movimenti per la mente in movimento

Articoli con tag ‘educazione ludica’

NATURALMENTE GIOCANDO

un esperienza di giochi con e nella natura a San Giorgio a Cremano
di Sigrid Loos

 

Il gioco è l’esperienza naturale del bambino, si potrebbe dire: il suo lavoro congenito perché attraverso esso esplora il suo ambiente, sperimenta la sua fisicità ed impara le regole della convivenza. Almeno così dice la teoria. Ma tutto ciò è ancora valido oggi?

Noi che siamo cresciuti negli anni 50, 60, 70 e forse ancora negli anni 80 abbiamo popolato le piazze, le viuzze e i cortili giocando autonomamente con amici di diverse età e c’era sempre qualche adulto non appartenente alla nostra famiglia che ci metteva in riga quando ne combinavamo una grossa. Eravamo liberi e auto-gestiti e gli adulti interferivano ben poco nei nostri giochi almeno che non giocassimo in contesti come la parrocchia, gli scout o in ambito di allenamento sportivo.

Dagli anni ‘90 in poi con l’introduzione di gameboy, console e computer, la situazione è cambiata drasticamente. La tecnologia ormai regna sovrana nella camera e nella vita dei bambini e gli spazi del gioco autonomo sono quasi spariti nei contesti urbani.

La vita di un bambino oggi assomiglia più a quella di un manager con un’ agenda piena tra scuola, compiti, attività sportive e (anche se più raramente) artistiche; i momenti ludici sono spesso organizzati da un adulto educatore/animatore.

Un programma così fitto lascia poco spazio all’ozio e all’auto-gestione del gioco. Questa realtà ci induce alla domanda come possiamo recuperare quegli elementi del gioco libero esplorativo che sviluppa curiosità, creatività ed educa alla collaborazione e alla convivenza pacifica?

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Villa Falanga

Il Laboratorio Regionale Città dei bambini e delle bambine di San Giorgio a Cremano cerca di dare una risposta a questo quesito. Nel bel contesto di Villa Falanga, sede del progetto, il gruppo del Consiglio delle bambine e dei bambini è riuscito a far modificare il regolamento comunale dei parchi che vietava il gioco negli spazi pubblici e ad invitare gli amministratori di quei condomini dove è proibito giocare per adeguare il proprio regolamento nello spirito dell’art. 31 della “Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia” (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176), che garantisce ai bambini il loro diritto al gioco.

Ogni anno il secondo mercoledì di maggio si celebra la GIORNATA DEL GIOCO in cui tutti, adulti e bambini, sono invitati a giocare nella città che per l’occasione viene pedonalizzata e liberata dalle auto. San Giorgio a Cremano è la prima città della Regione Campania, che dedica dal 2006 una giornata feriale al gioco. Il giorno è lavorativo non per guadagnare un giorno di vacanza, ma per rompere lo schema adulto del lavoro separato dal piacere, dal gioco, dal rapporto con gli altri. Ed è lavorativo in modo che le scuole siano aperte, ma aperte solo per giocare: i docenti, i genitori e i bambini preparano questa giornata speciale in modo che a scuola, in quel giorno, si possa giocare.

La XI edizione della giornata del gioco del 2016 è intitolata “Natura-l-Mente giocando” e per l’occasione è stato predisposto anche un bando aperto a tutti i cittadini grandi e piccoli che vorranno partecipare, per la realizzazione di un catalogo cartaceo e multimediale di nuovi giochi legati ai parchi pubblici della città, in cui viene evidenziata la presenza del gioco all’aria aperta nel contesto urbano e i rapporti che si formano tra i bambini e il gioco o tra gli adulti e il gioco nelle sue varie accezioni in determinati luoghi.

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Esperti assaggiatori – è una sfida di scoprire che cosa si sta mangiando con il naso tappato

Da lì è partita l’esigenza di fornire strumenti agli insegnanti coinvolti nel progetto che dessero spunti per inventare nuovi giochi. E’ la terza volta che vengo invitata dal coordinatore della Città dei bambini e delle bambine, l’architetto Francesco Langella, per tenere un corso di formazione sulla tematica del gioco e l’importanza del movimento per l’apprendimento per gli insegnanti del territorio. I 26 partecipanti al corso hanno giocato con tutti i sensi esplorando in modo cooperativo per primo i due sensi corporei – la propriocezione e l’equilibrio – il tatto, l’udito e la vista come sensi legati alla neo-corteccia e infine l’olfatto e il gusto più vicini alla nostra istintività per poi concludere il percorso formativo con l’invenzione di nuovi giochi mediante una griglia morfologica.

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il Sindaco Giorgio Zinno con Francesco Langella, Coordinatore del progetto Città dei bambini e delle bambine e Sigrid Loos, conduttrice del corso

Alla fine del percorso siamo stati raggiunti dal Sindaco Giorgio Zinno che ha rinnovato l’impegno del comune a sostenere le iniziative del Laboratorio Regionale Città dei bambini e delle bambine. Non ho potuto fare a meno di ringraziare, a nome di tutti gli insegnanti presenti, il Comune che ha finanziato l’iniziativa dando cosi la possibilità ai partecipanti di arricchire il proprio bagaglio didattico con spunti pratici e immediatamente applicabili, cosa molto rara in Italia, così come hanno sottolineato le stesse insegnanti.

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la verifica finale del corso ci collega tutti in una grande ragnatela

Per me è sempre un piacere tornare in questa realtà vivace che cerca di contrapporre la fantasia e la creatività al degrado urbano di cui si parla tanto nell’area napoletana. I ragazzi che frequentano il laboratorio situato nella bellissima villa Falanga si sono impossessati degli spazi da cima in fondo con le loro creazioni, dalle sedie e tavoli a forma di nuvole che si trasformano in materassi quando vengono capovolti, alla scopa-monopattino e le tante altre invenzioni come la sedia-cavallo e il triciclo riciclato.

Per saperne di più potete visitare la pagina facebook della Città dei bambini al seguente link di facebook oppure guardare questo video

 

MALAWI, L’ALTOPIANO DEL MONTE CHAONE UN ESPERIENZA DI’ALTRI TEMPI

Il 2015 è il quarto anno in cui vado in Malawi come volontaria nelle missioni Monfortane e per fare formazione, sia con maestre delle scuole materne che con  giovani. Quest’anno, come già avvenuto l’anno scorso, tra le sfide molteplici, si è presentata l’occasione di un soggiorno sull’altopiano del Monte Chaone.

Qui, nel 2013, si recarono un gruppetto di giovani di Balaka tra quelli da me formati, insieme a due volontari di Bergamo, entusiasti delle tecniche apprese.

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Il primo villaggio che incontriamo salendo sull’altopiano del Chaone

Si tratta di una località sperduta, situata in un altopiano tra Zomba e Mpiri dove vivono, da un secolo circa 10.000 persone, con un’economia di sussistenza, piantando mais e ortaggi. Qui non esistono infrastrutture, né elettricità. E’ forte la tendenza al disboscamento, largamente praticato da tutti, poiché la carbonella è il combustibile utilizzato oltre che per cucinare, anche per il riscaldamento (nei mesi invernali le temperature raggiungono i 5 gradi)

Sono una ventina di villaggi e la popolazione degli Ayao è maggiormente musulmana mentre nel resto del Malawi prevalgono i cristiani.  L’altopiano si raggiunge unicamente a piedi, attraverso sentieri impervi, ripidi e – a volte – anche pericolosi che si trasformano in rivoli durante la stagione delle piogge. La strada nazionale dista circa 3 km di strada sterrata per arrivare al villaggio che funge da campo base.

La gente che ci vive trasporta, da valle  a monte, sulla propria testa, ogni genere di necessità: dai sacchi di cemento, alla legna, ai sacchi di mais… Sono soprattutto le donne che fanno questo lavoro.

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I ragazzi si preparano a portare il nostro materiale ul Monte

A valle un gruppetto di giovani si è specializzato nel lavoro di trasportatori. In una situazione molto povera ciò rappresenta un piccolo guadagno per le famiglie che abitano a valle (i nostri bagagli li hanno trasportati ragazzini di circa 10 anni!)

Uno dei primi progetti dei missionari monfortani fu la costruzione di un mulino che serviva a macinare il  mais perché la popolazione non fosse più costretta a portare a valle il raccolto per poi riportare indietro i sacchi di farina macinata. In seguito costruirono la chiesa e la scuola materna, aperta a tutti i bambini del posto, indipendentemente dalla loro provenienza religiosa.

Questa iniziativa ha posto le basi per la creazione di un Youth Center anche su Monte Chaone. Il motto del Chaone Youth Center è: “keep the trees growing” (“fate crescere gli alberi”)

Inizialmente erano i giovani che si radunavano intorno al campetto sportivo per far giocare i bambini, organizzando tornei di calcio e occupandosi di persone più bisognose, sullo stesso programma che normalmente viene fatto con i campi estivi a Balaka.

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In attesa degli scaffali i libri della biblioteca sono accastati sul tavolo

A questo punto il centro giovanile aveva bisogno di un posto fisso da qui l’idea di costruire una sede  che dovrebbe diventare non solo un luogo di studio e di socializzazione per i giovani ma anche un centro di alfabetizzazione per gli adulti che non hanno avuto la possibilità di frequentare la scuola. La scuola primaria esiste dal 1998 e fu costruita da una ONG inglese. Oggi è frequentata da 800 bambini.

Ora il Centro c’è e serve anche come Biblioteca, poiché, oltre alla scuola elementare e media non esiste altro luogo comune di socializzazione. Diventa perciò chiara l’importanza di uno spazio simile, per un luogo sperduto.

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Il nuovo ospedale con reparto maternità e pronto soccorso che aspetta la sua inaugurazione

I Monfortani, nel frattempo, avevano anche costruito un ospedale che dovrebbe  entrare in funzione dopo l’estate. In esso saranno attivi un Pronto Soccorso e il reparto di maternità, completamente assente per tutta questa comunità, dove le donne sono costrette a partorire in casa oppure a percorrere 3 ore di marcia  per raggiungere l’ospedale più vicino. Anche questa struttura sarà aperta per tutta la comunità e non solo per i cristiani.

Nel 2014, fu quindi posta la prima pietra per la costruzione della Biblioteca della Youth Center (centro giovanile), sulla base dell’esperienza del CYC di Balaka e, quest’estate nel 2015 ha preso funzione, grazie alla gestione della responsabile bibliotecaria mussulmana Asiatu James.

I libri della biblioteca provengono, per ora, dalla Biblioteca della Cecilia Youth Center.

Tutte queste attività hanno portato anche dei conflitti perché sono state vissute come invasive da alcuni membri della comunità locale, specialmente i capi villaggio. Infatti è per loro difficile comprendere le innovazioni portate dal CYC che vengono interpretate come un pretesto per portare la “cristianizzazione” nei villaggi. Alcuni villaggi vicini, perciò, reagirono in modo conflittuale, trattenendo i bambini dal partecipare alle attività proposte.

Tuttavia i giovani del posto sono riusciti a far comprendere ai loro genitori che le iniziative del CYC sono mirate all’emancipazione di tutti e porteranno vantaggi sia sul piano dello sviluppo culturale che su quello della valorizzazione delle risorse, per esempio col progetto di reimpiantare alberi, contrastando la tendenza al disboscamento.

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Il gruppo pratica qyalche movimento di Brain Gym

Durante il 2012 e 2013 gli insegnanti ella Scuola materna Santa Monica del Chaone erano scesi dalla montagna per frequentare il mio corso di formazione, insieme ad  insegnanti di altre scuole materne. Da questo lavoro nacque l’idea di un libro, intitolato Learn to move, move to learn, scritto da me. Che fu pubblicato dalla casa editrice Montfort Media di Balaka nel 2015.

Nel 2014 andai per vedere il lavoro svolto dalle insegnanti di Chaone. Quindi lavorai con loro e con 8 giovani sulle tecniche di gioco cooperativo e sul raccontare storie attraverso gli oggetti creati.

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giocando con il gruppetto degli insegnanti

Gli avvenimenti occorsi nel frattempo, anche in seguito alle situazioni conflittuali venutesi a creare, hanno comportato cambiamenti per cui, attualmente, il personale insegnante è solo locale. Di conseguenza, quest’anno, io ho lavorato il primo giorno con insegnanti nuovi e la partecipazione di Asiatu James, e il secondo giorno con studenti e insegnanti insieme. Con loro abbiamo lavorato utilizzando i giochi per la scuola materna raccolti nel libro sopracitato e ripetendo alcuni movimenti di Brain Gym® già praticati negli anni passati.

Nella scuola materna di Monte Chaone manca tutto. Hanno appena il gesso per scrivere. Gli unici materiali provengono dalla Missione. Anche il tempo da dedicare alle attività è scarso. Per esempio da quest’anno mandano i bambini a casa alle 11 perché non possono coprire le spese del pranzo.

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Giochiamo alle macchine con il gruppo degli insegnanti e dei giovani assistenti del Centro Giovanile

I libri sono scarsi e i pochi libri esistenti sono in lingua chichewa (loro parlano ayao simile al chichewa). Non essendoci abitudine alla lettura nemmeno hanno sviluppato l’abitudine all’uso di un libro per utilizzare le tecniche che illustra. Perciò, nonostante il testo sia stato tradotto anche nella lingua locale il metodo di apprendimento continua a basarsi sulla ripetizione di quanto viene mostrato (da qui la possibilità che venga poi riproposto). I miei allievi sono entusiasti e pieni di gratitudine per l’esperienza svolta anche quest’anno. Per questo tornerò ancora sul Monte Chaone.

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Che cosa mette in gioco il gioco?

La relazione tra Gioco ed apprendimento sembra ovvio eppure ci sono parecchi preconcetti e pregiudizi nei confronti del gioco infantile. Alcune persone sono convinte che i bambini devono studiare anziché giocare e dimenticano così la funzione importante del gioco: cioè che il gioco è il lavoro del bambino.  Il gioco ha un alto livello di motivazione e un potenziale intrinseco di piacere che permette a  bambini ed adulti di:

  • affrontare compiti prontamente e più volentieri
  • essere più aperti e responsabili verso l’apprendimento all’interno di un’attività di gioco
  • “provare” più volentieri avendo la sensazione che ci si può riuscire senza paura del fallimento
  • Imparare meglio dai coetanei lavorando in un gruppo reale
  • stabilire rapporti positivi e costruttivi con i co-giocatori
  • esplorare e capire cosa è meglio per sé
  • negoziare la propria risposta ad una situazione di apprendimento nell’attività ludica
  • mantenere un alto livello di focalizzazione ed interesse
  • essere propositivi e sentirsi coinvolti nelle attività ludiche

Uno dei più grandi attributi del gioco è che offre l’opportunità di vivere l’apprendimento senza saperlo: tutti noi impariamo più efficacemente attraverso I tentativi e gli errori, e il gioco è un modo non-minaccioso per affrontare il nuovo apprendimento e mantenere comunque l’autostima e confidenza in sé.

Per sostenere lo sviluppo sano del bambino sono necessari alcuni fondamentali presupposti:

  1. Il coinvolgimento dell’adulto
  2. Permettere ai bambini di condividere l’iniziativa  su ciò che deve essere appreso
  3. Incoraggiare i bambini di rischiare, di essere creativi e di giocare con le proprie idee
  4.  Organizzare l’assetto fisico per rendere le opportunità di apprendimento e di sviluppo più efficaci
  5. Sviluppare sistemi efficaci per l’osservazione e per la pianificazione delle attività successive

Il ruolo dell’adulto nel sostegno dell’apprendimento del bambino consiste nell’interazione. e accompagnamento. Gli adulti possono influenzare notevolmente lo sviluppo attraverso il proprio comportamento. L’adulto procura la struttura e il significato dei passi che aiutano il bambino ad esplorare le nuove esperienze con successo aggiungendoli così al suo apprendimento iniziale. La chiave di successo sta nel fatto di organizzare l’apprendimento in passi così piccoli che promettono successo, e sufficientemente difficili che sono motivanti e presentano una sfida.

L’apprendimento e lo sviluppo del bambino si estende con l’interazione dell’adulto. Quando un bambino viene lasciato a se stesso nell’esplorazione del nuovo, il suo gioco si svolgerà al livello attuale del suo sviluppo. Ma se un adulto si relaziona con il bambino in modo competente (usando le 5 tappe elencate sopra) il bambino sarà coinvolto in un gioco più complesso espandendo il suo sviluppo e il suo apprendimento nell’attività ludica.

Le più recenti ricerche mostrano che lo sviluppo neuro-fisiologico del cervello dipende anche dalla capacità dei bambini di connettere le aree di apprendimento attraverso l’esperienza nel gioco; attraverso l’esplorazione e la sperimentazione, attraverso  i rapporti reciproci e collaborativi. Gli adulti competenti useranno nel gioco con i bambini un’ampia gamma di strumenti che influenzano la crescita e lo sviluppo del cervello compreso il sostegno emotivo, la stimolazione di tutti i sensi, presentando nuove sfide, incoraggiando l’interazione sociale e l’apprendimento attivo. La neuro-scienza sottolinea l’importanza di un ambiente arricchente e stimolante per il bambino. Contrariamente,  gli ambienti poveri e stressanti possono creare seri danni al cervello nella prima infanzia.
Il gioco è importante per lo sviluppo e l’apprendimento del bambino. Il lavoro infantile è il gioco ed è necessario che gli adulti sostengono e espandono l’esperienza infantile del gioco in modo efficace.

Giocare con il cuore Un esperienza con Fred Donaldson, autore del libro “Playing by heart”

Sigrid e FredFred Donaldson, pedagogista e ricercatore americano, durante la conferenza internazionale di Brain Gym® a Bali nel 2013 ci ha illustrato la sua trentennale ricerca sul gioco originario, termine da lui coniato  per descrivere  un determinato modo libero e spontaneo di giocare.  Tutti gli animali di sangue caldo, incluso l’uomo, giocano per appropriarsi delle abilità necessarie alla sopravvivenza. L’invito a giocare sottosta ad un codice comune che si esprime nella postura, nello sguardo e nell’atteggiamento non aggressivo.

Per Fred Donaldson il gioco è spontaneo, libero e non strutturato, con un alta componente di fisicità e viene dal cuore. Se una persona gioca col cuore non bada ai risultati, alla competizione; piuttosto gioca per il gusto di giocare di interagire con gli altri, cercando il contatto, toccando, rotolandosi e muovendosi alla stessa altezza del suo interlocutore: a gattoni con gli animali e i bambini; in piedi con gli adulti. Il gioco diventa così una danza d’energia, espressione di pura gioia e soddisfazione.

Fred, nella sua trentennale carriera di giocatore di cuore ha giocato con tutti i tipi di animali domestici e selvatici come lupi, orsi ma anche con leoni e tigri in cattività. Il suo approccio è sempre lo stesso: a gattoni, le braccia leggermente inclinate, il sedere più alzato e la testa inclinata sul lato; l’occhio sinistro guarda l’occhio sinistro dell’interlocutore. Si tratta della tipica postura d’invito a giocare che assumano naturalmente gli animali. Come partecipanti abbiamo potuto sperimentare l’effetto dello sguardo ed in effetti, guardando con il nostro occhio sinistro nell’occhio sinistro del partner la maggior parte di noi si sentiva a proprio agio e accolto dall’altro, mentre  guardandoci occhio destro nell’occhio destro molti di noi hanno percepito un senso di minaccia come se guardassimo oltre e non vedessimo più l’altra persona nella sua totalità, ciò viene interpretato istintivamente come sguardo aggressivo.

In un altro sperimento Fred ci ha fatto spingere con il pugno nella mano aperta del nostro partner. L’ovvia reazione era che il partner ha posto resistenza inducendoci a spingere più forte, anche se non faceva parte della consegna. Abbiamo semplicemente riprodotto uno schema competitivo imparato. In secondo momento Fred ci ha invitato a rispondere alla spinta del pugno con un movimento fluido che ammorbidisce la spinta e fa diventare il movimento come una danza. Immediatamente si è creato un altro clima, la minaccia è diventata un gioco d’energia tra due persone. Alla fine ci siamo tutti seduti per terra schiena contro schiena a strofinarci l’uno contro l’altro in un unico grande groviglio di corpi gorgheggianti dalle risate. Giocando in questo modo ci sono tre regole fondamentali per noi adulti: niente, pugni e calci; niente solletico; niente presa forzata. Per i bambini non esistono regole. Siamo noi che dobbiamo re-imparare a muoverci con fluidità, a distinguere un tocco buono da quello cattivo, a riacquisire uno spirito gentile e la capacità di guardare oltre, abbandonare la tendenza all’autodifesa e sviluppare un senso di appartenenza e fiducia.

Se rispettiamo la prossemica nel gioco, cioè, ci mettiamo allo stesso livello del nostro interlocutore, possiamo giocare con chiunque risvegliando e appellandoci all’energia del cuore; in termini neurologici, all’energia dell’emisfero gestalt – camunamente il destro – che è orientato allo spazio, al contesto alla cooperazione e alla curiosità verso il nuovo.

Giocare in questo modo diventa una danza energetica tra due individui per il puro piacere di muoversi ed esplorare il mondo circostante insieme anziché una competizione in cui il più forte sopraffa il più debole.

Che cos’è il gioco?

Un tentativo di definizione imperfetta

Rivolgendoci ad animatori, educatori ed insegnanti ci interessa far vedere la non banalità del gioco e la ricchezza dell’esperienza ludica, per i bambini e per gli adulti.

Numerosi studiosi hanno incontrato sulla loro strada di ricerca il gioco. Abbiamo una collezione di diverse definizioni di “gioco” provenienti dagli ambienti della psicologia, della psicoanalisi, della ricerca storica, degli studi naturalistici, della sociologia ecc.

Possiamo trovare molti punti in comune e parole chiave ricorrenti ma anche molte differenze e punti di vista non conciliabili. Probabilmente, se approfondissimo le ragioni di ogni autore, scopriremo che molte differenze derivano dalle motivazioni che li hanno spinti  a occuparsi dei giochi, dai diversi tipi di gioco e modi di giocare che ognuno di loro ha considerato, dal contesto teorico e pratico in cui si sono mossi.

Ciò che ci interessa soprattutto notare è un fatto estremamente semplice di cui gli animatori devono tenere conto, cioè il fatto che l’esperienza ludica di un gruppo ha un significato più vasto di quello che una persona sola, incluso l’animatore, ne pensa o dice. Potranno esserci degli aspetti e dei significati in più o diversi da quelli previsti o visti da uno, ma validi  e importanti per altri membri del gruppo che gioca, indipendentemente dal fatto che questi vengano o meno esplicitati.

Tra le molte definizioni, accenniamo ad alcune. Si tenga conto che generalmente il gioco viene associato all’infanzia e opposto al lavoro in quanto “non serio”.

Freud definisce il gioco come mezzo per l’elaborazione del lutto  (o della separazione dalla madre). Il contrario del gioco per Freud non è il “serio” ma il “reale”.

Melanie Klein, psicoanalista dell’infanzia, dice che attraverso il gioco il bambino esprime i suoi fantasmi, i suoi desideri, le sue angosce.

Donald Winnicott considera l’aggressività come motore dell’attività esplorativa, “crescere significa prendere il posto dei genitori… nel fantasma inconscio che sottostà al gioco, crescere è per natura un atto di affermazione di sé.“[1]

Piaget definisce che ogni tipo di gioco appartiene solo a quel determinato momento dell’evoluzione del bambino che lo porta a sostenersi. Così i giochi di imitazione necessitano dell’attività funzionale, dell’assimilazione, del piacere normale del successo, della relazione con gli altri.

Un altro pedagogista, Pier Parlebas [2]definisce il gioco come iniziazione alle regole e fattore sociale, che lascia al giocatore la possibilità di esprimere la propria personalità. Acquisizione delle regole e sviluppo dell’autonomia sono due ingredienti essenziali nell’educazione.

Il pedagogista tedesco H. Scheuerl[3] considera il gioco come:

  • momento di libertà
  • momento di infinità interiore che tende a prolungarsi nel tempo e non è finito come il dovere,
  • momento della finzione (irreale) in cui l’individuo esce dalla realtà per crearsi il suo mondo (il gioco diventa realtà) l’individuo è presente adesso (nel gioco) non ieri né domani, ha un tempo suo in questo spazio che non corrisponde al tempo reale
  • momento dell’ambivalenza: il gioco ha sempre più di un senso. Spesso è simbolico fra piacere reale, ridere, paura.
  • un gioco si svolge all’interno di uno spazio suo (regole del gioco, spazio fisico del gioco)

Secondo J.Huitzinga[4] il grande filosofo storico olandese, quest’attività:

  • è una funzione che contiene senso,
  • è un intermezzo della vita quotidiana, è accompagnamento, complemento e parte della vita in  generale,
  • è indispensabile all’individuo in quanto funzione biologica e indispensabile alla comunità in quanto funzione culturale,
  • ha un svolgimento proprio e un senso in sé, comincia, ed a un certo momento è finito. Può essere ripetuto,
  • l’arena, il tavolino da gioco, il cerchio magico, il tempio, tutti sono per forma e funzione dei luoghi di gioco, cioè spazio delimitato, luoghi segregati, cintati,
  • realizza nel mondo imperfetto e nella vita confusa una perfezione temporanea limitata,
  • mette alla prova la forza del giocatore, il suo vigore fisico, la sua perseveranza la sua  ingegnosità,
  • il suo coraggio, la sua resistenza e la sua forza morale.

Roger Callois dà 6 definizioni di gioco:

  • un’attività libera alla quale il giocatore non può essere costretto senza
  • che il gioco perda il suo divertimento e la sua attrazione.
  • un’attività separata che si svolge all’interno di limiti precisi e prestabiliti di spazio e tempo.
  • un’ attività incerta il cui svolgimento e risultato non è determinabile dall’inizio, perché nonostante ci sia la costrizione di arrivare a un risultato, bisogna necessariamente lasciare una certa  autonomia al giocatore.
  • un’attività improduttiva che non crea né ricchezza né prodotti né altri
  • elementi nuovi e che, a parte uno spostamento della proprietà
  • all’interno della cerchia dei giocatori, finisce in una situazione identica
  • a quella dell’inizio del gioco.
  • un’attività regolata, sottomessa a convenzioni che annullano le leggi
  • vigenti per un momento e introducono una nuova legislazione
  • generale.
  • un’attività fittizia che viene accompagnata da una specifica coscienza
  • di una seconda realtà o una non-realtà libera in relazione alla vita
  • quotidiana.

La sociologa tedesca Elke CALLIES[5]definisce il gioco invece come:

  • un atteggiamento interiore, spontaneo e  fine a se stesso,
  • è libero; la decisione se piace o no spetta unicamente all’individuo.
  • confronto con l’ambiente: è un atteggiamento attivo, espressivo e concreto
  • esperienza concreta che parte dalla progettazione per arrivare alla realizzazione
  • atmosfera rilassata in cui tensione e rilassamento si alternano per creare (se equilibrati) uno stato di felicità.
  • momento di espressione delle proprie emozioni e sensazioni.

L’approccio biologista è sviluppato da etologi che definiscono il gioco come preparazione alla vita da adulto. La nozione del gioco ricopre diverse realtà: il gioco è un segno e un mezzo di sviluppo del bambino e luogo dell’espressione dell’inconscio, mezzo di apprendimento e fonte di piacere. Il gioco può essere spontaneo o fatto di regole, utilizza “gli oggetti per giocare” cioè i giocattoli ma anche i corpi, lo spazio e la natura.


[1]D.W.Winnicott, Gioco e realtà, Roma, Armando 1974.

[2]PARLEBAS P., Les jeux du patrimoine, Ed. EPS 1989, “il gioco interviene spesso come una ritualizzazione della violenza. Le situazioni ludiche fanno passare a turno dall’aggressore all’aggredito. Questo rovesciamento dei ruoli, che appartiene alla grammatica del gioco è molto interessante dal punto di vista pedagogico.” (ns.trad.)

[3] SCHEUERL H., Das Spiel, Berlin 1968.

[4]CECCHINI A., Ancora homo ludens in: AAVV: Giochi di simulazione, Ed Zanichelli, Milano 1987.

[5]CALLIES E.,  Spielen, ein didaktisches Instrument für soziales Lernen in der Schule? 1976.

GIOCHI COOPERATIVI E BRAIN GYM® NEL LAVORO DI GRUPPO A TUTTE LE ETA’

per mantenere l’attenzione e il flusso di apprendimento

Con il termine “apprendimento” intendiamo un processo che dura tutta la vita e si applica in ogni situazione in cui c’è qualcosa di nuovo da imparare: un nuovo modo di essere, di comportarsi, di relazionarsi; una nuova competenza; una nuova conoscenza. Quando Mente-Mani-Cuore lavorano in sintonia, sperimentiamo piacere e soddisfazione nel fare qualsiasi cosa. Quando prevale un elemento a discapito degli altri, si crea uno squilibrio: se siamo troppo “mentali” con un amico o collaboratore che ci sta presentando le sue difficoltà emotive, rischiamo di sembrare troppo freddi e distaccati; ma anche se lo affrontiamo troppo “di cuore” corriamo il rischio di essere troppo coinvolti mentre l’altro si aspettava magari un aiuto concreto o una risposta più lucida. D’altra parte se offriamo subito una soluzione “pratica” alla sua problematica, l’altro potrebbe viverlo come interferenza. Se invece sappiamo dosare lucidità, concretezza ed empatia è molto più probabile che troviamo una risposta adeguata e soddisfacente per entrambi. La stessa cosa vale in ogni situazione di apprendimento: se insegniamo o impariamo in modo troppo teorico, ci può mancare la capacità di tradurre rapidamente in pratica quello che abbiamo acquisito; o al contrario, qualcosa che ci coinvolge molto può essere più difficile da ri-trasmettere perché occorre la giusta lettura dei concetti che ne sono alla base. Anche un bravo artigiano può trovare qualche difficoltà a tramandare le proprie competenze a un apprendista se gli mancano alcune conoscenze di fondo o se entra difficilmente in relazione. Per qualcuno, la difficoltà è uno stimolo e una sfida per superarsi con impegno e passione, per altri ogni intoppo rappresenta un blocco spesso insormontabile: in ogni caso, quando prevalgono sforzo o frustrazione (e la soglia è assolutamente individuale) non c’è un apprendimento integrato. Le ricerche riportate da Carla Hannaford[1] sul Sistema Vestibolare e lo strettissimo rapporto tra il corpo in movimento, le emozioni e l’accesso agli organi di senso e all’area corticale, ci confermano quello che a tutti risulta ovvio nello sviluppo del bambino nei primissimi mesi di vita. E’ esperienza comune ammirare (e spesso invidiare) il gusto e il piacere che leggiamo nei bambini di 6-7 mesi che esplorano con la bocca, le mani, gli occhi tutto quello che hanno nel loro raggio di azione scoprendo sapori, odori, densità …; lo stupore che caratterizza i loro sguardi, la competenza delle loro mani, il coinvolgimento di tutto il corpo mentre sperimentano tra i 10 e i 18 mesi lo spazio, il dentro e il fuori, il grande e il piccolo, il senso delle misure, le proprietà logico-matematiche, le similitudini e le differenze …; la precisione con cui i bambini che hanno potuto godere di queste esperienze usano in modo funzionale ancor prima dei 2 anni le competenze acquisite per portarsi correttamente il cucchiaio alla bocca, lavarsi i denti, infilarsi le scarpe ….; l’entusiasmo e la ricchezza di idee che manifestano già a 2 anni e mezzo mentre adoperano ed elaborano in modo creativo e personale quello che sanno o che hanno a disposizione mentre giocano a “far finta di”… Da adulti confiniamo però il piacere dell’esplorazione, sperimentazione, utilizzo funzionale e rielaborazione creativa alla fase della prima infanzia, ritenendo che una volta cresciuti e apprese le competenze di base, tutto quello che avviene dopo si debba raggiungere solo con sforzo e sacrificio. In realtà questo è un processo che si perpetua in ogni fase della vita perché piacere e movimento sono i motori per un apprendimento naturale e integrato ed è nostro diritto-dovere pretendere di vivere, lavorare, studiare in modo confortevole e gradevole.

“IL MOVIMENTO è la PORTA dell’APPRENDIMENTO”, dice Paul Dennison[2] nei suoi manuali di Brain Gym®.

Nella nostra concezione IL GIOCO – a tutte le età – è MOVIMENTO che coinvolge tutto il CORPO e l’APPRENDIMENTO avviene – a tutte le età – in un processo continuo ed esponenziale di esplorazione, sperimentazione, utilizzo funzionale e rielaborazione creativa. Il “flusso dell’apprendimento” come rappresentato nello schema proposto dal pedagogista americano Paul Dennison[3]e da sua moglie Gail ci sembra che ben si presti a spiegare il meccanismo di apprendimento nello sviluppo neurologico del cervello e a descrivere la continuità e la naturalità di questo processo.

Come descrivono i Dennison, nella fase “l’ho capito!” – in cui prevale l’esperienza sensoriale e sperimentale, si presta attenzione all’ambiente e al contesto globale/spaziale e l’apprendimento avviene attraverso l’elaborazione dall’insieme alle singole parti. Ogni nuova informazione viene prima percepita nel suo insieme e in seguito analizzata nel dettaglio, per poi essere ricomposta e codificata a livello globale e viene assimilata nel bagaglio di esperienze dell’individuo. Questo flusso continuo di approccio a nuovi stimoli ed esperienze e loro successiva assimilazione e interiorizzazione costituisce la base naturale di ogni apprendimento. Ma tale flusso, in presenza di un sovraccarico di stimoli e di informazioni, si interrompe e l’individuo può essere indotto a ripiegare sulla rinuncia dettata dalla frustrazione, oppure sforzarsi eccessivamente senza peraltro comprendere ciò che sta facendo. Questo meccanismo si verifica, ad esempio, nei giochi che richiedono un rapido cambio di ruoli. Anche i giochi con struttura e regole molto rigorose (per es. il calcio), si svolgono all’interno di schemi che consentono poche nuove esplorazioni. Nei giochi invece in cui le regole sono flessibili, i partecipanti diventano esploratori di nuove esperienze, in un clima cooperativo e di relazioni con gli altri.

I Giochi Cooperativi, integrati dai movimenti di Brain Gym® suggeriti dalla Kinesiologia Educativa, possono quindi diventare un ottimo strumento per riscoprire le nostre potenzialità.

Un altro passaggio importante  consiste nell’Esplorare e Sperimentare “da adulti” le 10 fasi del nostro sviluppo senso-motorio, per coglierne il corretto Uso Funzionale e poter accedere alla fase di Rielaborazione Creativa dei propri gesti e movimenti:

  1. l’attraversamento della linea mediana verticale che si mette in atto appena nati, quando il bambino gira la testa a destra e a sinistra per attivare le orecchie orientandole verso la fonte del suono, e viene continuamente sperimentato il movimento monolaterale nel tentativo di girarsi su se stesso con un movimento a spirale.
  2. L’attraversamento della Linea mediana Orizzontale, quando – a pancia in giù – si incomincia a sperimentare la spinta delle gambe e il ruolo delle braccia per potersi spostare strisciando: una fase intensa in cui si incomincia a prendere confidenza con l’alto e il basso del nostro corpo e si rinforzano i muscoli del collo.
  3. Il periodo del Gattonamento, troppo spesso trascurato, quando si inizia a incrociare per la prima volta gli arti superiori con quelli inferiori (attivando gli emisferi cerebrali opposti con le relative competenze), si sperimentano i gruppi muscolari addominali e dorsali, si dondola la testa in movimento, si effettua un vero e proprio massaggio degli occhi che  scorrono in modo naturale a destra e a sinistra, dall’alto al basso e da davanti a dietro.
  4. La fase del Camminare, in modi diversi, con velocità e ritmi diversi: è la fase in cui si struttura e si caratterizza la nostra andatura, troppo in avanti o troppo indietro, sulle punte come se si camminasse sulle uova o con i piedi troppo pesanti, sbilanciata a destra o a sinistra.

Le competenze acquisite fino a qui diventano le condizioni per l’ulteriore rielaborazione del nostro schema motorio, permettendo o meno l’accesso a capacità più complesse e a gesti più articolati.

5.  Correre in modo corretto e funzionale, per esempio, è possibile solo se le fasi precedenti sono state armoniche e complete.

Passo, Trotto e Galoppo: i movimenti del cavallo (che sono stati alla base dei giochi dei bambini da sempre) ci vengono in aiuto per leggere alcuni passaggi fondamentali per l’evoluzione motoria e cognitiva.

6.    L’imitazione del Galoppo richiede invece l’avanzamento di una gamba                   rispetto all’altra (più precisamente la gamba interna rispetto alla                              direzione che vogliamo prendere in un ipotetico cerchio).

Ripetere il movimento del Trotto presuppone uno spostamento in diagonale e in avanti, mantenendo la capacità di incrociare gli arti e di muoversi con ritmo.

7.   L’imitazione del Galoppo richiede invece l’avanzamento di una gamba                   rispetto all’altra (più precisamente la gamba interna rispetto alla                             direzione che vogliamo prendere in un ipotetico cerchio).

8.   Il Cambio di Galoppo introduce poi un’ulteriore evoluzione con un                         passaggio assai significativo dal punto di vista visivo, motorio e                               concettuale. Se vogliamo infatti cambiare direzione durante il galoppo,                 occorre cambiare la gamba che sta davanti e passare dalla logica del                     cerchio (una sola direzione) alla logica dell’otto (cambio di direzione                     in movimento, rapidità, prontezza di riflessi, cambio di prospettiva                         visiva e mentale). Presuppone la capacità di percepire chiaramente e                     attraversare fluidamente la linea mediana ed è un ottimo modo per                         padroneggiare i movimenti del corpo in tutte le direzioni.

9.   Il Saltello è il rapido cambio di galoppo, e per questo molte persone                        con problemi a un qualche livello non riescono a saltellare.

10.   Saper Danzare è la logica conseguenza di quanto detto: lo sviluppo                          creativo delle competenze senso-motorie, cognitive, logico-                                      matematiche che hanno accompagnato il nostro sviluppo dai                                    primissimi giorni della nostra vita.

Muovendoci e giocando diventiamo così più consapevoli del nostro schema corporeo e della sua Tridimensionalità, che i Dennison hanno considerato l’unica condizione per l’accesso completo e armonioso alle facoltà dell’Area Corticale, Limbica e Rettile del nostro cervello.

Una volta che siamo coordinati con noi stessi, possiamo pensare di coordinarci e relazionarci con gli altri in modo efficace e gradevole per tutti. Mettersi in GIOCO nei giochi cooperativi e nelle danze di gruppo diventa allora ancora più piacevole e armonico, permettendoci di goderne a pieno e di dar vita a una nuova entusiasmante spirale di crescita.


[1]  Carla Hannaford, Risvegliare il cuore bambino, Terranuova Edizioni, 2010
[2]  vedi …….
[3]              Paul & Gail Dennison: Brain Gym® Teacher’s Edition, The Companion Guide to Brain Gym® Simple Activities for Whole Brain Learning
dott.ssa Sigrid Loos, info@sigridloos.com 
dott.ssa M. Paola Casali, mariapaola.casali@infinitiform.it 
Oneness – Worldwide Congress, Hungary 25>28 agosto 2011

GIOCANDO S’IMPARA – L’importanza del gioco per l’apprendimento.

Il gioco è un attività naturale per tutti i mammiferi e gli animali a sangue caldo: Pare che i pesci e i rettili, essendo legati ad un sistema di reazioni basati sulla sopravvivenza e l’istintività, non giochino. Possiamo allora dedurre che  il gioco richiede uno sviluppo cerebrale superiore, un cervello ben integrato capace anche di sognare. Il sogno sembra nascere nel sistema limbico, sede delle emozioni e delle immaginazioni. Inoltre il sangue caldo sembra predisporre al gioco. Grassi e peli proteggono il corpo dall’escursione termica e trattengono così le energie necessarie per giocare. Come i cuccioli dei mammiferi che giocano per appropriarsi le competenze motorie e sociali necessarie alla sopravivenza, anche il cucciolo d’uomo gioca se cresce in un ambiente protetto, in assenza di fame, pericolo, e altre deprivazioni.

Le creature giocose hanno più massa neurale nei loro cervelli complessi. Questi sistemi neurali  si trovano nei lobi parietali  della corteccia  e sono direttamente legati alla percezione corporea, al movimento e all’elaborazione di informazione nel tronco cerebrale, nel talamo e nella corteccia.

L’impulso a giocare nasce nel cervello e non deve essere imparato.[1] Ci sono una serie di sostanze chimiche prodotti dal corpo che nutrono l’impulso di giocare ed altri che lo inibiscono. Il cervello produce dopamina quando giochiamo. Questa sostanza crea lo sviluppo di  reti neuronali  in tutto il cervello:  Recenti ricerche hanno rilevato che in pazienti del morbo di Parkinson e in bambini afflitti dalla sindrome di deficit di attenzione, il livello di dopanina è molto basso. Perciò il gioco è così importante per prevenire iperattività e difficoltà nell’apprendimento.

Tra i cuccioli dei mammiferi, l’uomo gioca più al lungo. Il suo sistema nervoso malleabile è in costante sviluppo per tutta la vita. Giocando egli  è più disponibile a rischiare, rimane più flessibile, impulsivo e creativo, pronto a seguire nuove idee fino alla sua morte.

Quando giochiamo mettiamo in atto tutto l’apparato sensoriale. Più di 80% del nostro sistema nervoso è occupato a integrare gli input sensoriali provenienti dal nostro corpo e dall’ambiente circostante. In questo senso il nostro cervello funziona come una macchina ad elaborazione sensoriale e il gioco è la chiave d’accesso a questa “macchina”. I nostri ricettori tattili e il cervello richiedono la diversità per poter integrare le sensazioni come un abbraccio forte, la carezza del vento nei capelli, il solletico alle gambe dell’erba alta, ecc. I nostri sensi hanno bisogno di stimoli diversi e se vogliamo mantenere il nostro cervello attivo, dovremo uscire dalla routine e fare ogni giorno qualcosa di diverso come mangiare con la sinistra, fare la doccia ad occhi chiusi o scendere la scala all’incontrario come sostiene il neurobiologo Lawrence C. Katz [2] . Le sfide al livello sensoriale ci aiutano a rimanere svegli e ad attivare il nostro sistema vestibolare. Persone che vivono con intensità sensoriale si riconoscono dall’entusiasmo, dalla curiosità e giocosità con cui affrontano la vita in uno spirito innocente da bambino.

Possiamo affermare che il gioco è sinonimo di apprendimento Già il bambino piccolo nelle prime settimane di vita comincia a giocare con il proprio corpo, o meglio: parti del suo corpo diventano il suo giocatolo. Prima ancora che si accorge che esistono altre cose intorno a se oltre al seno della mamma.. Il bambino comincia a giocare con i piedi, con le mani e si rende conto che ha delle estremità che può in qualche modo comandare e manipolare., ci gioca ed esplora. Man mano che cresce pone l’attenzione al di fuori del suo immediato raggio di percezione, viene attirato da stimoli visivi e sonori e comincia attraverso  una serie di giochi-sperimenti ad esplorare  il principio di causa-effetto agendo sugli  oggetti  dell’ambiente circostante. In questa fase è importante di offrire al bambino stimoli ben dosati al livello percettivo che lo inducano ad esplorare ma non lo blocchino per  uno sovraccarico di stimoli di cui deve difendersi.

Purtroppo la frenesia della nostra vita moderna è piuttosto controproducente allo sviluppo sensoriale. Troppi stimoli visivi e uditivi (un vero bombardamento di immagini e rumori) fanno si che i nostri sensi si chiudono. La nostra paura dei pericoli e dello sporco ci induce inoltre spesso ad impedire ai bambini di sperimentare l’ambiente al livello sensoriale. Recente ricerche sottolineano che l’ambiente asettico e la mania per l’igiene indeboliscono il sistema immunitario e sono le cause per molte forme di allergie. Il sistema immunitario si organizza attraverso le esperienze, e le malattie si sviluppano più facilmente quando il sistema immunitaria non può confrontarsi con batteri e virus.

Il gioco ci aiuta a crescere ed ad appropriarci di tutte quelle competenze sociali necessarie per istaurare rapporti sani con gli altri. Nel gioco impariamo a rischiare, a difenderci, a negoziare a sperimentare e vivere in pieno fantasia e curiosità. Una ricerca americana alla Yale University ha mostrato che i bambini che giocano molto al gioco simbolico, mostrano più facoltà di leadership a scuola, si comportano in modo più cooperativo e  meno competitivi o intimidatori verso gli altri.[3]

Giocare liberamente alla lotta, a  rotolarsi per terra, ad acchiapparsi, rincorrersi sono attività necessarie per sviluppare un senso di corporeità, equilibrio e la capacità di centrarsi. Inoltre crea la coscienza del dove siamo nello spazio in relazione con gli altri. Bambini,  ai quali viene negato giocare ad alto livello di contatto fisico spesso sono impacciati e hanno poca consapevolezza dello spazio intorno a se. Hanno difficoltà di essere presenti sia in relazione con gli altri sia in situazioni di apprendimento perché gli manca la percezione della propria corporeità.

Bambini abbandonati all’isolamento che non hanno potuto  toccare, muoversi e giocare,  sviluppano anormalità cerebrali associati alla violenza, l’allucinazione e la schizofrenia. Il loro cervello è da 20 a 50% più piccolo del normale. Ciò si attribuisce al fatto che l’isolamento inibisce lo sviluppo di grandi aree del cervello: il sistema sensoriale del tronco cerebrale che controlla il movimento e l’equilibrio, l’area responsabile per il tocco e l’area affettiva legata direttamente al tocco e al movimento.[4]

Nel gioco possiamo sviluppare empatia, autostima, altruismo e compassione, competenze sociali che ci aiutano a relazionarci meglio con gli altri ed essere facilitati nell’apprendimento scolastico.

COMPETERE O COOPERARE? A CHE GIOCHI GIOCHIAMO?

La giostraNella sua crescita il bambino passa dalla fase esplorativa delle cose alla fase del “tu”, riconosce che ci sono altre entità con le quali si può interagire. E tenendo conto dell’egocentrismo inerente a questa età, quando il bambino X incontra il bambino Y è già un incontro predisposto al conflitto, perché probabilmente Y avrà qualcosa che X  vorrebbe avere o vice versa. È l’origine dei conflitti dice René Girard[5]: “…l’imitazione del desiderio dell’altro: nel momento in cui qualcuno fa un gesto per appropriarsi un oggetto, questo provoca in chi lo guarda lo stesso desiderio dell’oggetto.” A questo punto le vie sono due: o litigare per l’oggetto o trovare una mediazione per gestire questo interesse in comune (il giocatolo). René Girard lo chiama una ritualizzazione della violenza per evitare quella vera, quella distruttiva. All’inizio è più un giocare uno accanto all’altro che diventa poi un giocare insieme (o uno contro l’altro).Se l’altro viene riconosciuto non solo come rivale nella competizione per il giocatolo, ma come compagno con cui si può interagire, fare qualcosa insieme, comincia a crearsi la percezione dal “tu” al “noi”.

Nel passaggio al “noi” i giochi di gruppo diventano interessanti, quindi un “facciamo qualcosa tutti insieme, ci aiutiamo a vicenda”. Nella fase del “noi” il bambino impara a gestire i due modelli: “Noi e Loro” (cooperazione) e “o Noi o Loro” (competizione). Quando gli altri vengono percepiti come avversari, nemici ecc. entriamo nell’ottica della competizione dove chi vince   alla fine ha ragione perché è il più forte. E di conseguenza avremo tanti esclusi ed emarginati.   Il “ noi” inteso come l’insieme del gruppo nella sua diversità  non preclude che il bambino non possa scegliersi di volta in volta i sui compagni.  il giocare  rispettandosi pur imparando a negoziare, rende anche più difficile il  vedere l’altro come avversario. A livello di apprendimento il giocare in maniera cooperativa permette di sviluppare competenze sociali  come la solidarietà, l’aiuto reciproco,  il sostegno, l’empatia.  Insieme agli altri  possiamo raggiungere  obiettivi più complessi  di quelli che potremmo raggiungere da soli, soprattutto se siamo sotto pressione  . Il gioco diventa così anche campo di apprendimento sociale e non solo attività per l’integrazione  degli schemi corporei o di manipolazione di materiale. Aiuta cosi di sviluppare competenze sociali importanti per la  sopravivenza in una società che tende sempre più all’individualismo e all’isolamento.

Per quanto è stato detto prima, non è del tutto indifferente se un gioco viene giocato in modo cooperativo o competitivo, sia  che si tratta di creazioni, manipolazioni o giochi di movimento o giochi di gruppo. Quando giochiamo e diamo più importanza al processo anziché al risultato ci possiamo più facilmente mettere in gioco anche al livello socio-affettivo. Ma nel momento in cui cominciamo a paragonare  X con Y, che non sono paragonabili perché si tratta di due entità diverse, ognuno ha la sua individualità e le sue competenze sviluppate in modo diverso, entriamo in ottica competitiva. Quindi o X o Y vince, e di conseguenza l’altro deve reggere la sconfitta a livello emotivo. Se il gioco, come già detto, dovrebbe essere inteso come momento di esplorazione, sperimentazione, divertimento, ed Y ha solo una gamba, allora va da sé che sarà escluso o ostacolato in tanti giochi che si basano sul movimento e sul risultato finale. Di conseguenza Y ha poca scelta. O si ritira dal gioco perché nessuno vuole sempre stare dalla parte dei vinti, o sviluppa delle strategie di inganno per vincere anche lui almeno ogni tanto. Oppure diventa aggressivo.  Questo spiega perché al livello scolastico troviamo tanti bambini aggressivi ed inclini a litigare. Come educatori riconosciamo difficilmente che queste conflittualità ed aggressività sono già implicite nel tipo di giochi o nei modelli educativi che proponiamo. Quando cominciamo a paragonare due entità  che non sono paragonabili (diversi tipi di intelligenza per esempio) diciamo già che uno sarà il più bravo e l’altro evidentemente il più imbranato.. Da un lato è possibile che l’autostima del più bravo si rinforzi, ma il più debole sicuramente deve incassare le frustrazioni dovute alle  sconfitte e avrà meno possibilità di costruirsi una buona autostima.. Siccome il suo modello è il più forte o più bravo, ma non riesce a raggiungerlo, deve compensare con altri modelli  con comportamenti aggressivi e disadattati. Perciò è importante che al livello educativo ci poniamo la domanda: a che giochi giochiamo?

PARACADUTE JPEGLe maestre che sperimentano i giochi che si basano sul mutuo rispetto, sulla cooperazione in modo continuativo nei loro programmi,verificano anche un cambiamento nel clima di gruppo che si riflette anche in altre attività. Il livello di conflittualità ed aggressività si abbassa e i bambini  mostrano comportamenti anche più cooperativi in altre situazioni della vita quotidiana. Terry Orlick[6], docente di Psicologia dello Sport all’Università di Ottawa, negli anni ottanta ha svolto una ricerca di durata di 18 settimane sull’influenza dei giochi cooperativi e il comportamento nelle scuole materne di Ottawa. Il progetto ha coinvolto 4 classi della stessa scuola di cui 2 seguivano un programma di giochi cooperativi mentre gli altri facevano il programma normale. Nella prima fase (8 settimane)i bambini giocavano 2 volte alla settimana per 30 minuti circa con una docente universitaria, e nella seconda fase  (10 settimane) le Maestre proseguivano con il monte ore raddoppiato le attività di giochi cooperativi. Il progetto era accompagnato da un gruppo di studenti, osservatori esterni che avevano il compito di valutare i comportamenti sociali. Le conclusioni al termine del progetto erano eclatanti: i gruppi che hanno seguito il programma delle attività cooperative ha mostrato anche  nella vita quotidiana una maggiore cooperazione, dall’accoglienza dei nuovi arrivati, al mettere a posto, al condividere giocatoli ecc. La litigiosità nei gruppi di controllo era molto più elevata. Gli insegnanti di questa scuola hanno deciso di applicare per tutte le classi uno stile cooperativo visto i risultati.

Se è vero che una volta i bambini imparavano in modo naturale le regole sociali ed i giochi venivano tramandati dai più grandi ai più piccoli, oggi queste condizioni non esistono più o solo di rado, allora non si può pretendere che i bambini imparino a giocare insieme  se nessuno gliel’ha mai insegnato. E’ come se a 3 anni dovessero già leggere e scrivere ma nessuno si è mai preoccupato ad insegnarglielo.

Tornando al nostro esempio dell’Y: avendo solo una gamba, dovrebbe aver uguale diritto di aver piacere nel movimento, ma questo diritto gli viene negato nel momento che noi come educatori poniamo tutto in una chiave competitiva (l’espressione verbale “vediamo chi è il più bravo” o “chi ha vinto?” induce già alla competizione) Lo stesso vale per la creatività, supponendo che Y ha anche solo un braccio (metaforicamente parlando). Se nell’età evolutiva ,che corrisponde alla fase dell’esplorazione e della scoperta, vengono stabilite precocemente i canoni del bello e del brutto (che per il bambino corrispondono all’ essere amato o no,) rischiamo di scoraggiare lo sviluppo del potenziale creativo che sta in ogni individuo. Se il bambino impara fin da piccolo che quello che fa non va bene,   alla fine non si impegna più. E  ha ragione. Perché dovrebbe esplorare e sperimentare  se i risultati non sono apprezzati dall’adulto?

Attraverso il gioco il bambino non impara solo di rapportarsi con gli altri ma soprattutto affina le sue competenze corporee, percettive e creative. Nel movimento (correre, arrampicarsi, strisciare, gattonare, prendere e lanciare) integra i suoi riflessi, impara ad orientarsi nello spazio, ad affinare la propriocezione (la reazione dei muscoli agli stimoli esterni). Il movimento gli permette di sviluppare la motricità grossa e fine necessaria per l’apprendimento scolastico.

Attraverso la percezione sensoriale si appropria di tutte quelle informazioni necessarie a costruirsi la conoscenza dell’ambiente circostante.

Attraverso la manipolazione (tagliare, incollare, montare, smontare, impastare, costruire, deformare…) egli acquisisce l’abilità manuale e la coordinazione occhio-mano e mente-mano necessaria per trasformare i progetti in realtà concrete, dando così alla sua fantasia una legittimità necessaria al suo sviluppo costante.

Fonte: Sigrid Loos e Karim Metref: Quando la testa ritrova il corpo, giochi ed attività per la scuola dell’infanzia, EGA, Torino 2003


[1]Penksapp Jaak: Affective Neuroscience. The Foundation of Hyman and Animal Emotions. Oxford University Press 1998[2] Katz Lawrence C./Manning Rubin: Keep your brain alive, Workman Publishing, NY. USA 1999

[3] Singer Dorothy and Jerome: The House of Make Believe, Childrens Play and the developing imagination, Harward University Press, Cambridge USA citato in: C. Hannaford vedi nota 4

[4] Carla Hannaford, Ph.D, “Awakening the  Child Heart, Handbook for Global Parenting” Jamilla  Nur, Publisging, Hawaii, 2002

[5] René Girard. Des choses cachées depuis la fondation du monde. Ed. Grasset. Paris. 1978

[6] Orlick T.: Winning through Cooperation, Akropolis Books Ltd, Washington, USA 1984

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