei campi avvalendosi di educatori locali.

La formazione era rivolta a 34 educatori che lavorano su base IMG_0185progettuale finanziati dall’ AVSI, nei campi profughi intorno a Goma. I progetti educativi sono rivolti a minori dai 3 a 18 anni (anche se gli utenti spesso sono più giovani o più anziani). Abbiamo accolto la sfida di lavorare in un contesto di crisi permanente con educatori che devono gestire quotidianamente bambini fortemente traumatizzati, in un ambiente privo di stimoli e di materiali.  Il nostro compito era di fornire strumenti e metodi agli educatori che permettano loro di costruire giochi didattici, giocattoli con materiali reperibili sul terreno e di giocare con i bambini in modo cooperativo per creare un clima socio-affettivo che renda più facile vivere la difficile situazione in cui si trovano, con più spensieratezza e un po più di leggerezza.

Gli operatori sono stati suddivisi in due gruppi che hanno lavorato parallelamente, il gruppo A sulla costruzione con materiale di recupero, il gruppo B sui giochi cooperativi.

maschereI giochi e i giocattoli dei bambini congolesi vengono creati in base al materiale che si trova intorno a loro:  bottiglie, di plastica, tappi, lattine e legnetti possono trasformarsi in macchinine o addirittura nel caratteristico mezzo di trasporto, il “chukudù”, una specie di monopattino usato come trasporto di merci e persone e che si trova solo nella zona di Goma.  Il calcio è anche in Congo il gioco preferito da grandi e piccoli. E in mancanza di un pallone vero, ci si arrangia con pezzi di stoffa aggrovigliati e circondati con spago o, nel caso estremo, anche con una lattina vuota. Danze e canti sono gli elementi tradizionali nell’animazione, così come il racconto animato, attraverso il quale passano i messaggi educativi sulla famiglia, la religione (nel Kiwu la maggioranza è di religione cristiana), il lavoro e i valori sociali di una società contadina.

GLI OBIETTIVI DELLA FORMAZIONE

Il laboratorio creativo, aveva l’obiettivo di sperimentare concretamente come mettere “le mani in pasta”, senza la preoccupazione di un risultato finale precostituito.

P1040805Gli oggetti che sono stati realizzati sono utili per attività didattiche ed espressive condotte attraverso il gioco. Le attività manuali consentono di fare esperienze importanti come il coordinamento oculo-manuale, la concentrazione, l’iniziativa e di favorire la conoscenza di semplici nozioni: lo spazio, il colore, le forme, le grandezze, la composizione.

Lo scopo principale era di creare e costruire giochi e giocattoli unicamente con materiale reperibile nell’ambiente, con l’intento di fornire ai gruppi di operatori una cassetta contenente gli attrezzi necessari allo scopo: forbici, colla, matite colorate, carta riciclata e cartone, tappi, bottiglie ecc.

La sperimentazione  sul campo è stata anche un fondamentale: in effetti durante l’ultimo giorno della formazione tutti gli educatori hanno potuto mettere in pratica le nozioni apprese con i bambini del campo profughi di Kanyaruchinya alle porte di Goma.

Il laboratorio sul gioco aveva come obiettivo principale di fornire nuove metodologie di animazione che vadano oltre alle danze e ai giochi e canti tradizionali già in uso.

IMG_0346Il gioco non è solo un passatempo, ma attraverso di esso il bambino acquisisce le sue capacità e l´adulto ha la possibilità di sperimentarsi in situazioni nuove. L´obiettivo dei giochi cooperativi è di abolire il concetto di competizione inteso come sfida e vittoria sugli altri. La competizione intesa invece come la capacità di mettersi alla prova e di sfidare se stessi è quanto mai positiva e interessante per la crescita personale. Con i giochi cooperativi si cerca di concepire e di realizzare una collaborazione e un modo di stare assieme che mantenga e valorizzi l´originalità di ogni persona, la sua diversità, la sua creatività. Il gioco diventa così un mezzo di comunicazione che serve a creare un clima socio-affettivo nel gruppo.

SVOLGIMENTO

Ci siamo trovati ogni mattina in un hotel di Goma che ha ospitato la formazione e dopo un momento di accordo comune, i due gruppi si sono divisi e hanno ripreso i loro lavori in spazi separati. L’ultima ora della formazione è stata dedicata ad un confronto-scambio tra i due gruppi durante il quale il gruppo della manualità ha mostrato e illustrato le proprie creazioni e il gruppo del gioco ha presentato qualche gioco animando il gruppo intero. Questo metodo  di scambio di esperienze è stato  molto apprezzato.


IMG_0814Il sesto giorno della formazione è stato dedicato alla messa in pratica delle esperienze formative nel campo degli sfollati di Kanyaruchinya e Kibati che ospitano più di 50.000 persone tra adulti e bambini. Di conseguenza, la partecipazione nei laboratori di creatività e nell’animazione dei giochi ha superato ogni  nostra immaginazione. Ogni gruppo gestito da 3-4 animatori aveva un minimo di 150 bambini (nei giochi) e di 50 – 80 bambini negli spazi laboratoriali. In poco tempo sono stati costruiti semplici burattini e maschere di carta che i bambini hanno portato orgogliosi in giro per il campo mostrandoli a genitori e parenti

CONCLUSIONE GENERALE

Per noi formatrici è stata un’esperienza forte e significativa.

Ci ha colpito il fatto che ogni mattina, in attesa del nostro arrivo, anziché aspettare seduti e fermi, gli educatori si organizzassero per insegnare a vicenda canti, balli e giochi.

Abbiamo notato una certa difficoltà durante le spiegazioni, quindi possiamo dire che è preferibile “fare” anziché spiegare, anche se in molti casi è necessaria una parte teorica.  Oltre a questo, dobbiamo considerare che abbiamo introdotto concetti abbastanza sconosciuti ai partecipanti: giocare in maniera cooperativa, stimolare la creatività e per di più, con materiale che viene di solito buttato.

Siamo rimaste stupite e colpite dall’impegno di tutti gli educatori durante la mattinata nel campo e dalla fierezza di appartenere alla squadra di AVSI.

A considerazione di tutti, sia partecipanti che formatori si è rilevata la necessità di una prosecuzione al fine di rendere indipendenti gli educatori che poi potrebbero diventare formatori essi stessi.

Inoltre, come già individuato da alcuni educatori, queste competenze possono essere applicabili in ambito scolastico come supporto all’insegnamento delle materie.

Un prossimo modulo formativo potrebbe essere pensato per l’approfondimento di tutti gli aspetti già avviati, ma con il valore aggiunto dell’esperienza che gli educatori faranno nei prossimi mesi. Siamo convinte che sia essenziale avere un riscontro su tutto ciò che hanno messo  in pratica, sulle  difficoltà, il bisogno, gli effetti positivi o negativi e che quindi eventuali proposte di proseguimento possano giungere soprattutto da loro.

Per quanto riguarda il gruppo che ha partecipato al modulo dei giochi, sarebbe auspicabile continuare ad esplorarne le diverse modalità approfondendo gli aspetti dell’inventare i giochi con la griglia morfologica, le regole e l’utilizzo dei materiali per inventare altri giochi didattici.

Ringrazio SAilvana Ninivaggi per le foto messe a disposizione

Giochi cooperativi e movimenti di Brain Gym per riequilibrare l’energia in un gruppo

Presentazione al convengno internazionale di Brain Gym International, Fort Collins, Colorado 2012

Autrici: Isabel Compan (Spagna e Sigrid Loos (Italia)

“L’uomo gioca solo quando è nel pieno significato uomo ed è completamente uomo quando gioca”

–          Friedrich Schiller

P1040500Giocare è un’ attività comune a tutti i mammiferi di sangue caldo  e all’uomo. Durante il gioco il bambino (e l’adulto) affronta delle sfide e affina le proprie capacità fisiche e cognitive creando un rapporto con l’ambiente circostante e sviluppando schemi motori e la consapevolezza sensoriale.  Per il bambino piccolo, giocare significa innanzitutto  esplorare ed imitare. Per i bambini più grandi  è un mezzo di socializzazione per confrontarsi, sbagliare e affrontare le sfide.

Purtroppo negli ultimo 20 anni possiamo osservare  che i giochi strutturati in modo semplice stanno scomparendo dall’esperienza infantile. O meglio, l’interazione giocosa di movimento a cui ci riferiamo,  si è spostata ad un livello bi-dimensionale, dove i bambini interagiscono con computer, game-boys e cellulari anziché agire nel mondo tri-dimensionale.  I vecchi giochi orientati al movimento, che noi abbiamo giocato nelle strade e nei cortili, sembrano essere una specie in via d’estinzione. I risultati si vedono nelle nostre scuole dove sempre più bambini vengono etichettati come iperattivi, mancano di concentrazione e hanno difficoltà di apprendimento.

I bambini possono imparare tanto dai giochi strutturati (e non intendiamo qui le attività sportive). Pensando alla nostra infanzia ci sono tanti giochi che possono essere analizzati sotto l’aspetto tri-dimensionale dell’apprendimento: giocando alla campana, abbiamo imparato a coordinare la nostra vista e il nostro corpo, a rispettare il nostro turno.  Nei giochi come “uno due tre stella”, “le belle statuine” o “Regina reginella” (ce ne sono tante varianti di questo gioco nelle varie parti del mondo) abbiamo imparato l’auto-controllo, l’organizzazione, l’attenzione e il rispetto delle regole. E nella discussione delle regole abbiamo imparato a risolvere i nostri conflitti.

Come educatori dovremmo chiederci “quale esperienza giocosa vogliamo offrire ai nostri bambini?”

Nelle nostre scuole occidentali con un’alta percentuale di bambini migranti con competenze linguistiche scarse della lingua ospitante (ciò vale soprattutto per i nuovi arrivati) i giochi possono essere un mezzo potente per imparare l’accettazione, il rispetto, l’integrazione ed altre competenze sociali, oltre ad essere un linguaggio comune in tutte le culture. Bambini ed adulti possono imparare attraverso il gioco ad integrare le proprie emozioni e ciò può riflettersi positivamente su tutte le aree curricolari.

Quando parliamo di giochi, ci riferiamo strettamente a tutte le attività senso-motorie che coinvolgono l’intero sistema corpo-mente.

PERCHÉ GIOCARE IN MODO COOPERATIVO?

Nei miei 30 anni di esperienza formativa con gruppi di tutte le età, ho potuto osservare un comportamento comune. Un gruppo di estranei che si incontrano per la prima volta, si comportano spesso in modo riservato e ritirato, implicito nel nostro modo di affrontare le situazioni nuove. Il nostro istinto di sopravvivenza ci mette in allerta “cosa posso aspettarmi da questa esperienza”? “cosa penseranno gli altri di me”? I bambini tendono a ‘congelare’ o diventare iperattivi in tali situazioni.

Per creare un’ atmosfera che mi permette di rompere l’atteggiamento di difesa/congelamento devo proporre delle attività, che creano sicurezza (fisica e mentale) e che permettono di interagire e di conoscersi, iniziando ad un livello “basso” per creare un atmosfera di familiarità su cui posso costruire poi altre attività orientate al movimento e al gioco per favorire il nuovo apprendimento.

Il movimento può aiutarci ad uscire da uno stato di blocco o congelamento per entrare nel flusso dell’apprendimento

A questo proposito abbiamo 2 magnifici strumenti a disposizione per creare un clima positivo nei nostri gruppi di tutte le età: i movimenti di Brain Gym® e i giochi cooperativi (giochi senza perdenti).

La cooperazione è direttamente correlata alla comunicazione, coesione, fiducia e allo sviluppo delle competenze sociali positive. Attraverso le attività cooperative i bambini imparano a condividere, a mostrare empatia verso le emozioni degli altri e a collaborare insieme come un team – dove ogni giocatore è una parte necessaria di questo team fornendo il proprio contributo – e nessuno viene lasciato fuori, aspettando il proprio turno per poter giocare. Il fatto che i bambini lavorano insieme per un fine comune anziché contro gli altri, trasforma le risposte distruttive immediatamente in quelle costruttive: i giocatori si sentono una parte utile del gioco, e così si sentono più coinvolti. Il risultato è un senso di esito positivo anziché di rinuncia. Lo scopo dei giochi cooperativi è di rinforzare l’autostima, la fiducia in sé stessi  e di sentirsi accettati dal gruppo . Ed innanzitutto di divertirsi!

Nella Kinesiologia Educativa ci riferiamo alle tre dimensioni nell’apprendimento e nel movimento, e questi strumenti meravigliosi possono essere applicati a molti giochi.

Qui citiamo alcuni esempi:

LA DIMENSIONE DELLA FOCALIZZAZIONE

Parole chiavi: attraversare la linea mediana di partecipazione, anteriore-posteriore, Pinguini, Focus, comprensione

dimensione della focalizzazioneIl cervello rettile è fatto solo di 5% del cervello e comprende  alcune funzioni fondamentali, che garantiscono non solo la nostra sopravvivenza attraverso il meccanismo attacco/fuga o congelamento, ma anche tutte le funzioni automatiche che ci servono per essere attivi nella vita quotidiana.  La nostra integrazione sensoriale, la propriocezione, i  schemi motori e l’integrazione dei nostri riflessi primitivi si trovano nel cervello rettile. Esso è anche responsabile per l’attenzione focale e sostenuta, la concentrazione e la comprensione e la memoria, tutti necessari per l’apprendimento.

 

La dimensione della focalizzazione corrisponde al cervello di sopravvivenza. La focalizzazione è’ collegata con i sensi e i riflessi; è il primo passo per integrare i riferimenti del cervello nel nostro ambiente interno ed esterno. La consapevolezza del nostro corpo e l’uso specifico dei nostri sensi nei diversi giochi possono aiutarci a migliorare il nostro sviluppo. Quando giochiamo con ognuno dei nostri sensi e  delle nostre reazioni possiamo migliorare il nostro apprendimento ad ogni livello.

In seguito descriviamo alcune attività giocose per la dimensione della focalizzazione

PALLA GIOCOLIERA

Competenze richieste o rinforzate: attenzione focale e sostenuta, lanciare e afferrare una palla con precisione; memorizzare i nomi dei partecipanti

Numero dei giocatori: 5-15

Età: 8 anni in su

Materiale: tre palle morbide di colore diverso o di grandezza diversa.

Svolgimento:  tutti sono in cerchio. L’animatore lancia la palla ad  una persona opposta a lui, che la lancia a sua volta ad una terza persona ecc. finché tutti hanno avuto la palla solo una volta. Tutti devono memorizzare da chi hanno ricevuto la palla e a chi l’hanno lanciata. A questo punto l’animatore fa partire una seconda palla e una terza in modo che si crea una giocoleria di gruppo.

IL FAZZOLETTO BOLIVIANO

Competenze richieste o rinforzate: reazione veloce, attenzione sostenuta, astuzia

Numero dei giocatori: minimo 13,  meglio di più

Età: 7 anni in su

Materiale: un fazzoletto o un altro piccolo oggetto

Svolgimento: . I giocatori si siedono per terra, ognuno marcando il proprio posto con un segnaposto, con la faccia rivolta al centro formando così una croce. Una persona viene scelta come corridore e tiene un fazzoletto in mano. Il corridore fa un giro intorno alla croce, toccando l’ultimo giocatore di ogni riga. Quando ha compiuto un giro, lascia cadere il fazzoletto dietro la schiena dell’ultimo giocatore di una riga a sua scelta. A questo punto tutti i giocatori di questa riga (quindi un quarto dei giocatori) devono velocemente alzarsi in piedi e inseguire il corridore. Se riesce a compiere un giro del cerchio senza farsi prendere può accaparrarsi un posto libero nella riga, e uno degli inseguitori rimarrà fuori e farà il nuovo corridore nel giro successivo. Se viene preso, continua a girare intorno alla croce.

ATTENTI AL LUPO!

Competenze richieste o rinforzate: astuzia, cooperazione, orientamento spaziale, attenzione focale e sostenuta

Numero dei giocatori: 10 – 30

Età: 8 anni in su
Material: mollette per la metà del gruppo
Svolgimento:  la metà del gruppo ha delle mollette attaccate alla schiena l’altra metà è senza. Il lupo si aggira tra le pecore per rubarne una molletta. La pecora in pericolo può essere salvata da un’altra pecora senza mollette che gli prende la molletta e se la attacca a sé. Quando il lupo ha preso una molletta cambia ruolo con la pecora.

GATTO,  TOPO E FORMAGGIO SVIZZERO
Competenze richieste o rinforzate: allerta, attenzione sostenuta e focale, pronta reazione flessibilità, veloce cambio dei ruoli
Numero dei giocatori: almeno 10 (numero pari)
Età:  
8 anni in su
Materiale: nessuno
Svolgimento: I giocatori sono a coppie disposti in cerchio con un interspazio tra ogni coppia. Si sceglie un gatto e un topo. Il gatto insegue il topo intorno al cerchio. Quando lo prende, si invertono i ruoli. Quando il topo è stanco, si aggancia ad una coppia, e il terzo deve uscire e fare il gatto, e quindi l’ex-gatto diventa topo. Il gioco vive dal velocissimo scambio dei ruoli.

LA DIMENSIONE DELLA CENTRATURA

Parole-chiave: attraversare la linea mediana della stabilizzazione, superiore-inferiore, il nuotatore, emozioni, organizzazione.

 

dimensione centraturaIl cervello mediano limbico comprende 15% del nostro cervello intero ed è responsabile per la coordinazione della parte superiore e inferiore del corpo, per il nostro equilibrio emozionale nelle interazioni sociali, la nostra capacità di organizzare le cose intorno a noi e al nostro interno. Quando siamo centrati, siamo motivati e abbiamo un buon accesso alla nostra memoria sensoriale, e siamo capaci di organizzare, pianificare e delegare, e i nostri pensieri sono collegati con le nostre emozioni. Abbiamo un equilibrio statico e dinamico buono, siamo in grado di creare ordine, di allineare  le cose in sequenza e di interagire con gli altri in modo giocoso e cooperativo. Sappiamo chi siamo e a che luogo apparteniamo. La dimensione della centratura corrisponde all’autostima, responsabilità e motivazione.

PALLONCINI IN ARIA, A STAFFETTA, A TRENINO

Competenze richieste o rinforzate: coordinazione, organizzazione, cooperazione, interazione, controllo motorio
Numero dei giocatori6-50 (numero pari)
Età: 6 in su
Materiale
: palloncini di diversi colori, uno per ogni giocatore, musica vivace.
Svolgimento: tutti giocano liberamente con i palloncini cercando di tenerli OLYMPUS DIGITAL CAMERAsempre in aria. Poi il gruppo si siede in cerchio e fa passare diversi palloncini sulle mani, sui piedi, sulle braccia in cerchio, senza farli cadere. Quando i palloncini cadano per terra sono fuori gioco.
STAFFETTA: si formano coppie, ogni coppia tiene un palloncino tra sé usando varie parti del corpo tranne le mani. Le coppie ballano così al suono della musica e si scambiano ogni tanto i palloncini, senza usare le mani.
TRENINO: il gruppo si dispone in fila indiana, ognuno con un palloncino davanti a sé. Il trenino si muove lentamente attraverso la sala al ritmo della musica. Chi perde il palloncino si mette in testa al treno.

CAMMINATA COOPERATIVA DI GRUPPO
Competenze richieste o rinforzate: organizzazione, cooperazione, coordinazione
Numero dei giocatori:  5-10 su una riga
Età:
8 anni in su
Materiale: nessuno
Svolgimento:  i giocatori si dispongono su una riga stando spalla a spalla, in modo che il piede sinistro tocchi il piede destro del suo vicino di sinistra. In questo modo, il gruppo cerca di muoversi come un’unità. Riuscirà il gruppo a raggiungere il lato opposto del campo di gioco senza mai staccare i piedi da quelli dei vicini? Sembra  facile, ma non lo è affatto!

DAMMI LA MANO E TI DIRO’ CHI SEI
Competenze richieste o rinforzate: tocco, memoria tattile
Numero dei giocatori: minimo 10 (numero pari)
Età: 6 anni in su
Materiale
: nessuno
Svolgimento: Le coppie si dispongono di fronte su due righe. Ognuno tocca le mani del proprio partner memorizzandone le caratteristiche. Ogni giocatore di una riga chiude gli occhi e mette le mani davanti a sé.  I giocatori dell’altra riga, senza parlare, si mescolano e mettono le mani in quelle dei “ciechi”. Chi crede di aver riconosciuto il proprio compagno, chiede: “Sei tu?…” Il compagno muto risponde con una stretta di mano, se lo è se no, si ritira. Quando tutti si sono riconosciuti, si invertono i ruoli.

GRANDE ORECCHIO MI SENTI?
Competenze richieste o rinforzate: discernimento delle voci, memoria uditiva, orientamento spaziale
Numero dei giocatori: minimo 10
Età: 5 anni in su
Materiale
: nessuno
Svolgimento: Tutti sono allineati su una riga ad un lato del campo di gioco. Dall’altra parte sta un volontario con le spalle rivolte al gruppo. Uno dei giocatori in riga dice: ”grande orecchio mi senti?”. Il grande orecchio si gira e deve indovinare chi lo ha chiamato. Ha a sua disposizione tre tentativi,  poi scambia il posto con la persona che lo ha chiamato.

LA DIMENSIONE DELLA LATERALITÀ

Parole-chiave: attraversare la linea mediana per l’elaborazione, I robot, sinistra-destra, dondolio, comunicazione

 

dimensione lateralitàLa neo-corteccia è la parte che si è sviluppata più recentemente e comprende l’80% del cervello. Essa tratta l’integrazione destra-sinistra, la coordinazione degli occhi, delle orecchie, delle mani e dei piedi ed elabora il linguaggio. Tutte queste competenze sono necessarie per poter lavorare nel campo mediano quando leggiamo e scriviamo, pensiamo e comunichiamo. Nell’apprendimento elaboriamo le nuove informazioni attraverso l’osservazione, la comprensione concettuale, la pianificazione, il ragionamento logico e la questione fondamentale è: “Che cos’è?”

LE COSE IN COMUNE
Competenze richieste o rinforzate: osservazione, discernimento delle categorie, riconoscimento delle similitudini
Numero dei giocatori:
minimo 10
Età:
8 anni in su
Materiale
: nessuno
Svolgimento: un volontario sceglie un criterio secondo il quale creare dei sottogruppi senza comunicarlo ad alta voce agli altri. I gruppi devono indovinare che cosa hanno in comune.

IL BALLO DEL LABADU
Competenze richieste o rinforzate: lateralità, consapevolezza e conoscenza delle diverse parti del corpo
Numero dei partecipanti: almeno 10
Età:  3 anni in su
Materiale
: nessuno
Svolgimento: il gruppo in cerchio si tiene per mano e canta: “Balliamoci il labadù, labadù, labadù, balliamoci il labadù, laba, labadù” camminando prima verso destra, poi verso sinistra e finisce con un ù! L’animatore dopo ogni giro chiede: “sapete ballare il labadù?” il gruppo risponde  di sì; poi chiede di nuovo: “con le mani sulla testa dei vicini?” e il gruppo dice di no. Si fa il giro in questo modo. Si continua sempre con il gioco delle domande-risposte scendendo con le mani dalla testa lungo il corpo fino alle caviglie.

QUESTO È IL MIO NASO
Competenze richieste o rinforzate: lateralità, concentrazione, ascolto, osservazione, consapevolezza, attenzione
Numero dei giocatori:
2-30
Età:
5 anni in su
Materiale
: nessuno
Svolgimento: Tutti sono seduti in cerchio. L’animatore inizia il gioco dicendo alla persona alla sua destra:”questo è il mio naso”, mentre tocca la sua bocca. La persona al suo fianco si tocca la bocca e dice all’altra  “questo è il mio ginocchio sinistro” e così via finché tutti hanno si sono espressi.

IL GIOCO DELLE PAROLE-CHIAVE
Competenze richieste o rinforzate: Cooperazione, creatività, pensiero logico, condivisione.
Numero dei partecipanti: 10 e più
Età: 8 anni in su
Materiale
: carta e penna
Svolgimento: ogni partecipante scrive una parola- chiave legata ad un tema prescelto su un foglio di carta.
I foglietti piegati vengono raccolti e ridistribuiti tra tutti. In questo modo ogni partecipante avrà una parola diversa da quella che ha scritto. Tutti si dividono in piccoli gruppi e ogni gruppo, confrontandosi sulle parole-chiave deve formulare un breve testo che rispecchia l’opinione del gruppo rispetto al tema prescelto. I testi vengono letti ad alta voce da ogni gruppo alla fine.

Quando riusciamo a combinare i giochi cooperativi con i movimenti di Brain Gym per riequilibrarci possiamo rinforzare un’ interazione giocosa basata sul rispetto reciproco e sulla cooperazione nei nostri gruppi di tutte le età.

Siamo convinti che i giochi siano un modo naturale per integrare tutti i livelli del cervello e le funzioni fisiche, emozionali e comunicative dell’apprendimento, creando un’atmosfera rilassante e piacevole tra i giocatori. Come esseri umani siamo degli esploratori innati, ci piace la complicità e le sfide e il piacere del giocare può riportare questi aspetti anche a noi adulti. In questo modo, possiamo vivere la nostra vita in modo più rilassato e giocoso. Provateci!


ESPERIENZA DI FORMAZIONE IN MALAWI

Nel tardo 2010 ho ricevuto una e-mail da un’educatrice italiana, che mi chiedeva aiuto per una formazione, su base volontaria per educatori e bibliotecari del Cecilia Youth Centre in Malawi.

Da un po’ di tempo pensavo ad un’esperienza simile e, finalmente, la mia chance sembrava arrivata.

INFORMAZIONI UTILI SUL MALAWI

Il Malawi è uno dei sei paesi più poveri al mondo. L’aspettativa di vita è di 41 anni e il tasso di mortalità infantile è altissimo. La percentuale di malati di Aids è tra le più elevate al mondo, è presente una delle forme più maligne di malaria, oltre che alle comuni patologie come la febbre tifoide, la meningite e l’epatite A, il colera.

L’economia si basa soprattutto sull’agricoltura (tè nel nord; tabacco, cotone, canna di zucchero, riso e sorgo nel centro e sud del Malawi).

La farina di mais è utilizzata per cucinare la polenta che rappresenta il piatto principale, insieme ai fagioli.

In Malawi l’educazione primaria non è obbligatoria, anche se la Costituzione richiede che almeno tutti abbiamo frequentato cinque anni di scuola. Le scuole del governo ospitano da 100 a 200 alunni per classe.

Non esistono scuole materne statali, sono gestite esclusivamente da ONG e missionari.

Non è prevista neanche una formazione specifica per le insegnanti della scuola primaria, che solitamente hanno conseguito solo il diploma di maturità.

I Padri Monfortani che mi hanno ospitato, gestiscono diverse missioni; io ho alloggiato a Balaka, a sud del lago Malawi, dove si trova la comunità più grande. Qui sono state realizzate molte opere: oltre al Cecilia Youth Center, una clinica ospedaliera, un’azienda alimentare che produce marmellate e formaggi, la cooperativa Chifundo che produce oggetti di artigianato locale e farmaci tradizionali, la Casa a Metà Strada (casa alloggio per ex prigionieri che ricevono una formazione di base), un Centro di formazione per donne gestito dall’organizzazione delle donne cattoliche, la casa editrice Montfortmedia con tipografia annessa,  Luntha TV che trasmette in quasi tutto il Malawi, diverse scuole materne ed elementari e la Cooperativa Andiamo che sostiene una  scuola e un centro professionale.

CECILIA YOUTH CENTRE

Il Cecilia Youth Centre (C.Y.C.) è un centro diurno, progetto dei padri missionari Montfortani, nato circa sei anni fa, grazie al contributo di una coppia di Bergamo che aveva subito la grave perdita della figlia Cecilia in seguito ad una meningite non diagnosticata. Come risposta per elaborare il loro lutto hanno deciso di dedicare un po’denaro e tanto tempo a bambini bisognosi di loro, che avevano perso uno o entrambi i genitori e che avevano bisogno di sostegno educativo.

Il C.Y.C è ora gestito da quattro educatori a tempo pieno e due bibliotecari, responsabili della biblioteca, aperta tutto il giorno, frequentata soprattutto da studenti della scuola secondaria che hanno bisogno di un posto tranquillo per studiare e i libri di testo che non trovano a scuola.

Dal momento che la maggior parte delle scuole funzionano su turni, uno al mattino e l’altro al pomeriggio, tutti gli studenti possono fruire del servizio.

Il centro giovanile accoglie bambini dai tre ai venti anni che provengono dai villaggi circostanti, i più grandi portano i fratelli più piccoli a volte anche sulla schiena.

Le attività sono pomeridiane (il sabato dalle 8.30 alle 17.00); durante i mesi di vacanza il centro è aperto anche alla mattina e organizza attività per l’intera giornata. Le proposte creative si alternano a momenti di narrazione, giochi di ruolo, ad attività espressive come le danze tradizionali e giochi di movimento, a sport per adolescenti (tennis, pallavolo, basket, calcio) e  lavoro donato alle persone bisognose nel vicinato, il lavoro della Carità.

L’educazione alla salute è una delle tematiche principali, trasversali a tutte le attività così come l’educazione ambientale e al rispetto al diverso. La frequenza alla scuola e i buoni risultati sono l’obiettivo grande  da perseguire. La maggior parte dei bambini va a scuola e quando i genitori sono in difficoltà nel pagare la retta, il centro concede borse di studio. Nella libreria è stato attivato anche un corso di computer, molto ambito dagli adolescenti.

Più di 200 bambini arrivano ogni giorno per partecipare alle attività e fanno fatica ad andarsene alla sera, tipica la loro frase “tanto a noi non ci bada nessuno”.

Durante le loro vacanze estive, natalizie e pasquali il CYC organizza campi gioco-lavoro che raccolgono 400 bambini, nel 2012 le iscrizioni raccolte sono state  500.

Da qui  la richiesta specifica di un corso di formazione per un gruppo di  giovani, futuri assistenti del campo estivo. Anche gli educatori assunti necessitavano di un corso di formazione completo e applicabile alle diverse fasce d’età, avendo ricevuto negli anni da volontari italiani suggerimenti e formazioni discontinue.

OBIETTIVI DELLA MIA PROPOSTA

Ho suggerito di introdurre giochi cooperativi e Brain Gym come strumento per un sostegno educativo. La proposta è stata accolta con entusiasmo e la mia avventura è iniziata il 22 maggio 2012.

Il  percorso di formazione è stato strutturato per gli educatori del C.Y.C. per le maestre d’asilo e per i giovani.

CON GLI EDUCATORI : CORSO DI BRAIN GYM® 101

Gli educatori erano entusiasti di ricevere un training completo spendibile nel loro contesto educativo. I movimenti di Brain gym oltre che divertire, possono aiutare i bambini ad imparare più facilmente. Hanno potuto sperimentare direttamente riproponendo al pomeriggio le attività imparate al mattino.

Uno degli educatori ha praticato i quattro movimenti “Pace” con la sua famiglia, e ci raccontava come i suoi bambini fossero più calmi e concentrati. Tutta la famiglia ha sentito l’immediato beneficio dei movimenti di Brain Gym.

Gli educatori inoltre hanno potuto consolidare la nuova tecnica partecipando ai momenti di formazione con gli insegnanti di scuola materna. Nonostante tutto, durante la verifica finale, è emerso il bisogno di aver più tempo per consolidare i nuovi apprendimenti.

CON LE MAESTRE D’ASILO:  CORSO DI GIOCHI COOPERATIVI  E  BRAIN GYM®

Durante questa formazione mi sono concentrata sulla combinazione di attività cooperative giocose e alcuni movimenti di Brain gym.

I movimenti PACE erano il nostro rituale di apertura in ogni sessione. Abbiamo giocato con il disegno: con il movimento a specchio, nell’aria, sulla carta. Abbiamo giocato con l’ 8 dell’infinito, con il movimento del corpo, disegnandolo nel vuoto e sulla carta, abbiamo giocato con la fantasia, trasformandolo in farfalle elefanti, formiche.

Abbiamo combinato esercizi energetici, movimenti di allungamento, movimenti della linea mediana per rinforzare, in modo divertente, ciò che avevano imparato precedentemente.

CON I GIOVANI ASSISTENTI: CORSO DI GIOCHI COOPERATIVI 

Gi educatori hanno scelto un gruppo di diciotto adolescenti da formare nei giochi cooperativi, per essere preparati per l’imminente centro estivo, per il quale aspettavano 500 bambini.

La formazione si concentrava su giochi senza vincitori per gruppi diversi d’età, in diverse situazioni e con  diverso numero di partecipanti.

Il concetto dei giochi cooperativi non era familiare per questi ragazzi, calcio e pallavolo erano i loro preferiti.

Ho potuto osservare che vincere o perdere non era un gran problema per questi bambini, anche se c’erano a volte piccoli litigi sull’esito dei giochi, con chiassose discussioni. Era importante per i giovani conoscere giochi adatti per bambini più piccoli e dovevano essere loro per primi a praticarli. Mi sono stupita dell’entusiasmo che hanno mostrato nel giocare quando, sono certa che coetanei occidentali avrebbero considerato i giochi stupidi, noiosi e per piccoli.

Questi giovani hanno mostrato un grande senso di responsabilità e maturità. Quando hanno messo in pratica i giochi imparati con un gruppo di 160 bambini, durante l’attività dell’ultimo sabato, hanno scoperto il valore di questi giochi. È stata una gioia immensa vedere l’impegno e la cura di verso i piccoli durante le due ore e mezza di gioco, sotto un sole cocente, in un campo di calcio polveroso e senza ombra.

PUNTI DI FORZA, SFIDE E PROSPETTIVE FUTURE

I punti di forza sono stati la giocosità e l’attenzione che il gruppo di insegnanti, educatori e animatori hanno mostrato durante il training.

 Ho  visto raramente giocare con tale intensità e autenticità, senza alcuna  preoccupazione a chi poteva vedere e quindi pensare.

Per me è stata la prima esperienza d’insegnamento in un contesto non europeo, così povero e molte sfide mi aspettavano.

La conoscenza della lingua inglese è piuttosto scarsa perché, anche se l’inglese fa parte del programma scolastico, non viene parlata nella vita quotidiana. La comunicazione non era difficile ma lo diventava quando si trattava di spiegare concetti più complessi. Ho incoraggiato la traduzione nella lingua chichewa e questo ha funzionato.

L’insegnamento in Malawi è ancora un apprendimento meccanico attraverso la ripetizione verbale, con pochissimi sussidi visivi; lavagne e gesso (quando ci sono) hanno scarsa qualità e a volte si fa fatica a leggere ciò che è stato scritto, la poca luce diurna nei posti chiusi e l’assenza di elettricità è sicuramente complice alla scarso livello di apprendimento.

La tradizione impone (anche alle scuole materne), che la lezione sia un momento molto serio e strutturato in cui si debba stare seduto in silenzio, senza porre domande. Matite e quaderni spesso mancano. Questo tipo di situazione di apprendimento produce degli osservatori attenti che fanno le cose copiandole ma “dormienti” che non si pongono domande su quello che succede intorno a loro.

In questa prima esperienza ho visto crescere molti germogli, ma c’è ancora molto da fare per quanto riguarda la formazione degli insegnanti.

Ho intenzione di ritornare nel maggio 2013.

RICHIESTA DI AIUTO PER REALIZZARE UN SOGNO

Il sogno è una “Sala Polivalente” per giochi, incontri, dibattiti ed eventi.

Gli spazi attuali sono diventati troppo piccoli per il sempre crescente numero dei bambini che hanno trovato una casa nel centro.

La sala sarà utilizzata dai piccoli e dagli adolescenti anche per attività ricreative, di movimento e di manualità, in modo che si differenzino gli spazi e nella biblioteca possano studiare in tranquillità. Sarà anche un luogo di riparo  nei lunghi mesi della pioggia.

Il terreno è già disponibile adiacente al centro; i genitori dei bambini si impegnano a far cuocere i mattoni e a procurare la sabbia al fiume.

Con la generosità di tanti, tutti insieme possiamo aiutare i bambini della Casa di Cecilia a realizzare il loro sogno.

Contributi, di qualsiasi cifra, possono essere versati sul conto corrente dei Missionari Monfortani di Bergamo

Responsabile diretto:   Padre Piergiorgio Gamba, P.O.Box 280, Balaka. montfortmedia@gmail.com

Missioni Monfortane Onlus, Bergamo    tel 035-4175119  onlus@missionarimonfortani.it

Riferimenti bancari:   Banca Popolare di Vicenza (agenzia di Bergamo)

IBAN     IT-65-R-05728-11116- 818570002592

Perchè giocare in modo cooperativo?

” I giochi competitivi sono divertenti solo per i vincitori, i giochi cooperativi sono divertenti per tutti “. Questa considerazione fatta da un bambino di 8 anni che ha partecipato ad uno dei miei laboratori sui giochi cooperativi dovrebbe far riflettere tutti quelli che sono ancora convinti che l’agonismo sia un sano e necessario principio di educazione.. Se è vero che il gioco prepara il bambino alla vita da adulto in un determinato contesto sociale e culturale, dovremmo interrogarci innanzitutto sul tipo di gioco che  offriamo ai nostri bambini.

George Leonhard (1) uno dei principali ideatori dei giochi cooperativi (chiamati anche “New Games  = giochi nuovi) “riscoperti” dal movimento della cultura alternativa californiana negli anni ’60, considera il modo in  cui  si gioca  più  importante del risultato perché esso sarebbe una espressione dell’atteggiamento verso la vita in generale.

Il gioco cooperativo nel suo scopo di raggiungere una meta comune, mettendo insieme tutte le capacità creative e fisiche dei partecipanti, mi ha affascinato da quando ho letto per la prima volta la descrizione di questi giochi (2).

Venendo da una esperienza piuttosto negativa rispetto al gioco (fin da piccola mi sono sempre sentita ‘imbranata’ ed incapace e di conseguenza,  esclusa dal gioco sportivo o di socializzazione)  che mi ha fatto passare la voglia di giocare, ho riscoperto da adulta la bellezza e il divertimento del giocare  insieme, in modo cooperativo. E questa esperienza mi ha spinto a divulgare questo tipo di giochi.

Un detto ricorrente nell’ambito educativo è che i bambini devono imparare a perdere, perciò bisogna abituarli attraverso il gioco competitivo. Mi sto chiedendo però: chi insegna a questi bambini ad essere sufficientemente forti per essere in grado di subire la frustrazione che comporta la sconfitta soprattutto quando si tratta di tutta una serie di sconfitte?

Il gioco competitivo purtroppo non permette a tutti di essere vincitori; anzi, chi è più forte o più furbo, diventa il primo, e spesso si crea un atteggiamento di prepotenza e disprezzo verso i perdenti. C’è un altro fattore psicologico che purtroppo viene troppo poco considerato: i “gloriosi vincitori, per mantenere la propria autostima, che si basa appunto sulla vittoria, alla fine non si mettono più in gioco laddove temono di non essere all’altezza della situazione, quindi il risultato della vittoria non è garantita. Così si possono facilmente creare atteggiamenti di rifiuto verso il gioco sia da parte dei vincitori che dalla parte dei perdenti troppo frustrati, paradossalmente per lo stesso motivo: l’autostima minacciata.

“Se non c’è la sfida, non c’è rendimento” è un altra opinione comune che si può facilmente smontare. Perché bisogna sfidare un’altra persona e sopraffarla per vincerla anche se si tratta solo di un gioco?

Il misurarsi ad ogni costo con gli altri (che spesso è un misurarsi contro) permette solo al più forte di godersi la soddisfazione. I perdenti perdono alla fine anche la voglia di accettare questa sfida che per loro significa solo sconfitta.

Sarebbe più sano per lo sviluppo personale del bambino come suggerisce uno dei più noti ricercatori canadese   – Terry Orlick (3) –  nel campo della cooperazione,  di paragonare i risultati personali con quelli del giorno o della settimana precedente invece che con quelli degli altri compagni.

Questo sistema darebbe anche al più debole lo stimolo di verificare il proprio miglioramento, senza sottoporlo all’ansia di non essere all’altezza della situazione!

Ciò non significa che d’ora in poi non possiamo più accettare la competizione o la sfida. Anzi, ambedue sono importanti ingredienti per rendere l’attività stimolante, come il sale nella minestra: quando ce n’è troppo, è disgustoso, quando manca, la minestra è insipida. Si tratta piuttosto di verificare che valore  diamo a questi ingredienti e in che misura li usiamo. La sfida con me stessa, con le mie capacità, in vista di un miglioramento, è giustificabile. Quindi potremo intendere la competizione come sfida. La competizione intesa come sopraffazione dell’altro trova difficilmente una giustificazione in un contesto di educazione alla pace e alla nonviolenza.

Il gioco in genere è sempre lo specchio della società: Se i nostri giochi sono prevalentemente competitivi, significa che in essa prevale il concetto della competizione e dell’agonismo. Ci sono tuttavia civiltà su questo globo, spesso da noi presuntuosamente chiamate “primitive”, che non conoscono di fatto la competizione nel gioco (4). Gli Inuit dell’Alaska, o i popoli delle Isole dell’Oceano Pacifico (i Papua della Nuova Guinea ad es.) considerano la competizione una cosa immorale e non degna dell’uomo. I loro  giochi sono nettamente cooperativi e la loro struttura sociale si basa sulla condivisione di tutti i beni  prodotti della società. Quabndo i primi missionari introdussero i giochi competitivi come il calcio, i    bambini di queste società non riuscirono a capire perché doveva vincere l’altra squadra. Lo scopo ideale per loro  era pareggiare in un gioco di squadra, il che richiede spesso una grande abilità e sintonia con l’altra squadra. Concetti che ci sembrano difficile da concepire, noi che siamo talmente condizionati a vincere l’altro.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEI GIOCHI COOPERATIVI?

Ho già accennato alla sfida come ingrediente importante, intesa come sfida con sé stessi, per superare i propri limiti a livello fisico e psicologico. Quindi l’avversario si trasforma in oggetti o in atteggiamenti. Scopriremo la nostra ansia di aprirci in un gruppo di persone che non conosciamo, davanti a situazioni nuove o insolite ecc. La sfida è intesa anche come superamento di ostacoli fisici (la paura del contatto fisico, l’auto-giudizio del poco sportivo, del poco espressivo ecc.).

La sfida però richiede anche fiducia in sé stessi e negli altri. Questa fiducia si crea quando un gruppo di giocatori si tratta in modo cauto e rispettoso durante il gioco compensando così le differenze. Nessuno viene forzato ad esporsi al centro se ha paura o se si vergogna o se sente che questo gioco potrebbe minacciare la propria salute fisica. La fiducia quindi diventa un valore che si acquisisce durante il gioco e dipende dal modo di giocare cioè leale e rispettoso.

Sfida e fiducia si possono solo sviluppare in un ambiente che induce la sicurezza. Qui si tratta non solo della sicurezza fisica (il campo da gioco privo di ostacoli e oggetti che possono provocare incidenti) ma anche della sicurezza psicologica. Il fatto di non dover aver paura  di essere deriso dal gruppo (oppure almeno di poter esprimerla davanti al gruppo) o l’ansia provocata dall’attività “ad occhi chiusi” ecc. I giocatori coscienti che si mettono d’accordo sulle regole in comune da rispettare ed un atteggiamento cauto, reciproco  sono gli elementi preliminari per la sicurezza. Ogni attività può comportare un certo rischio, perciò è importante ricordare ai giocatori questi principali elementi.

Infine cosa sarebbe il gioco senza quel pizzico di fantasia che suscita la nostra espressione    commediante e ci fa uscire dalla realtà per vivere un attimo una dimensione più creativa?

Infatti facciamo un grande passo fuori dalla realtà quotidiana quando nel gioco assumiamo altri ruoli, creando così uno spazio libero in cui possiamo vivere rilassati tutto quello che non oseremo mai fare nel mondo reale per paura delle conseguenze. Canti, versetti, movimenti corporali sono elementi che mantengono l’attenzione al gioco, lo completano e permettono, inoltre, all’individuo di dimenticare per un tempo determinato il suo quotidiano, vivendo pienamente quella parte creativa che spesso sembra    sepolta da frustrazioni ed esperienze negative.

La tipologia di questi giochi varia da attività per spazi limitati (lo sgabuzzino, o l’ascensore bloccato per causa  di un corto circuito) fino a giochi da attuare in spazi ampi con tante persone (in palestra o nel prato. La caratteristica più importante, forse è che non hanno bisogno di materiale. L’unico materiale     necessario sono le persone disposte a mettersi in gioco. Se ad esempio mi manca la palla per giocare a pallone, posso trovare un qualsiasi sostitutivo che potrebbe essere un calzino arrotolato, una pallina di carta, oppure – perché no ? – una lattina di coca. Non devo rinunciare al gioco per mancanza di materiale;  al limite creo una palla di fantasia che si trasforma ogni volta che la lancio ad un altra persona.

Lo spirito che sta alla base di questi giochi è di rimanere flessibili ed adattare il gioco ad ogni esigenza di persone, materiale o ambiente, e non viceversa. Non esiste il gioco non adatto ad un determinato tipo di gruppo. Se voglio far muovere un gruppo di anziani, adatto un gioco di movimento alle loro capacità  fisiche. Se voglio proporre un gioco ad un gruppo misto con portatori di handicap psicofisico devo modificare le regole in modo che anche loro possono seguire e divertirsi.

Dipende molto dalla flessibilità e la fantasia dell’animatore se un gioco va bene per tutti gli ambiti e caratteristiche del gruppo.

Perfino l’autodeterminazione nella gestione del gruppo è un elemento importante. È fondamentale la conoscenza dei giochi da parte del gruppo e la volontà dell’animatore di lasciare lo spazio propositivo al gruppo. Se il gioco è fatto per i giocatori, dovrebbe anche essere progettato, animato e controllato da loro.

Ciò viene sollecitato dall’animatore attraverso il modo di animare, ma soprattutto mediante la partecipazione in prima persona al gioco. Man mano che il gruppo si familiarizza con questo tipo di giochi, può ritirarsi e lasciare lo spazio all’autogestione dei partecipanti. Se siamo noi a determinare le regole e    le loro modificazioni nel gioco, esso diventa veramente nostro.

Per are ai partecipanti del convegno un esempio concreto dello svolgimento di un gioco cooperativo attuato pure in una situazione ambientale che permette solo limitatamente l’interazione e il movimento abbiamo scelto un’attività “contenitore” che può essere  utilizzato in qualsiasi momento per qualsiasi gruppo e contesto. Lo descriviamo in seguito riportando i risultati che i partecipanti  ci hanno conferiti.

IL GIOCO DELLE PAROLE CHIAVI

Finalitài: elaborare un testo, una improvisazione teatrale o un disegno che esprime l’opinione dei membri di un sotto gruppo rispetto ad un tema prestabilito (nel nostro caso: “Le impressioni conclusive  rispetto le esperienze vissute durante il convegno)

Svolgimento: ogni partecipante scrive una parole chiave su un bigliettino che rispecchia la sua opinione rispetto al tema prestabilito. I biglietti piegati vengono raccolti e ridistribuiti in modo che ciascuno abbia una parola chiave di un’altra persona.  Si formano gruppi di 4 o 5 persone che devono confrontarsi sulle parole chiavi, discuterne e trovare un modo per esprimere usando le parole, l’opinione del piccolo gruppo rispetto al tema. L’elaborazione nel nostro caso era un breve testo. Si lasciano 10 a 30 minuti di tempo  per l’elaborazione. Alla fine avviene la lettura o la rappresentazione dell’elaborato.

Alcuni esempi di elaborati di gruppo:

In molte attività di questo convegno siamo entrati in relazione reciproca, con  divertimento, producendo un circolo di energia e liberando le tensioni del corpo dalla pancia alla testa.

Aristotole presente al convegno in incognito, ha comunicato al gruppo che: se fiducia è accettazione e accettazione è gioia allora fiducia è gioia.

In una sala di Roma si pensa, si parla, si riflette di pace e benessere. Il gruppo tende all’integrazione di tutti nella totalità di corpi e menti. Il risultato di  questo convegno è tanta energia.

Un alieno, un utopita, Aristotole nel 2000, Tedoly dog, un Jolly. La storia si svolge nel presente, in un luogo che li accoglie armoniosamente. Entra in scena l’alieno che viene festosamente accolto e guidato dal cane e scrutato attentamente da Aristotole e dall’utopista che gli corre incontro abbracciandolo, mentre il Jolly felice, suonando campanelli, danza dall’uno all’altro.

(parole chiavi: Apertura, Accoglienza, Creatività, Immaginazione guidata)

La globalità permette un apprendimento lento, gioioso e in piena libertà.

Mai attraverso un percorso di espressione creativa in alcuni workshop, abbiamo vissuto l’integrazione delle nostre specificità, dei nostri linguaggi creativi arrivando ad un’unica consapevolezza: integrare corpo, mente, emozioni.

Per apprendere nell’armonia e nel divertimento bisogna usare metodi  alternativi e tuffarsi nei multiconcetti.

L’apprendimento non è solo comunicazione ma anche lo specchio dell’autoriferimento – che possa essere piacevole, non è solo un sogno.

Totalmente esprimo tutto me stesso integrando felicità e problemi.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) George Leonhard: The ultimate athlete

(2) Flügelmann/Tembeck: The New Games Book, vol. 1-2, Headlands Press, San Francisco, Ca. USA

(3) Terry Orlick: The cooperative sports and games book, Pantheon Books, USA 1978

(4) Sigrid Loos: Dall’Alaska all’Asia: come giocano i bambini, in: CEM Mondialità, Gennaio 1989

EDUCARE ALL’AMBIENTE ATTRAVERSO LA PERCEZIONE SENSORIALE

L’IMPORTANZA DELLA PERCEZIONE SENSORIALE PER LO SVILUPPO PSICOFISICO

La nostra memoria assorbe attraverso l’udito il 20 % , attraverso la vista il 50%, attraverso la comunicazione verbale il 70% e attraverso il fare il 90% delle informazioni. Attraverso il fare abbiamo la più alta possibilità di memorizzare ciò che apprendiamo. Nel giocare, nel

partecipare e nel mostrare memorizziamo l’esperienza e l’appreso. Quando lo svolgimento di un azione è immagazzinata nella nostra memoria possiamo giocare più disinvolti senza dover pensare al prossimo passo da fare. Perciò i giochi e lo svolgimento di essi divertono di più quando l’azione è conosciuto e chiaro per tutti.

Quando tutti i sensi sono ben coordinati e unificati in un gioco d’insiemi, l’uomo è ricettivo e pronto ad imparare. Le conseguenze di una percezione disturbata possono essere un comportamento disadattato, di irrequietezza, uno sviluppo del linguaggio ritardato o mal sviluppato e disturbi di concentrazione.

Persone con disturbi percettivi possono essere appariscenti con un atteggiamento impertinente, senza distacco ed aggressivo.

I sentimenti non vengono espressi o vengono espressi male. Ciò dipende da una mancanza di stimoli sensoriali e di conseguenza i sentimenti mal interpretati trovano sfogo in aggressioni, paure e insicurezza. Persone con disturbi percettivi possono accettare male il contatto fisico. Hanno paura del contatto, per esempio provano disgusto o si rifiutano di toccare le cose umide o scivolose. La percezione delle persone con handicap psicofisico è spesso mal sviluppato o addirittura disturbato. La causa può essere una mancanza di ossigeno durante la nascita o una relazione disturbata tra madre e figlio già nella fase prenatale (per es.: la madre rifiuta il bambino nel grembo), oppure una trascuratezza dei sensi. La percezione è strettamente collegata con la memoria che favorisce la capacità di apprendimento.

IL TATTO

Attraverso la percezione corporea si sviluppano altri funzioni come la comunicazione, la motricità fi ne, la coordinazione occhio-mano. Attraverso il contatto fisico si stabilisce l’equilibrio psichico e si trasmette sicurezza. Toccare e tastare sviluppa la sensibilità soprattutto nella bocca, nelle mani, dita e pelle. Il semplice tocco aumenta la produzione di un determinato ormone nel cervello – il fattore della crescita dei nervi – che attiva il sistema nervoso e in particolare lo sviluppo delle reti neurali. La mancanza di contatto diminuisce le reazioni mentali e motori. La pelle è un sistema di allarme per il corpo. La pelle protegge il corpo da calore, freddo dolore ecc.

Nella nostra società il toccare è anche tabù. Si raccomanda già ai bambini piccoli: “non toccare!” Tuttavia se vediamo un pulcino e ci immaginiamo che è morbido e caldo, voliamo toccarlo. Non possiamo vedere se una cosa è calda o soffi ce. Toccare è molto importante per la vista. Vediamo quindi con le mani. Le mani e la bocca hanno più recettori che le altri parti del corpo. Ogni volta quando il tocco viene combinato con gli altri sensi, una parte più ampia del cervello viene attivata e si creano più reti neurali. In questo modo si libera una parte maggiore del potenziale di apprendimento. L’apprendimento viene stimolato attraverso il tocco. Quando vogliamo ancorare nuovi processi di apprendimento è bene farlo con un leggero tocco sulla spalle o il braccio della persona in apprendimento.

LA VISTA

Come già detto tutti i sensi devono collaborare per garantire una percezione globale. Nonostante ciò la vista viene considerata come senso più importante della percezione. Solo 10 % del vedere però avviene attraverso l’occhio. Gli altri 90% avvengono nel cervello in associazione con il tatto e i recettori muscolari. Quando il neonato tocca tutto intorno a sé, impara tutto sulle strutture le forme e i colori. Mette le cose in bocca per “sentirle”. Un immagine visuale completa si crea solo all’età di 8 mesi. Molte persone “normali” hanno disturbi di percezione visiva. Guardano in modo distratto o non osservano bene. Per una persona con handicap psicofisico è ancora più difficile vedere bene, perché percepisce il suo ambiente in modo meno differenziato a causa dei disturbi cerebrali.

Persone con difetti visivi e handicap psicofisico hanno difficoltà ad orientarsi nello spazio e di conseguenza si verifica un insicurezza nel camminare. Queste persone tendono nelle attività ludiche comuni a disturbare o a isolarsi.

L’UDITO

La nostra società considera l’udito il canale di percezione al secondo posto dopo la vista. L’udito si sviluppa nella 12. settimana nel grembo materno. Dal 5. mese il feto reagisce già ai suoni esterni. L’ascolto è preliminare per il parlare. Perché bambini con disturbi uditivi possono aver grande difficoltà nell’imparare a parlare e a livello scolastico anche con la lettura e la scrittura.

Siamo in continuazione esposti ai rumori perché non possiamo “chiudere” le orecchie come possiamo fare con gli occhi. Assorbiamo tutto senza filtro. Troppi rumori causano disturbi di concentrazione. In grandi spazi chiusi e mal sonorizzati come per esempio nelle aule scolastiche, sale mense e saloni di case di riposo, ci innervosiamo più facilmente quando il livello di rumore è troppo confusionale. Questo fenomeno è ancora più accentuato per le persone con disturbi uditivi degenerativi. Un continuo rumore nella frequenza delle tonalità alte (discoteche) disturba le membrane fini all’interno dell’orecchio. Ciò porta ad un abbassamento dell’udito, che può creare disturbi di equilibrio e un isolamento dell’individuo dal suo ambiente circostante. Quando si rimprovera una persona anziana o con handicap psicofisico e con problemi di udito “cosa ti ho detto, non ascolti mai?” o frasi simili che mirano alla capacità di ascolto si possono creare dei malintesi. Questa persona non si sente capita e accettata e può reagire in modo aggressiva o chiudersi in sé stessa.

L’OLFATTO E IL GUSTO

L’olfatto e il gusto vengono considerati comunemente i canali sensoriali minori. A livello cerebrale sono strettamente collegati con le reazioni istintive. Fin dalla nascita l’olfatto è sviluppato molto bene, un neonato di 6 settimane riconosce il seno di sua madre al l’olfatto. L’olfatto e il gusto sono strettamente collegati. Con il palato possiamo solo distinguere 3 gusti: acido, salato e dolce. Tutte le altre differenziazioni del gusto dipendono dall’olfatto. Quando mangiamo non ci saziamo solo ma il gusto e l’odore ci stimolano e ci procurano un piacere del cibo. L’olfatto da una parte ci trasmette piacere (fiori, profumo, frutta), dall’altra parte ci crea repulsione (rifiuti, gas di scarico, gli escrementi). L’olfatto e il gusto sono anche un sistema di allarme per il nostro corpo. L’incendio i sente attraverso l’odore e innesca così il sistema di allarme. Gli animali sentono il pericolo attraverso gli ormoni della paura – i feromoni – . Anche l’uomo ha questa capacità solo che è più sepolta a causa del sovraccarico di stimoli olfattivi di cui siamo invasi quotidianamente. L’amaro di un cibo fa innescare il sistema di allarme perché potrebbe essere velenoso. Molte piante velenose nella natura hanno un gusto amaro. Ugualmente ci segnala un cibo acido che il frutto non potrebbe essere maturo. Quando questi due sensi sono disturbati o danneggiati l’individuo comincia dare meno importanza alla qualità e consistenza del cibo fi no alla totale negligenza. Questo fatto comporta il rischio che il corpo non riceve più il nutrimento necessario per mantenere un equilibrio psicofisico e ciò può provocare disturbi di percezione e di apprendimento.

Il bambino piccolo e’ un esploratore innato, che usa tutti i suoi sensi per appropriarsi del mondo. Il tatto, l’olfatto e il gusto, sono strumenti essenziali nel suo processo conoscitivo, e tali sensi “corporei” non diminuirebbero di fatto la loro funzionalità se non fossero “uniformizzati” durante la crescita. Per l’adulto invece l’olfatto e il gusto non sono valorizzati come l’udito e la vista, e vengono usati solo inconsciamente per una prima valutazione delle cose.

PERCHÉ USARE I GIOCHI NELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE?

Secondo noi educazione ambientale significa prima di tutto e prima di ogni apprendimento nozionistico, rieducare all’uso dei 5 sensi, verso una percezione piu’ ampia e profonda. Se vogliamo cambiare qualcosa nel nostro rapporto con l’ambiente – urbano e naturale – dobbiamo cambiare prima noi stessi, e aprirci ad accogliere soprattutto gli aspetti positivi: la forza delicata di un fiore spuntato tra il cemento, la melodia del canto di un merlo in mezzo al traffico assordante, o meglio ancora il ritmo delle onde del mare, i mille suoni nascosti della foresta.

Percepire la natura significa immedesimarsi con essa, senza accorgersi del passare del tempo, raccolti in noi stessi ma completamente aperti ad ogni sua manifestazione. Abituati come siamo ad urlare ed usare i

gomiti per raggiungere i primi posti, in quest’ambito invece ritorniamo umili ed impariamo a concentrarci nel silenzio.

Giocando si impara, si esperimentano le proprie capacità e limiti, si simula la realtà e di conseguenza si riesce a valutare meglio le diverse situazioni della vita. Il gioco rende autonomi e richiede sempre decisioni autonome. Attraverso il gioco si costituisce la propria individualità e fiducia in se stessi, e si diventa più critici.

Il gioco deve essere liberato dall’aspetto produttivo. La competitività del tipo “vince chi” non ha spazio in un discorso di educazione ambientale che focalizza la sensibilizzazione e mira al cambiamento di atteggiamenti.

La competizione difficilmente può aiutare a risvegliare ed affinare i sensi: quando siamo presi dal dover vincere non possiamo concentrarci sulla percezione dei sensi; dalla sconfitta deriva un senso di frustrazione ed esclusione e, con l’accumulo di sconfitte, perdiamo anche la voglia di continuare a giocare”.

Il nostro intento è di liberare il gioco dalla nicchia ristretta dei bambini. Siamo convinte, dopo le esperienze di tanti stages con adulti, che, un apprendimento profondo mirato al cambiamento, passa innanzitutto attraverso canali emotivi e percettivi oltre che cognitivi. Forse l’adulto, ancor piu’ del bambino, ha bisogno di prendere consapevolezza dell’ambiente circostante, dimenticando la razionalità e lasciando spazio ai sensi. Si tratta di un apprendimento integrale, che mira al coinvolgimento dell’intera persona e che non si limita al semplice

messaggio trasmesso dalle parole.

L’APPRENDIMENTO COME STIMOLO

L’educazione dovrebbe orientarsi non soltanto ai valori puramente intellettuali. La chance di un cambiamento sta nel liberare il gioco dai suoi valori disprezzati nel passato, e riconoscere la loro utilità nell’apprendimento integrale. Attualmente nell’apprendimento esiste una scissione tra cultura intellettuale e cultura emotiva. Tutto ciò che è emotivo come la gioia, la rabbia, la noia e il piacere, viene lasciato fuori dalla porta scolastica e formativa. L’apprendimento e’ “un saper fare” ma non arriva poi a “un saper essere”, cosa che significherebbe l’integrazione di tutti i lati della persona, e quindi dei suoi fattori emotivi, legati a quelli sensoriali.

Le più recenti ricerche in merito hanno dimostrato che la cultura emotiva e’ determinante perché e’ la molla che fa’ scattare il meccanismo per l’apprendimento di qualsiasi cosa. Una cosa studiata con passione ed interesse rimane impressa per tutta la vita, mentre quello che viene imparato a memoria sparisce nel nulla dopo poco tempo.

Spesso nei nostri corsi di formazione con insegnanti ci sentiamo dire che manca il tempo e non c’è

abbastanza spazio nella programmazione per far giocare i ragazzi o per inserire esperienze diverse. Questo vale specialmente per la Scuola Media e le Superiori.

In questo caso l’errore di fondo sta’ nel pensare che una persona possa imparare ed abbia il cervello libero in qualsiasi momento, e che sia sempre interamente disponibile ad assorbire informazioni cognitive, indipendentemente dal suo stato emotivo. Sappiamo invece, ad esempio, di quanto sia difficile, anche solo leggere il giornale, se la nostra mente e’ occupata da preoccupazioni. Quella che viene normalmente considerato una distrazione irrilevante, e a cui si passa sopra come se non esistesse, viene individuata, ad un attento esame, come il maggior impedimento nel processo di apprendimento nozionistico.

E allora come uscire da questa trappola che non ci fa considerare i fattori emotivi, che comunque ostacolano l’apprendimento?

Il primo rimedio potrebbe essere di lasciar spazio alla fuoriuscita e alla verbalizzazione dei fattori emotivi, cosa che, anche se può sembrare rubare tempo al programma, alla fine invece costituisce un risparmio di tempo e, specialmente, di energia. Il secondo rimedio e’ invece, secondo noi, creare una programmazione che, fin dall’inizio tenga conto della cultura emotiva degli allievi (bambini e adulti).

Anche materie apparentemente cosi noiose come matematica o scienze, possono essere esposte in maniera da catturare l’attenzione di tutti. La visualizzazione, anche quella corporea, può essere un valido aiuto. Il significato di catena alimentare puo’ essere fatto studiare ai ragazzi leggendo il libro di scienze da pag. …. a pag. – e il contenuto sara’ probabilmente dimenticato dopo l’interrogazione – oppure può essere espresso e sperimentato attraverso la drammatizzazione. In questo caso i ragazzi che l’avranno vissuto con divertimento

e piacere non si scorderanno più dei concetti acquisiti.

Il punto di partenza di questo percorso di apprendimento integrale e’ lo stimolo dell’entusiasmo, creando un clima di gruppo che permetta tranquillamente di esprimersi e familiarizzare con gli altri e l’ambiente circostante.

Si passa poi ad una seconda fase, di concentrazione, di raccoglimento e di calma, che permette di entrare in contatto con le proprie emozioni.

A questo segue la fase dell’esperienza diretta e dell’esplorazione, in cui ognuno, con attenta curiosità, indaga l’ambiente circostante. Soltanto dopo questi passaggi e’ possibile arrivare a far partecipare anche gli altri alle proprie esperienze, attraverso un momento più razionale, che permetta anche conclusioni successive alle osservazioni effettuate e lo sviluppo delle strategie possibili per un cambiamento positivo.

Tutto questo presuppone un atteggiamento di equivalenza da parte dell’animatore nei confronti dei

partecipanti: non si tratta di uguaglianza, perché il vissuto di ciascuno e’ differente, e non per questo migliore o peggiore, ma piuttosto e’ equivalente.

Ruolo dell’animatore e’ quindi quello di facilitare, agevolando l’attuazione delle esperienze e delle attività proposte, a cui lui stesso partecipa attivamente, divenendo così parte integrale del gruppo.

Ne risulta un mutuo apprendimento, da parte di tutti i partecipanti alle attività, animatore compreso.

Fonti: Sigrid Loos Laura dell’Aquila: Naturalmente giocando, EGA, Torino 1993

Sigrid Loos, Ute Hoinkis: Handicap? Anche noi giochiamo, EGA, Torino 2001
(i libri fuori catalogo possono essere acquistati direttamente dal sito www.sigridloos.com)

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